Rassegna stampa formazione e catechesi

Papa Francesco, Matteo Ricci e l’inquietudine per l’infinito

cammino- Immaginazione e senso del confine nelle lettere di Matteo Ricci. Quella malinconia che spinge a vivere (di Gianni Criveller)
- Beatitudine e minaccia. Stralcio di «Ritratto della malinconia» (di Romano Guardini)

Andrea Monda

«La malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito». Così Romano Guardini, maestro di tanti grandi spiriti del ’900 tra cui anche l’attuale Pontefice. E Papa Francesco è un uomo malinconico, proprio nel senso intuito da Guardini.
La malinconia è il tema a cui oggi dedichiamo uno dei nostri focus nelle pagine culturali ed in particolare essa emerge nel bell’articolo di don Gianni Criveller sulla figura di Matteo Ricci, il gesuita missionario in Cina alla fine del Cinquecento. Il profilo tracciato di Matteo Ricci si può applicare a quello di Jorge Mario Bergoglio e rimanere stupiti dalle somiglianze. Il Papa stesso ha riconosciuto una prima affinità, nell’intervista sulla Cina del 28 gennaio 2016 alla rivista Limes: «Io ho studiato la vita di Matteo Ricci e ho visto che quest’uomo provava quello che provavo io: ammirazione. Ho capito come è stato in grado di dialogare con questa grande cultura dotata di antichissima saggezza. È stato capace di “incontrarla”». E poi senz’altro in comune hanno la radice gesuitica, che si esprime in diversi modi, ad esempio nota Criveller parlando di Ricci che: «La composizione di luogo, insegnata dal fondatore Ignazio, è la pratica di entrare, grazie alla fruizione di immagini, in uno spazio immaginativo che conduce alla contemplazione. Le immagini creano mondi nuovi e conducono la persona fuori da sé, rendendo possibile un incontro con gli altri e con l’Altro».
È l’immaginazione il punto di incontro tra questi due figli di Ignazio divisi da quattro secoli di distanza, è da lì che scaturisce il medesimo carattere malinconico: «I malinconici sono spiriti geniali» nota Criveller «che percepiscono l’oscurità e la fugacità della condizione umana, e immaginano un mondo diverso. Inventano immagini visuali e poetiche per rappresentare un mondo altro. È la malinconia che Ricci scrive essere buona, anzi che avrebbe scrupolo a non avere. È la malinconia moderna».
Secondo Criveller Matteo Ricci è un uomo molto vicino alla sensibilità moderna, un “chierico” che riconosce apertamente il suo “essere molto carnale”, un altro aspetto che lo avvicina al gesuita Pontefice. Questa malinconia moderna, buona, è la stessa malinconia di Papa Francesco, che è sospinto dall’animo malinconico al tenace esercizio della speranza. Ci sono dunque due forme di malinconia, tra le quali è necessario fare discernimento; la malinconia buona è quella immaginativa e non depressiva, che porterebbe all’indolenza.
Infine poi c’è proprio la malinconia del missionario e questo vale ovviamente per Ricci ma anche per Bergoglio che fa della missione il cuore della vita della Chiesa; lui che è stato chiamato “alla fine del mondo”, conosce l’inquieta condizione del vivere costantemente sul crinale di una frontiera, alla periferia del mondo. E qui tornano perfettamente le parole di Guardini che ha dedicato un intero saggio al “Ritratto della malinconia”: «Ci sono quelli che sperimentano profondamente il mistero di una vita di confine. Non stanno mai decisamente o di qua o di là. […] Il significato dell’uomo sta nell’essere un confine vivente. L’unico atteggiamento adeguato alla realtà, quello più autenticamente umano, è influenzato dal confine». Forse è questo aspetto di “confine vivente” a dire una profonda verità dell’uomo che da sei anni guida il popolo dei cattolici, un aspetto che ancora sfugge a noi uomini dell’Europa, del “centro”, non abituati a un Papa malinconico. Anche per questo pensiamo che sia solo “eccentrico”.

