Rassegna stampa formazione e catechesi

Presentata all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede la biografia di Giovanni Paolo II scritta da Andrea Riccardi

084q05bNel pomeriggio di lunedì 11 aprile viene presentato a Roma, all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede, il libro di Andrea Riccardi Giovanni Paolo II. La biografia (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2011, pagine 350, euro 24). Anticipiamo quasi per intero il discorso del cardinale prefetto della Congregazione per le Chiese orientali che interviene all'incontro con Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio italiano, e con Joaquín Navarro Valls, direttore della Sala Stampa della Santa Sede dal 1984 al 2006.

di LEONARDO SANDRI

Sarei tentato di definire questo volume l'"enciclopedia di Giovanni Paolo II", perché ai dati storici è associata l'analisi obiettiva su ciascuno dei capitoli fondamentali del Magistero e della leadership di Giovanni Paolo II, a tal punto da offrirci un compendio oltre che della vita, della dottrina e delle scelte compiute.
Il riferimento al genere enciclopedico non misconosce affatto la profondità e la completezza, che distinguono il lavoro. Le varie tematiche sono trattate con rigore e corredate da ricca bibliografia e da innumerevoli convincimenti che l'autore ha maturato anche grazie alle cosiddette "conversazioni" o "confidenze" con i Sommi Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, con cardinali, vescovi, prelati, e laici, le quali inaugurano una nuova e originale procedura storiografica.
È stato esaltante, anche per me, lasciarmi condurre da Riccardi alla riscoperta, quasi in un susseguirsi di flash back, dell'"enigma Wojty?a". Percorrere gli anni della sua infanzia e gioventù, la convivenza con i compagni ebrei di Wadowice, scorgendo il buon seme di una rispettosa apertura che ci avrebbe donato un "Papa amico degli ebrei", che condanna la Shoah come offesa a Dio e all'umanità, denunciando l'antisemitismo e le eventuali colpe di uomini di Chiesa; un Papa che per la prima volta visita la Sinagoga di Roma; che si fa pellegrino in Terra Santa, rendendo omaggio alle vittime di quell'immane immolazione e sostando al Muro del pianto per affidare a un fragile biglietto il suo pensiero orante di pace e di riconciliazione. Ammirare il giovane Wojty?a, che a tempo debito avrebbe saputo infondere tanta freschezza giovanile al servizio papale, soprattutto attraverso le straordinarie giornate mondiali della gioventù nelle quali si raccolsero i frutti abbondanti e provvidenziali della sua "opzione affettuosa" per i giovani. Egli in realtà fu un giovane sui generis poiché non disdegnava il passato pur guardando con immensa fiducia al futuro: amava fin dalla stagione giovanile l'ombra luminosa di Wawel, custode dello scrigno sacro della nazione polacca, emblema della "polonità" e del martirio al quale è associata la storia della sua patria in una parabola analoga a quella del popolo ebreo.
 Ho respirato da queste pagine l'universalismo e la multietnicità che egli assimilò a Cracovia, come erede dello spirito degli Jagelloni e poi del maresciallo Pi?sudski, simbolo della riconquista dell'indipendenza in chiave non esclusivamente etno-nazionalista. Ho sentito vicina la sua anima, che si temprava in attesa delle tempeste della storia con la forza dei martiri, come il vescovo san Stanislao, da lui ammirati per la fermezza davanti al sopruso, all'ingerenza e all'abuso dei potenti.
Ecco il Papa che non teme il potere mondano ma non è alieno all'incontro con tutti, fiducioso sempre nella forza della convinzione e del confronto spirituale.
Il cuore del suo messaggio sarebbe stato il "non abbiate paura", basato sull'eredità e sull'attualità del martirio. L'attentato del 1981 ne avrebbe offerto il segno evidente: "Dobbiamo essere pronti a grandi prove vicine, che potranno richiedere anche il sacrificio della nostra vita (...) le prove potranno essere ridotte con la vostra e la nostra preghiera, ma non potranno essere evitate, perché un vero rinnovamento può avvenire solo in questo modo. Siamo forti e prepariamoci confidando in Cristo e nella Madre sua" diceva a Fulda nel 1980, sei mesi prima dell'attentato.
