Rassegna stampa formazione e catechesi

Per diventare il fratello di tutti devi essere il fratello di qualcuno

de foucauld

Papa Francesco, concludendo l’enciclica Fratelli tutti, ci presenta il beato Charles de Foucauld come modello di vita cristiana e modello di fraternità universale (n. 287).

Già san Paolo vi ha consacrato, in un certo senso, Charles de Foucauld come «Fratello universale», proponendolo, nell’enciclica Populorum progressio, come esempio di donazione personale e carità missionaria: «Basti ricordare l’esempio del padre Carlo de Foucauld, che fu giudicato degno d’essere chiamato, per la sua carità, il “Fratello universale”, e al quale si deve la compilazione di un prezioso dizionario della lingua tuareg» (n. 12).

Papa Francesco ha seguito l’intuizione del suo santo Predecessore, quando, durante il suo viaggio in Marocco, ha incontrato sacerdoti, religiosi, persone consacrate e il Consiglio Ecumenico delle Chiese. Dopo aver ricordato san Francesco d’Assisi, ha detto: «E come non citare il beato Charles de Foucauld che, profondamente segnato dalla vita umile e nascosta di Gesù a Nazareth, che adorava in silenzio, voleva essere un “fratello universale”?» (31 marzo 2019).

A Nazareth, Charles diviene più consapevole che Gesù è diventato un uomo come noi, un povero lavoratore di Nazareth, e che, perciò, è diventato nostro fratello nell’umanità. Là, scopre che il Tutt’Altro è diventato uomo, superando «la differenza tra il Creatore e la creatura, tra l’oceano e la goccia d’acqua», e vivendo in mezzo a noi come «il fratello amato». Pensando ai suoi Piccoli Fratelli, che sogna di riunire, Charles scrive che dovrebbero essere rappresentanti di Nostro Signore, cioè «salvatori universali, amici universali, fratelli universali».

Quando Charles scrisse al vescovo del Sahara, nel 1901, con l’intenzione di raggiungere la Prefettura apostolica del Sahara, il suo ideale di vita era quello di praticare verso tutti, cristiani e musulmani, la carità universale del Cuore di Gesù. Allora come possiamo sorprenderci quando chiama la sua casetta a Beni-Abbes «La fraternita del Sacro Cuore di Gesù»?

Charles de Foucauld è per noi molto prezioso per tanti motivi, ma soprattutto perché la sua esperienza spirituale, almeno quella che possiamo cogliere a partire dai suoi scritti, è quella di un uomo diventato, negli anni, sempre più realistico. Egli sa che per amare tutti, devi iniziare amando qualcuno; per diventare il fratello di tutti, devi essere il fratello di qualcuno.

Naturalmente uomo di relazioni personali, amico sincero e fedele, Charles ha saputo fare amicizia e ha coltivato le sue amicizie fino al punto di superare ogni ostacolo. Dalle profondità del Sahara, si unì così a tutti i suoi amici e mantenne rapporti fraterni con tutti loro.

La sua corrispondenza offre numerosi esempi delle sue relazioni con molte persone senza distinzione di lingua, nazionalità o religione. Scrive nei suoi Carnets de Tamanrasset: «Farmi tutto a tutti: ridere con chi ride; piangere con chi piange, per portarli tutti a Gesù. Mettermi con disponibilità, alla portata di tutti per attirarli tutti a Gesù. Mettermi con condiscendenza alla portata di tutti, per attirarli tutti a Gesù».

Charles de Foucauld è passato così da una concezione astratta, ideale di imitazione di Gesù, a un’incarnazione concreta, «per essere un amico e un fratello universale». Riesce a vivere la fraternità attraverso rapporti concreti di amicizia.

Ci ha lasciato, come testamento spirituale della fraternità universale, queste poche righe tratte dal Regolamento e Direttorio per i Piccoli Fratelli:

Risplenda come un faro la loro carità universale e fraterna; che nessuno in un ampio raggio intorno, che sia anche un peccatore o un infedele, ignori che essi sono gli amici universali, i fratelli universali, che consumano la loro vita pregando per tutti gli uomini senza eccezioni, e facendo loro del bene, che la loro fraternità sia un porto, un asilo in cui ogni essere umano, soprattutto se povero e infelice, è, in ogni momento, fraternamente invitato, desiderato e accolto, e che è, come indica il nome, la casa del Sacro Cuore di Gesù, dell’amore divino diffuso sulla terra, dell’ardente Carità, del Salvatore degli uomini.

Diventare «fratello universale» non era solo il desiderio forse un po’ ingenuo di un santo sacerdote. In tal modo, Charles de Foucauld anticipò ancora una volta i tempi in una visione molto più in anticipo, anzi profetica, rispetto alla sua epoca.

Charles visse durante il periodo della più grande espansione coloniale dell’Europa contemporanea. E la Francia contava tra gli Stati che ne furono i protagonisti. In questo contesto coloniale, Charles dichiarò che voleva essere «fratello universale». È noto che le motivazioni alla base del colonialismo non erano, certamente, ragioni umanitarie o filantropiche. Non sono questi i sentimenti che gli Stati europei hanno manifestato nei confronti dei popoli sottoposti alle loro conquiste. Tutta la cultura europea del tempo era fortemente intrisa di una presunta superiorità ed era opinione diffusa che tutta l’umanità sarebbe stata rimodellata sul modello dell’Occidente. Lo stesso Hegel giunse ad affermare «un’indiscutibile ed evidente superiorità dell’Occidente».

Sulla base di queste premesse, sembrava logico considerarsi «destinatari di un dovere di civiltà» nei confronti di altri popoli, che dovevano accettare, volenti o nolenti, questa superiorità e quest’opera civilizzatrice.

È quindi in questo particolare contesto che Charles de Foucauld concepisce il ruolo a cui lo chiama il suo appassionato desiderio di imitare Gesù di Nazareth: lavorare in silenzio per superare questa soglia di sfiducia e inimicizia, attraverso una presenza fraterna, amichevole e di condivisione sincera. In concreto, la sua vita, fatta di sempre più vicinanza alle persone, di rapporti di uguaglianza e fraternità, è una sfida anche all’interno della conquista coloniale. Poco prima di morire, riassume così il suo stile di vita fraterna: «Amore fraterno per tutti gli uomini... vedere in ogni uomo un figlio del Padre che è nei cieli: essere caritatevole, pacifico, umile, coraggioso con tutti, per pregare per tutti, per tutti gli esseri umani, per offrire le proprie sofferenze per tutti».

Charles de Foucauld ci aiuta così a capire che vivere l’universalità non significa perdere se stesso, ma trovare se stesso, non certo impoverirsi, ma arricchirsi. Vivere ogni relazione come un percorso di amicizia che ci rivela la fratellanza, uscire dai nostri confini e avventurarci in terre sconosciute, lottare insieme contro l’esclusione, la violenza e l’emarginazione. Essere fratello universale significa essere fratello di tutti, senza eccezioni né distinzioni, senza escludere nessuno, attento a ciò che l’altro ha di bene, e tutto questo senza perdere la propria identità. Non basta fare una professione di fraternità universale, ma, come ci insegna Charles de Foucauld, dobbiamo imparare a vivere, giorno dopo giorno, questa fraternità perfino nel profondo del nostro essere, nel profondo del nostro cuore.

di Bernard Ardura

© Osservatore Romano - 13 gennaio 2021


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