Rassegna stampa formazione e catechesi

Paolo VI visto dal Diario dell’Arcivescovo Pericle Felici, Segretario Generale del Vaticano II

+  Agostino Marchettoconcilio vaticano ii padri conciliariconcilio vaticano ii padri conciliari

Dal mio recente intervento al Congresso della Rivista Annuarium Historiae Conciliorum, intitolato, La minoranza nel Concilio Vaticano II dal “Diario” di Mons. Felici, ricordavo d’inizio Mons. Vincenzo Carbone che lo trascrisse e in parte stese il suo apparato critico che fu edito a mia cura – e tracciavo una presentazione del suo Autore.

Ad esso rimando nell’impossibilità per ragioni di tempo di fare qui altrettanto. Decido pure di agire allo stesso modo per quel che mi riguarda, rilevando solo che per l’apparato critico di questo mio intervento ricorderò in nota i richiami (ma non ne leggerò il testo) ai miei due studi fondamentali relativi ai personaggi che via via vorrò richiamare dal “Diario”.

Per i passi citati del testo Felici indicherò invece nel testo soltanto il riferimento di pagina della mia edizione, che farà facilmente trovare i richiami dell’edizione delle relative fonti conciliari, cioè gli Acta et Documenta e gli Acta Synodalia, in totale 64 grossi volumi[1] .

*         *           *

Naturalmente per rispettare il campo di ricerca di questo nostro incontro non presenterò quanto risulta del Papa Giovanni XXIII dal “Diario” Felici, ma inizierò dalla fine del Pontificato giovaneo con nota di Felici, durante l’“interregno”, del suo dialogo con i Card. Döpfner e Spellman.

Quest’ultimo asserisce che “non credeva di trovare a Roma una opposizione, ‘così atroce’, alla candidatura del Card. Montini” (11/6/63). Ma “L’orazione di Tondini pro eligendo non è felice, mette troppo in evidenza le critiche degli ambienti curiali sul trascorso pontificato. Certamente creerà reazione in molti Cardinali esteri e influirà sul Conclave – nota Felici che così prosegue –: “Conoscendo la stima di cui gode presso di loro e la campagna che fa in suo favore il Card. Micara[2] ,  sono ormai sicuro della sua [di Montini] elezione” (19/6/63). E così è.

Il nuovo Papa vuole presto vedere l’A. e lo accoglie con un significativo “Io ho in lei piena fiducia” (5/7/63). Rispondendo al suo invito, Felici, il 29/8/63, gli propone che la direzione del Magno Sinodo sia affidata a 4 o 5 Eminentissimi [Cardinali], ma il Segretario di Stato fa aggiungere allo scritto che il Consiglio di Presidenza rimanga come organo supremo. Finalmente il Segretario Generale spiega la sua formula propositiva “che finì per piacere”, mentre invece egli si dichiara poco convinto delle modifiche apportate al Regolamento. A proposito, poi, dei Moderatori, l’A. dice al Segretario di Stato che alcuni erano uomini di parte e quindi poco adatti a “moderare”. Sono aperture rivelatrici di dove stia Felici.

A questo proposito egli stesso si esamina, più tardi (21/6/64), osservando quasi con distacco. “Talora io penso come possa essere toccato a me l’ufficio di Segretario del Concilio Ecumenico. Un po’ per carattere, un po’ per formazione, un po’ per ministero esercitato con certi orientamenti, io mi trovo a condividere nella dottrina e nella pratica alcune posizioni che si è convenuto chiamare tradizionali, pur guardando con serenità – così mi sembra – a delle aperture, che possono migliorare gli spiriti e renderli più adatti alla diffusione del vero e del bene.

In Seminario, particolarmente, ho cercato di correggere (più che combattere) alcune ideologie di marca tedesca o francese, riguardanti l’ascetica, la liturgia, la formazione spirituale, la morale, ecc.

Ora invece mi trovo al Concilio a dover fare l’imparziale fra diverse tendenze; e quello che fa la voce più grossa è quello a cui io ho guardato con una certa preoccupazione. Il guaio è che in pratica la preoccupazione è anche dei Superiori, nonostante che anche loro debbano guardare con una certa imparzialità a questo fiorire di cervelli e talora ne sentano il fascino. Naturalmente chi deve eseguire (senza poter dire la fonte) è il Segretario Generale, il quale dovrebbe combinare cose in pratica assai scombinate. Nonostante ciò io ho piena fiducia nella grazia del Signore e nel tempo. Nelle mie capacità confido molto poco. Andiamo avanti, in nomine Domini, da cui viene l’aiuto”.