Giovanni Paolo II avrebbe celebrato i Nuovi Martiri pronunciando le famose parole: "perdoniamo e chiediamo perdono", ampliando così il tema del perdono non solo alla dimensione sociale e politica, bensì a quella ecumenica e additando proprio il martirio quale chiave di volta dell'ecumenismo.
Le aspirazioni culturali, specie la filologia polacca e il teatro, adombrarono fin dagli inizi un "europeo autentico". Ma egli fu anche un "romano" nel senso universale della parola, un Pontifex Romanus ante litteram. Le esperienze pastorali in Francia, soprattutto il contatto con i famosi "preti operai", l'impressionante dedizione al "confessionale" in fedele adesione alla più sicura tradizione, l'apporto dell'Angelicum a Roma e l'incontro con il Tomismo e la fenomenologia filosofica, l'impatto profondo con Francesco di Assisi e una sua immagine "viva" quale fu Pio di Pietrelcina sono tasselli di un mosaico che andava impreziosendosi. Si aggiunsero l'esperienza del prete rurale, un po' emarginato, il contatto umano e pastorale con gli universitari di San Floriano a Cracovia, la vita da "vigilato" pericoloso agli occhi del potere comunista. Tutto veniva plasmato da una sorgiva e prorompente carica umana e anticipava i tratti culturali, cristiani e sacerdotali, che avrebbero segnato Papa Wojty?a. In essi la mano di Dio preparava un futuro impensato per la Chiesa e il mondo.
Vediamo il vescovo all'alba del concilio Vaticano II, che dialoga e ascolta, che secondo alcuni non governa, che sa tessere rapporti di amicizia sigillati dall'approccio per molti a Cristo e alla Chiesa e confermati per una vita intera.
Siamo di fronte a un Papa nuovo, dal linguaggio in prima persona, costretti cioè a confrontarci con "l'uomo Papa", segno di contraddizione perché trae dalla personale storia di sofferenza una ineguagliabile forza di speranza.
L'apprendistato della prudenza e della moderazione, mai e poi mai vissuto in termini rinunciatari, avrebbe alimentato nel futuro Papa una sorta di creatività diplomatica al di là delle forme tradizionali. Il Pontefice avrebbe avuto sempre il sostegno della diplomazia pontificia, composta da ottimi uomini di Dio e di Chiesa, preziose presenze complementari alla sua poliedricità. Il cardinale Casaroli, primo fra tutti, anche se portatore di una visione diversa sulla tenuta del comunismo, il cardinale Sodano e altri collaboratori fedeli e dediti.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, dopo l'11 settembre 2001 e di fronte alla guerra in Iraq, il Papa affrontò le sfide della nuova Europa liberale, del terrorismo cieco, della pace internazionale, del ruolo dell'Onu. Dell'America Latina scossa dalla Teologia della Liberazione, con uccisioni di vescovi, come monsignor Romero in San Salvador, di preti e laici, volle essere arbitro-pastore. Così pure davanti alla sfida del movimento pentecostale e delle sette, specie nelle Americhe. Guardava, come Papa slavo, con premura all'Est Europeo, ai rapporti delicati con il Patriarcato di Mosca. Ma era sollecito nel contempo verso le convulsioni del Medio Oriente, e in quelle dell'Asia.
Era la "sfida globale" del nuovo millennio, inaugurato dal Grande Giubileo, col quale seppe imprimere vitalità e spirito missionario a tutta la Chiesa.
Con i viaggi, il Papa "polacco-europeo" si trasformò in un propulsore universale di una rinnovata e partecipata religiosità popolare, mai avulsa dalle ferite aperte in ambito ecclesiale, sociale e politico dei popoli incontrati.
Lo sguardo dell'autore indugia sul rapporto con l'Italia, la sua seconda Patria. L'analisi approfondisce il sentimento avverso del Papa nei confronti del comunismo italiano, "originale" o tipico sì, ma ancorato alla sua componente storica contraria alla natura umana, e tocca la crisi dell'Azione cattolica italiana e della Democrazia cristiana, l'emergere della nuova Conferenza episcopale italiana, mettendo in luce la provvidenzialità dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali.
