Rassegna stampa formazione e catechesi

Pax vobis

arcobalenodi GIOVANNI BATTISTA MONTINI

Questo argomento della pace, della tua pace, o Signore, discorre di grandi cose alle anime moderne. Esse non hanno la pace, una finta pace, se non negando i problemi dello spirito e della vita.
Ovvero esse non amano la pace, perché la credono inerte e vuota: preferiscono dubitare e cercare; preferiscono l’angoscia delle inutili vigilie, il dramma delle deluse speranze, l’illusoria carezza delle mobili sensazioni spirituali, il parossismo delle teologie arbitrarie, e la vanità in che tutto precipita e si dilegua, senza che una croce stia sulle tombe, diritta e vittoriosa, a presagire l’eternità. La pace? sarebbe il sonno nell’unica ora solare concessa all’anima umana; sarebbe puerile e gratuita sicurezza incosciente dinanzi agli abissi suscitatori di vertigini immense; sarebbe volgare e borghese riduzione dei movimenti liberi dello spirito entro un perimetro convenzionale e opprimente, fatto per gli uomini che vivono in serie. E i cattolici non sono spesso lontani dal pensare diversamente. Essi sono talora pigri e meschini: tutto per loro è facile, tutto è risolto, tutto è raggiunto. Noia e ripetizione avvolgono la loro preghiera: ignobili scopi economici vi bruciano ancora un incenso, che sa di vecchia, inutile, miserabile vita spirituale. Sono invece altra volta agitati e nervosi: credono che il fervore sia uno strappo violento e artificioso dato ai tendini del moto spirituale; sia una prodiga dispersione di sentimenti iperbolici, una sovvertitrice commozione che faccia d’un tratto santi e perfetti. Neppur essi hanno accolto come si deve il primo saluto di Gesù nato nel mondo: — Pace alla terra! — Di Gesù rinato per il mondo: — Pace a voi! — Ora bisogna ch’io la comprenda cotesta pace, da cui deve fluire la nuova vita spirituale. Posso chiamare cristiana una vita spirituale che non possegga la pace? No. La vita cristiana ha la conquista, sia pure implicita ed iniziale, del bene supremo a cui essa può aspirare. Sopprimere la pace è infirmare la fede. Ma davvero poi la pace è pigrizia? Se l’esperienza religiosa fondamentale che deriva dalla grazia e dalla fede, è la pace, posso qualificare la vita cattolica, in quanto tale, vita statica e stagnante? No. E se alcuni fratelli con l’esempio d’una vita religiosa comoda e indolente, chiusa ad ogni volo, e inetta ad ogni slancio, mi dipingessero così la pace cristiana, non dovrei forse immunizzare la mia anima da un’imitazione complice e vile? E se alcuni avversari dicessero la Chiesa solidale con tutte le paci, quelle dei tiranni e quelle d’un’infingarda tradizione, non dovrei rivendicare alla pace della Chiesa i sovrani pregi della libertà e dell’interiorità? e l’augusta forza dell’amorosa milizia nella testimonianza del vero e nella difesa del bene? Non ha Cristo annunciato la pace e portato nel mondo la spada? Già vedo che la pace cristiana non è semplicismo. Vedo che non è viltà. Vedo che non è inerzia. Vedo che pace e alacrità, pace e combattimento, pace e dolore possono accordarsi nella vita cristiana. La umile Suora che veglierà questa notte l’ammalato, e, lungi dall’ascoltare il battito del proprio cuore nelle ore interminabili e opprimenti, ascolterà solo il battito del cuore dell’infermo, avrà pace persé eperlui. Persée perlui, quale fatica! quale carità! quale insonnia! Il maestro di religione, che domani salirà in cattedra a spiegare l’eterno catechismo, darà a tutti gli allievi l’impressione d’un uomo eminentemente pacifico. Ma, di lassù, egli battaglierà con tutti gli elefanti degli errori moderni, con audacia formidabile; di lassù, raccogliendo nel proprio cuore l’ansia delle nuove generazioni, discorrerà con la foga e la violenza del profeta, cui nessuno può eguagliare in vivacità e acutezza, in genialità e fortezza. Di lassù, vedrà il mondo di sotto e tremerà di pietà; vedrà il cielo di sopra, e griderà invocando; sentirà se stesso timido ed ultimo, e sarà pronto a dare per primo a sé la pace che Cristo gli offre per dispensare agli altri. Questi son esempi. Tutta la vita veramente