Rassegna stampa formazione e catechesi

Pentecoste ecumenica

A 30 anni dall’assemblea europea di Basilea ·

«Le Chiese d’Europa vogliono mostrare, a se stesse e al mondo, da dove proviene la concezione di pace per la quale hanno intenzione di lavorare, e della giustizia che ne è condizione necessaria»: con queste parole Papa Giovanni Paolo II si rivolgeva all’Assemblea ecumenica europea, riunita a Basilea dal 15 al 21 maggio 1989, nella settimana di Pentecoste. Il messaggio era indirizzato al cardinale arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, che dell’Assemblea promossa dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e dal Conferenza delle Chiese Europee (Cec), fu uno degli assoluti protagonisti, fin dalla sua progettazione; infatti il cardinale Martini, appena eletto, nell’ottobre 1986, presidente della Ccee, aveva cominciato a tessere la sua rete ecumenica nella convinzione che fosse necessario, nonostante le divisioni e le contrapposizioni che allora segnavano profondamente l’Europa.

Anzi proprio per queste divisioni, era necessario alimentare l’unità tra i cristiani per mostrare come si potesse vivere l’unità nella diversità. Nella consapevolezza che non era in gioco semplicemente il futuro del cammino ecumenico in Europa ma, per il cardinale Martini, era la Chiesa stessa che doveva interrogarsi su come vivere la sua missione per rendere sempre più efficace la presenza della Parola di Dio nella società contemporanea per una cultura del dialogo in grado di sconfiggere la violenza, in nome della pace, così come era stato chiesto da Gesù Cristo ai suoi discepoli.

A Basilea, per la prima volta nella storia, cristiani di tradizioni diverse (cattolici, luterani, anglicani, calvinisti, ortodossi) dell’Europa si incontravano, in modo ufficiale, alla luce del sole, per condividere le speranze di un cammino ecumenico che stava assumendo una nuova dimensione; erano passati oltre vent’anni dalla conclusione del concilio Vaticano ii, quando la Chiesa cattolica aveva promosso un ripensamento della propria partecipazione al movimento ecumenico, e in questi anni si erano aperte nuove collaborazione a livello universale e locale, lasciando intravedere la possibilità non solo di un approfondimento teologico, ma anche, e soprattutto, di una testimonianza condivisa in grado di rilanciare la missione dell’annuncio dell’evangelo in un continente alle prese con i tentativi di riforma politica nell’“impero sovietico” e il processo di formazione dell’Unione europea.

A Basilea arrivarono quasi 700 delegati da oltre 30 paesi dell’Europa, in rappresentanza dei 25 membri della Ccee e degli oltre 120 della Cec; si trovarono gli uni accanto agli altri, vertici delle Chiese, responsabili di associazioni e gruppi ecumenici, teologi impegnati da anni nel dialogo bilaterale, laici che avevano coltivato la chiamata all’unità, giovani che si affacciavano al cammino ecumenico. A Basilea l’Assemblea, in uno spirito plasmato dal comune, quotidiano ascolto della Parola di Dio, discusse dell’irrinunciabile e fondamentale rapporto tra giustizia e pace, del ruolo dei cristiani nella salvaguardia del creato, della presenza delle donne nelle Chiese e di molto altro: a Basilea, come è stato detto anche da parte di coloro che hanno fatto memoria dell’Assemblea in questi giorni, vennero indicati temi e questioni che sarebbero stati ripresi e sviluppati nelle successive Assemblee ecumeniche europee di Graz (1997) e di Sibiu (2007), trovando spazio anche nella redazione della Charta Oecumenica (2001), che costituisce la sintesi di un cammino, radicato sulle Sacre Scritture, per una dimensione quotidiana dell’ecumenismo in Europa.

La complessità delle posizioni, emerse nel dibattitto, dove si erano confrontate sensibilità diverse che rispecchiavano presente e passato delle Chiese coinvolte, trovarono una sintesi nel documento finale; in questo documento da un parte era espressa la preoccupazione per le minacce contro la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, mentre dall’altra si rivolgeva un invito a tutte le Chiese per denunciare queste minacce e per promuovere delle iniziative, a tutti i livelli, in modo da contribuire, in Europa, alla costruzione di una società ispirata e guidata dalla giustizia, dalla pace e dalla salvaguardia del creato. Le Chiese dovevano prendere sempre più coscienza, in una prospettiva ecumenica, di quale responsabilità i cristiani, tutti insieme, erano chiamati a essere portatori proprio per un’Europa che potesse ispirare un cammino di giustizia e pace. Di quell’evento del cammino ecumenico, a distanza di trent’anni, rimane un’eredità viva che pone delle questioni che, arricchite da una riflessione e da una testimonianza ecumenica, che soprattutto negli ultimi anni ha assunto una valenza profondamente rinnovata, chiedono un quotidiano impegno ai cristiani, non solo in Europa, per contribuire alla costruzione visibile dell’unità della Chiesa. «Lo Spirito Santo di Dio, che ci ha raccolti qui, agirà ben al di là delle nostre attese. Noi crediamo che egli è già all’opera per far crescere il seme che qui è stato seminato. Questa è la nostra speranza. Questa è la nostra preghiera»: sono queste le parole finali del messaggio conclusivo dell’Assemblea che ricorda, allora, come ora, a tutti i cristiani la priorità dell’abbandonarsi, con la preghiera, nelle mani di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, per giungere, insieme, alla piena e visibile comunione.

di Riccardo Burigana



© Osservatore Romano - 14 giugno 2019