Un cireneo del tutto speciale fu per Giovanni Paolo II il cardinale Joseph Ratzinger, il nostro amato Papa Benedetto XVI. Riccardi analizza con precisione e affettuosa ponderazione questo rapporto provvidenziale per la Chiesa, potendo vantare confidenze dell'uno e dell'altro nel descrivere uno straordinario consorzio di amicizia, stima e profonda collaborazione. Il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede fu accanto al Papa in feconda simbiosi di personalità, quale fedele e attivo interprete in tutte le sfide dottrinali di portata epocale: in quella della riaffermazione della divinità e unicità salvifica di Cristo, che approdò alla Dominus Jesus, e in quelle morali e sociali, per alcune delle quali la Chiesa ebbe memorabili encicliche.
Vorrei ribadire, a questo punto, l'importanza della "pagina orientale" raccolta nella Biografia, accennando solo al conforto recato al Libano, Paese particolarmente amato, accanto alle numerose Chiese orientali cattoliche visitate nella rispettiva madrepatria e nella crescente diaspora.
Si avverte nel nostro volume il fascino veemente esercitato sull'autore dall'Ortodossia, soprattutto russa: non comune fu l'impulso dato da Giovanni Paolo II all'ecumenismo al fine di ridare alla Chiesa il pieno respiro a due polmoni. Attirò l'attenzione sull'Oriente cristiano con la Lettera apostolica Orientale Lumen e invitò a riflettere sull'esercizio del Primato in vista dell'universale comunione ecclesiale nell'enciclica Ut unum sint. Alle Chiese orientali cattoliche volle assicurare l'appassionato rispetto per l'identità e la dignità a esse riconosciute dal concilio e offrire lo speciale strumento alla loro fioritura costituito dal Codice dei Canoni delle Chiese orientali.
Siamo anche noi affascinati dalle "custodi viventi delle origini cristiane", quali sono le antiche Chiese d'oriente, e dalla loro fedeltà nelle persecuzioni subite per il nome di Cristo. E vorremmo che il martirio, che è "il filo rosso che attraversa tutta la vita di Giovanni Paolo II" (p. 218), esperimentato da tanti cristiani ortodossi e cattolici fosse pegno di perdono e di riconciliazione più forti di ogni ferita e rivendicazione, in serena condivisione da parte dei greco-cattolici ucraini e da quanti un po' spregiativamente sono chiamati "uniati".
Alla luce del magistero e dei gesti di Giovanni Paolo II come emerge dal testo, sono sicuro che Riccardi sottoscriverebbe con simpatia il mio auspicio. Perciò mi rivolgo direttamente a lui per ringraziarlo di questa biografia: è completa, accurata, documentata. Lo stupore dell'incontro col vero volto del caro Pontefice ha fatto nascere la domanda circa la chiave di volta essenziale per carpire "il mistero Wojty?a" - come lo chiama l'autore. Oltre alla preghiera personale ardente e prolungata, testimoniata soprattutto dai suoi segretari, per la quale poteva "vivere e respirare in Cristo" giungendo alle soglie della mistica, e proprio considerando questo elemento luminoso e diuturno, ritengo che si possa approdare al cuore della sua spiritualità e della sua missione considerando la Croce.
Karol Wojty?a da piccolo la esperimentò nel dolore familiare, nelle sofferenze della sua città, chiesa e nazione. La visse in prima persona col suo gregge quale pastore di Cristo. Ne confermò la fecondità in tutto il pontificato con una adesione che si fece via via assimilazione, in una metodologia spirituale soprattutto "mariana". Volle nel suo emblema araldico non casualmente la Madre accanto alla Croce e il motto: Totus Tuus, che visse con intima coerenza e filiale abbandono. Così fu chiamato, ed è posto in adeguato risalto dal nostro autore, a "coronare" con la sofferenza l'intera vita di uomo e pastore: l'umiliazione e l'impotenza - persino nella parola - divennero le spine di una gloriosa corona con la quale condusse la Chiesa al Calvario quale preludio della Risurrezione.

(©L'Osservatore Romano 11-12 aprile 2011)

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