Rassegna stampa formazione e catechesi

PAPA FRANCESCO E L’IDEA DEL PROGRESSO

civiltà cattolica ago 2020Pubblichiamo un articolo tratto dal nuovo numero de «La Civiltà Cattolica» (quaderno doppio 4083-4084), uscito sabato 1° agosto.

di GIANDOMENICO MUCCI

La parola «progresso» è una di quelle più comunemente usate. È praticamente sinonimo di miglioramento, perfezionamento, evoluzione, e la sua correlativa, «regresso», indica involuzione, decadenza, ritorno a uno stadio meno avanzato o primitivo.
L’esigenza del progresso è insita nella natura stessa dell’uomo, che si svolge, perfezionandosi, attraverso le sue attività nell’ambiente storico e sociale, che, a sua volta, si trasforma e si modifica. La storia è fatta dei rapporti che gli uomini stabiliscono tra di loro e con l’ambiente sviluppando le loro potenzialità, progredendo. I limiti del progresso sono, in definitiva, i limiti della natura umana, che possono essere sempre ulteriormente spostati in avanti, ma mai soppressi. Accanto a questo significato generico di progresso, la modernità ha introdotto il mito del progresso indefinito, che postula la vittoria finale e totale dell’umanità sul dolore, sul male e sulla morte. È un mito che, nonostante le smentite dell’esperienza e del pensiero critico, conserva ed esercita la sua potenza di suggestione sentimentale ed è destinato a risorgere in tutte le utopie. Oggi poi è reso maggiormente credibile dallo sviluppo della tecnoscienza (Cfr. N. Petruzzellis, «Progresso», in Enciclopedia Filosofica , vol. III , Firenze, Sansoni, 1957, 1656-5).

Il Concilio Vaticano II , che costituisce la più alta forma di Magistero della Chiesa nell’ultimo secolo, riconosce il progresso realizzato dall’uomo «specialmente con l’aiuto della scienza e della tecnica», che gli ha permesso di estendere «il suo dominio su quasi tutta intera la natura» (Costituzione pastorale Gaudium et spes , n. 33) sicché «il grandioso sviluppo delle scienze materiali e umane» ( Ivi , n. 54) può preludere a «un ordine temporale più perfetto» ( Ivi , n. 54). L’unica preoccupazione della Chiesa è che «l’odierno progresso delle scienze e della tecnica, che in forza del loro metodo non possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire un certo fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione di cui fanno uso queste scienze viene innalzato a torto a norma suprema di ricerca della verità totale» ( Ivi , n. 57).
Come si vede, il Concilio parla del progresso nella sua accezione più comune e corrente. Quasi sempre fanno altrettanto altri documenti ecclesiastici. Così anche la predicazione ordinaria. Ci sembra pertanto che, a livello di Magistero, sia la prima volta che nell’enciclica Laudato si’ ( Ls ) di Papa Bergoglio compaiono, e sono esplicitamente e chiaramente citati e discussi, l’idea, il significato, il mito del progresso indefinito. Noi qui non intendiamo commentare l’enciclica e i sei capitoli nei quali si divide, ma soltanto enucleare da essi quanto si riferisce direttamente a quell’idea.