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Immaginazione e senso del confine nelle lettere di Matteo Ricci
Quella malinconia che spinge a vivere
di GIANNI CRIVELLER

Il missionario gesuita Matteo Ricci, morto a Pechino nel 1610 all’età di 57 anni, unì l’annuncio del Vangelo, l’umanesimo rinascimentale e la civiltà cinese della dinastia Ming. Considerato un gigante di scienza e lettere, non si conosce abbastanza il tratto umano — quasi fragile — di Matteo Ricci.
Egli confessa più volte di soffrire di malinconia. Ne scrisse a Ludovico Maselli, suo superiore a Roma: «Non mi causa tanta tristezza il star lontano di miei parenti secondo la carne, sebbene io son molto carnale, quanto di star lontano da Voi, che amo più che mio padre. Non so che imaginatione mi viene alle volte, e non so come mi causa una certa sorte di melanconia, che mi par che è buona, e havrei scrupolo di non haverla».
Nella tradizione cattolica e letteraria (inclusi Dante e Petrarca) la malinconia non era affatto buona, ma un sentimento calamitoso associato all’accidia, un vizio capitale. Per i medici greci la malinconia è la malattia umorale delle persone tristi. Aristotele invece si chiede come mai gli uomini eccezionali siano malinconici.
Studiando i sogni, che il filosofo fa derivare dall’incontinenza della facoltà immaginativa, arriva a una straordinaria conclusione: «Vi sono uomini malinconici i cui sogni sono veri» (Etica Eudemia, VII, 2, 1248° 30-1248b).
Anche Matteo fece un sogno malinconico e veritiero, ci torneremo. Gli umanisti associano la malinconia aristotelica allo spirito degli artisti e all’immaginazione. I malinconici sono spiriti geniali che percepiscono l’oscurità e la fugacità della condizione umana, e immaginano un mondo diverso. Inventano immagini visuali e poetiche per rappresentare un mondo altro.
È la malinconia che Ricci scrive essere buona, anzi che avrebbe scrupolo a non avere. È la malinconia moderna. Ricci visse nel secolo d’oro della malinconia, al cui studio si prestavano le lettere dei missionari. Nel 1621, solo 11 anni dopo la sua morte a Pechino, Robert Burton pubblica a Londra Anatomia della malinconia, un trattato fondamentale che introduce la malinconia nel dibattito moderno. Ricci vi è citato ben sedici volte.
Malinconia e immaginazione, nelle lettere di Ricci, vanno insieme, proprio come nella famosa incisione di Albrecht Dürer Melencolia I. Ricci si era addestrato all’esercizio dell’immaginazione negli anni della formazione. La composizione di luogo, insegnata dal fondatore Ignazio, è la pratica di entrare, grazie alla fruizione di immagini, in uno spazio immaginativo che conduce alla contemplazione.
Le immagini creano mondi nuovi e conducono la persona fuori da sé, rendendo possibile un incontro con gli altri e con l’Altro. L’adozione di immagini sacre con il loro potere immaginifico e persino taumaturgico, fu una delle più innovative caratteristiche della missione gesuitica in Cina.
La malinconia di Ricci non è la depressione che conduce all’indolenza, ma una malinconia buona, immaginativa. Riconoscendo la sua malinconia e il suo “essere molto carnale” — un chierico oggi difficilmente scriverebbe così — rende Matteo vicino e moderno.
Nel giugno del 1595, nel pieno della sua missione, Matteo Ricci colleziona una serie dolorosa di fallimenti. Sprofonda, come lui stesso ammette, in uno stato “assai melanconico”. In una lettera a Gerolamo Costa, un amico d’infanzia, racconta di aver avuto un sogno: una persona gli parla e lo consola, promettendogli di condurlo un giorno a Pechino.
Matteo capisce che si tratta del Signore. Fu l’unico sogno di un gesuita che ci sia stato trasmesso in 200 di anni di presenza in Cina. Il sogno non è certo un’invenzione retorica. Matteo non ne scrisse al superiore né ad altri: è solo la confidenza a un amico. In nessun modo Matteo poteva immaginare, quando ne scrisse, che la predizione si sarebbe realizzata per davvero. E ciò avvenne solo sei anni dopo, il 24 gennaio 1601, il giorno in cui finalmente entrò a Pechino.
Il sogno malinconico segna una svolta fondamentale. I biografi hanno omesso di osservare da vicino questo episodio, ma fu proprio grazie a esso che Matteo riacquistò fiducia in se stesso e cambiò strategia. Smise l’abito da monaco buddhista, nel quale si era sentito sempre a disagio, e vestì l’abito di letterato confuciano, che rispondeva molto meglio alla sua inclinazione umanistica. E poco dopo scrisse il suo primo libro, Dell’amicizia (1595), il manifesto del suo programma missionario.
La malinconia si risolve nell’amicizia, la sola, tra le cinque virtù confuciane, basata sulla scelta personale. Matteo ebbe espressioni di commossa tenerezza e nostalgia verso i suoi amici. Senza l’appoggio fraterno del suo amico Alessandro Valignano sarebbe stato impossibile adottare in Cina la via dell’accomodamento. Spesso i missionari litigano, ma l’amicizia tra Valignano e Ricci ha fatto un bene immenso.
Matteo ha avuto una forte amicizia con i collaboratori cinesi. Quando l’alto funzionario Feng Yingjing, che subì ingiustamente il carcere, morì senza battesimo, Ricci ebbe commosse parole di speranza per la sua salvezza eterna.
L’amicizia fu non solo un manifesto programmatico, ma anche un modo di vivere: «Se non ci fosse amicizia, nel mondo non ci sarebbe nemmeno la gioia».
Matteo Ricci è il missionario dell’amicizia. Costruì una fitta rete relazionale che gli ha permesso di realizzare progetti, sogni e immaginazioni. Raggiunta finalmente Pechino, non la lasciò più. La sua tomba, ancora onorata ai nostri giorni, è segno della forza del vangelo dell’amicizia, che abbatte il muro di inimicizia che separa persone e popoli. In Ritratto della malinconia (1928) Romano Guardini descrive la malinconia in termini di confine. Parole in cui Ricci, e con lui molti missionari, si sentirebbero rappresentati.
«Ci sono quelli che sperimentano profondamente il mistero di una vita di confine. Non stanno mai decisamente o di qua o di là. La malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Il significato dell’uomo sta nell’essere un confine vivente. L’unico atteggiamento adeguato alla realtà, quello più autenticamente umano, è influenzato dal confine».