cristiana ne è piena. E la ragione è questa. Che a torto noi crediamo sia il dubbio fonte di moto. A torto crediamo che il movimento dello spirito esista, come si verifica il moto di gravitazione, quando vien meno un sostegno. È la certezza che muove e che feconda lo spirito. Anche la sferza del dubbio muove lo spirito per qualche grado di certezza che in sé mantiene, o per l’inevitabile piega verso la certezza cui l’uomo non può non seguire. Ora la pace cristiana è certezza. È la certezza che la fede concede, è la confidenza universale che, nel cono luminoso della rivelazione, vien proiettata sull’umanità, e lo scioglimento di tutte le paure legittime che paralizzano l’anima umana. Perciò la pace cristiana è feconda. È anzi la condizione più propizia e lo stimolo migliore per la più alta fecondità dello spirito. Ora vediamo. Solo per iscorcio. Dov’è la fecondità del pensiero, sgorgato dalla pace della fede? Apro la prima pagina del gran libro del più qualificato maestro, Tomaso d’Aquino. «Sembra non sia necessario, oltre la speculazione filosofica cercare altra dottrina... Invece fa necessario per il bene umano l’esistenza d’una certa dottrina venuta per divina rivelazione, ulteriore al pensiero filosofico». Aumento, non diminuzione. Campo più largo, non più ristretto. Impiego d’ogni risorsa di pensiero, per un supremo pensiero. E diffusione dovunque, su tutti i gradi dell’essere, e del conoscere, d’una domestica luce di verità e di provvidenza, che allo scienziato che inizia il duro pellegrinaggio della ricerca, comunica la preventiva sicurezza di trovare dovunque sapienza, verità, più alta del suo attuale conoscere, perché dovunque è l’opera del Padre O nnipotente. Ma quali sono i miei professori che hanno quest’amore e questo slancio? Quali hanno la pace di Cristo viva nell’anima? Fecondità nell’opera. Pace è b ontà. Il metro con cui misuro il santo — quello che mi attendo di incontrare per le vie, di scoprire dietro uno sportello d’ufficio, di ascoltare parlante dall’alto d’un pulpito, o di osservare dietro i volumi d’uno scrittorio, — è quello della bontà. L’eroismo è raro e prezioso. La genialità forse non meno. L’attività può esser di molti. L’ascetismo mi lascia dubitoso, e un po’ umiliato. L’eloquenza non è che metà della vita, espressione. Mala bontàèsincerae puravirtù, è cuore caldo e autentico, è uomo perfetto. Ma la bontà è in ragione della sicurezza che uno spirito gode. La bontà che sostituirebbe la dottrina e la certezza e si stenderebbe come velo soave sul volto cieco, che altro valore ha, se non di ridare, per altra via, confidenza nella vita e nel vero? Se no, è bugia. La filosofia dell’ «als ob» , del «come se» è sterile, quando i discepoli s’accorgono che non può aver fede che nell’illusione. Invece io penso che S. Paolo, nell’inno del capo decimoterzo della prima lettera ai Corinti, pensasse alla vera bontà cristiana quando descriveva la carità: «è paziente, è mansueta. Non conosce invidia, non è sleale, non è gonfia, né ambiziosa; di sé non cura; non si inasprisce; non pensa male; non gode dell’iniquità, condivide la gioia della verità; e tutto accetta, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta». Ed è perciò che i mistici, i più pervasi dall’esperienza della pace della grazia, sono operativi. Chi sperimenta la pace che interiormente supera la potenzialità del sentire: exuperat omnem sensum , trova la forza di superare esteriormente gli ostacoli che altri non hanno né audacia né resistenza per vincere. E che dire della pace cristiana nel sentimento? Qui nasce l’arte cristiana: equilibrio e follia senza paragone. Bisognerà pur studiare l’esperienza artistica religiosa: ma ora basti dire che nessuna lirica ha motivi più limpidi e più impulsivi, nessuna gioia e nessun dolore ha veemenza più legittima e più sacra, nessun amore ha fuoco più ardente e più robusto di quello che può venire ad un’anima che si gode l’intimità di Cristo. Perché la pace nostra è anche, e sopratutto questo: intimità di Cristo.

© Osservatore Romano - 14 ottobre 2018

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