La tecnica del possesso
Quando gli esploratori americani posero piede sulla luna, quel giorno che è entrato nella storia dell’umanità, Paolo VI scrisse alla Nasa: Vidimus et admirati sumus . La medesima stupefatta ammirazione è nel giudizio di Papa Bergoglio sul progresso: «Siamo gli eredi di due secoli di enormi ondate di cambiamento: la macchina a vapore, la ferrovia, il telegrafo, l’elettricità, l’automobile, l’a e re o , le industrie chimiche, la medicina moderna, l’informatica e, più recentemente, la rivoluzione digitale, la robotica, le biotecnologie e le nanotecnologie. È giusto rallegrarsi per questi progressi ed entusiasmarsi di fronte alle ampie possibilità che ci aprono queste continue novità [...]. La tecnologia ha posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano e limitavano l’essere umano» ( Ls , n. 102). Sennonché, «ogni epoca tende a sviluppare una scarsa auto-coscienza dei propri limiti» ( Ivi , n. 105) e dal raggiunto progresso («l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso Dna e altre potenzialità») deriva «un tremendo potere» in «coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla». Allora, «mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo» ( Ivi , n. 104). Il pericolo e il timore scaturiscono da quello che il Papa considera «un notevole eccesso antropocentrico» ( Ivi , n. 116). E lo spiega. Il soggetto o uomo moderno si pone dinanzi al suo oggetto con un processo logicorazionale e tende a possederlo, dominandolo e trasformandolo con la sperimentazione propria del metodo scientifico, «come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione», interessato a «estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana»; e da qui «si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata», che «suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite» ( Ivi , n. 106). «La cura della casa comune», che è il tema generale dell’enciclica, non richiede di porre il freno alla creatività dell’uomo, ma certamente esige che l’uomo d’oggi riconsideri gli effetti, il contesto e i limiti etici della sua attività (Cfr. ivi , n. 131). L’«eccesso antropocentrico» o un «antropocentrismo deviato» produce il relativismo pratico. «Quando l’essere umano pone se stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo. Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati» ( Ivi , n. 122). In un paragrafo drammatico, il Papa inserisce in questa cultura del relativismo e in questa patologia del soggetto i tristissimi fenomeni che stanno sotto i nostri occhi sgomenti: il degrado sociale e ambientale, la sopraffazione sull’uomo ridotto o al lavoro forzato o alla schiavitù, lo sfruttamento sessuale dei bambini, l’abbandono dei vecchi, la tratta degli esseri umani, la criminalità organizzata, il narcotraffico, il commercio insanguinato dei diamanti e delle pelli degli animali in via di estinzione. Quando l’interesse e la necessità prevalgono sulle verità oggettive e su stabili princìpi etici, a poco servono i programmi politici e la stessa legge, «perché quando è la cultura che ci corrompe [...], le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare» ( Ivi , n. 123). E, «ugualmente, quando la tecnica non riconosce i grandi princìpi etici, finisce per considerare legittima qualsiasi pratica» ( Ivi , n. 136). Superfluo portare esempi. Dalla «coscienza della gravità della crisi culturale ed ecologica» ( Ivi , n. 209) il Papa risale ai fondamenti della cultura moderna, alla «critica dei “miti” della modernità basati sulla ragione strumentale (individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole)» ( Ivi , n. 210). Ma senza illusioni. A una situazione tanto complessa non possono recare rimedio i singoli, i quali «possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale» ( Ivi , n. 219). Occorre una conversione comunitaria che risponda, in tutti i settori, dalla scuola alla parrocchia e alla politica, alla sfida educativa e promuova comportamenti corrispondenti alla volontà comune di «uscire dal pragmatismo utilitaristico» ( Ivi , n. 215). Il momento centrale di una tale conversione consiste nel convincimento di dover ormai abbandonare la «fiducia irrazionale nel progresso» e maturare «una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta» ( Ivi , n. 19), con la riconsiderazione delle motivazioni dell’etica entro le quali vanno condotte le ricerche della scienza e della tecnologia (Cfr ivi , n. 60). Il valore e la fragilità della natura sono motivi e imperativi per «porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato» ( Ivi , n. 78. Cfr. anche C. Casalone, Una ricerca etica condivisa nell’era digitale , in «Civ. Catt.» 2020 II 30-43).