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Beatitudine e minaccia
Pubblichiamo uno stralcio del libro «Ritratto della malinconia» di Romano Guardini (Morcelliana, 1999)
Per conto mio, io credo che, di là da qualsivoglia considerazione medica e pedagogica, il suo significato sta in questo, che è un indizio dell’esistenza dell’assoluto. L’infinito testimonia di sé, nel chiuso del cuore. La malinconia è espressione del fatto che noi siamo creature limitate, ma viviamo a porta a porta con... — ebbene sì, abbandoniamo alla fine il termine troppo prudenziale e astratto di cui ci siamo serviti finora: il termine di “assoluto”; scriviamo al suo posto quello che solo si addice — viviamo porta a porta con Dio. Siamo chiamati da Dio, eletti ad accoglierlo nella nostra esistenza.
La malinconia è il prezzo della nascita dell’eterno nell’uomo. Forse sarà meglio dire: in determinate persone; determinate, destinate a sperimentare più profondamente tale vicinanza, la pena di tale nascita. Ci sono persone le quali innanzi tutto sperimentano ciò che è puramente naturale e umano; si ritrovano in forme ben delineate, in un lavoro chiaramente definito; vivono tra gioie misurate e misurati dolori. La loro situazione terrena è chiara, ci si muovono dentro a tutto loro agio. E qualora non soccombano al pericolo, insito in tanta chiarezza, della vana compiacenza e del filisteismo, quando si rendono conto che la loro finitezza è teatro di decisioni di portata infinita, una esistenza di tal fatto è sempre bella, è nobile. Ci sono altri i quali in certo qual modo sono, senza meno, “di là”: non vivono più secondo le leggi terrene; estranei a questo mondo, stanno in attesa della realtà vera. Anche la vita di costoro è chiara. Corrono il pericolo di diventare fantastici, fuori dalla realtà, spogli di ogni serietà. In caso che superino tale pericolo, e imparino a restare fermi al posto loro assegnato, ad attendere vigili, senza trascurare con ciò il compito quotidiano, per insignificante che possa apparire, anche la loro esistenza non è meno chiara, non è meno bella.
Ci sono poi di quelli che sperimentano profondamente il mistero di una vita di confine. La loro natura è tale che non stanno mai decisamente o di qua o di là. Vivono nella terra di nessuno. Sperimentano l’inquietudine che passa dall’una all’altra parte: portano in loro i poli dell’umana natura e la sua interezza, e con ciò stesso anche la possibilità del dissidio. Medici e psicologi ti sanno dire un mucchio di cose, e tutte pertinenti, circa le cause e la struttura intima della malinconia. Purtuttavia e spesso, vi frappongono cose talmente banali, che non si sa proprio come mandarle d’accordo con la profondità e la violenza della passione che sta sotto a quella esperienza. Ciò che essi ti sanno dire non va oltre la teoria di certe sottostrutture fondamentali.
Il vero significato non si rivela se non attraverso lo spirito. E mi pare che lo si debba formulare così: la malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Beatitudine e minaccia a un tempo.


© Osservatore Romano - 15 marzo 2019

 

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