La tecnoscienza
Per il suo stesso argomento, una buona parte dell’enciclica è una meditazione sulla natura e sui compiti della scienza e sulle applicazioni della tecnica. L’una e l’altra, infatti, condizionano pesantemente sia la vita delle persone sia il funzionamento della società e sono all’origine di molte difficoltà del mondo attuale. Basti pensare ai loro prodotti, niente affatto neutri, che governano largamente gli stili di vita e, senza parere, orientano la vita di tutti secondo gli interessi di determinati gruppi di potere (Cfr. ivi , n. 107). «Oggi il paradigma tecnocratico è diventato così dominante che è molto difficile prescindere dalle sue risorse e ancora più difficile è utilizzare le sue risorse senza essere dominati dalla sua logica. È diventato contro-culturale scegliere uno stile di vita con obiettivi che almeno in parte possano essere indipendenti dalla tecnica, dai suoi costi e dal suo potere globalizzante e massificante» ( Ivi , n. 108). Lo strapotere della tecnoscienza diventa sovrano quando, nell’attuale frammentazione del sapere che toglie il senso della totalità e delle relazioni che esistono tra le scienze e le cose, esso si erige a orizzonte etico di riferimento e a criterio unico per interpretare l’esistenza (Cfr. ivi , n. 110). La «sfrenatezza megalomane» ( Ivi , n. 114) dell’uomo contemporaneo non pare favorisca nella gente, che pure si serve del progresso della scienza e della tecnica, la fiducia nel futuro. Da un lato, essa non si sogna di rinunciare a quanto il progresso le mette a disposizione; dall’altro, avverte «una fugacità che ci trascina in superficie in un’unica direzione», senza potersi fermare «per recuperare la profondità della vita» ( Ivi , n. 113). Ne consegue «un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico». È un pericolo che il Papa paventa: «L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro» ( Ivi , n. 162). E conclude: «Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi progresso» ( Ivi , n. 194). Per sanare e per prevenire, un compito, tra gli altri, si presenta più urgente: «È indispensabile anche un dialogo tra le stesse scienze, dato che ognuna è solita chiudersi nei limiti del proprio linguaggio, e la specializzazione tende a diventare isolamento e assolutizzazione del proprio sapere» ( Ivi , n. 201). C’è poi un compito decisivo che deve impegnare particolarmente le religioni: «Qualunque soluzione tecnica che le scienze pretendano di apportare sarà impotente a risolvere i gravi problemi del mondo se l’umanità perde la sua rotta, se si dimenticano le grandi motivazioni che rendono possibile il vivere insieme, il sacrificio, la bontà» ( Ivi , n. 200). Sarebbe un errore pensare la Ls come un mero elenco di denunce, di preoccupazioni, di ammonimenti, o come l’espressione di un pessimismo preconcetto. Essa, invece, nasce dalla stessa missione religiosa della Chiesa, di cui sono parte «i compiti, la luce e le forze che possono contribuire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la legge divina» ( Gaudium et spes , n. 42). Questa missione evangelica e apostolica comprende una indefettibile speranza. «Non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori» ( Ls , n. 205).

Un commento autorevole
Nei paragrafi che toccano il tema del progresso indefinito, i soli di cui qui ci siamo occupati, la Ls continua l’insegnamento della Chiesa sul progresso, ampliandone il concetto, prendendo in esame quello invalso nella cultura occidentale dal Settecento in poi. Su questa idea moderna di progresso il Papa offre un commento autorevole, che poggia sulle seguenti affermazioni. Scienza, tecnica e ricerca applicata sono un bene in se stesse. Prodotte dall’ingegno umano, creano risorse che promuovono il benessere integrale dell’uomo e sono a servizio di tutti gli uomini. Raggiungono questo loro fine quando rispettano nella persona umana il limite della loro azione e accettano di essere normate dai valori morali. Da sole, senza cioè il confronto con altri saperi, le scienze sperimentali non posseggono la capacità di indicare il senso dell’esistenza e dello stesso progresso che esse producono. Scienza, tecnica e ricerca applicata non sono attività moralmente neutre. Il valore della loro attività non può essere valutato e giustificato soltanto per la loro utilità pratica per alcuni, dimenticando il danno subìto da altri, e per l’appoggio che ricevono dalle ideologie dominanti. Si chiede loro di essere al servizio della persona umana e dei suoi inalienabili diritti: il che, per i credenti, significa conformità al progetto e al volere di Dio (Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica , nn. 2293 s.). È stato giustamente notato che il Santo Padre, con questa sua enciclica, richiama tutti alle responsabilità individuali e sociali, a una metanoia del pensare e dell’agire, a un’antropologia integrale che concepisce l’uomo come l’essere in relazione e interdipendenza, corresponsabile del mondo e degli uomini, aperto alla trascendenza (Cfr. F. J. Froján Madero, Brevi pontifici scomparsi , in «L’Osservatore Romano», 23 luglio 2015, 5).

© Osservatore Romano - 2 agosto 2020

Venerdì della XIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Maksymilian Maria Kolbe, O.F.M. Conv. martire († 1941)

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