Il 29/X/93 il Segretario Generale scrive, ed è significativo per l’orientamento di Papa Montini, che avrà d’ora in avanti udienza papale ogni giovedì, prima dei Moderatori. A loro proposito, molto interessante è quanto Felici affida al suo “Diario”, conferma di una difficoltà di rapporti, poiché essi seguirono non una sola volta vie poco prudenti, volendo far da sé. Ciò si manifesta a vista di tutti (v. nel “Diario” ottobre ’63) per la questione famosa dei quesiti da sottoporre ai Padri, con distruzione delle prime schede preparate dai Moderatori, e votazione del 30/X/63: “pagina poco onorevole”, commenta Felici.

Questo nodo nelle relazioni ritorna più volte nelle “memorie”, legato soprattutto alla questione della collegialità, con citazioni illustrative, al riguardo, di Papa Paolo[3]   (23/1/64, 31/1/64, 12/3/64, 23/3/64, 27/3/64, 1/4/64, 9/4/64, 6/5/64, 14/5/64, 16/5/64, 18/5/64, 3/6/64, 10/6/64: un po’ di dispiacere papale per la posizione assunta da Mons. Parente[4], - 17/6/64: nuovo testo e suggerimenti di Felici, 5/8/64: egli avrebbe “preferito una maggior precisione di linguaggio e una più esatta documentazione di fonti”, 9/9/64: il capitolo della collegialità, per Paolo VI, “è una spina”, 17/9/64: nota lettera di Cardinali ed altri Padri intesa a sospendere la votazione sul cap. III del De Ecclesia; per Felici, invece, bisogna continuare, 22/9/64: “il Papa non ci ha dormito”. È indicativo della sensibilità di Paolo VI.

In data 23/9/64 il Segretario Generale gli suggerisce un intervento di Philips[5]  - e non di Ruffini[6], -  come invece pensava Paolo VI, per una mediazione anche sul De Beata. Felici conclude (30/9/64): “molti ‘nodi’ per il cap. III De Ecclesia approvato. “Speriamo che alcuni punti vengano migliorati o corretti. Altrimenti il primato del Papa, per quanto venga affermato fino a stancare, avrà certamente un colpo non lieve. V’è tutto uno sforzo per condizionare in qualche modo l’azione pontificale del Papa”. Il Segretario Generale affronta altresì la difficoltà sorta per gli strumenti di comunicazione sociale, ricevendo la solidarietà del Pontefice, aspetto di rilievo della sua personalità (1/1/64, 9/4/64, 21/5/64). Certamente nel riportare avvenimenti e giudizi, nel suo Diario, Felici rimanda a quanto “già messo” in archivio, ma quel che scrive qui sui punti caldi sinodali rivela il pensiero dell’A. con chiarezza e anche le sue contrarietà. Per altro il suo ruolo in più momenti appare decisivo, come attesta la scelta della formula di conferma papale dei documenti finali sinodali, nonostante quanto affermato finora da molti (Ottobre ’63, alla fine).

Per il fatto poi che Paolo VI affida al Segretario Generale sempre più gravi incombenze, con il passare del tempo e con il crescere della fiducia e per la generosità di Mons. Felici nell’adempiere i compiti affidatigli, egli deve “seguire”  periti ed esperti (2/1/64: “disappunto papale per P. Congar”[7] , - 23/1/64: a causa dei gesuiti olandesi e di “Concilium”, 27 e 28/2/64 per P. Murphy: “sappia che lavora contro la Chiesa” (15/1/64): per R. La Valle[8] - e G. Alberigo[9], - attraverso il Card. Lercaro[10], - 9/4/64: dunque vigilanza, 3/6/64: il Papa “è preoccupato per l’intraprendenza e l’inobbedienza di alcuni periti”). Da seguire è altresì il nuovo organismo (“Consilium”) per la Liturgia (9/1/64, 4/2/64, 13/2/64: il S. Padre è dispiaciuto per l’atteggiamento poco equilibrato del Card. Lercaro, e per Mons. Carli[11] – “così polemico e poco comprensivo”. Ancora è la volta di alcuni periti (31/12/64, 18/2/65, 18/3/64: su Küng[12] – 10/2/65: “insubordinazione e ribellione”, 18/2/65: circa gli Osservatori, 10/6/65: di nuovo sui periti, 10/2/65 riguardo a Mons. Parente). Tutto questo è rivelatore soprattutto di preoccupazioni espresse dal Papa, che pur con equilibrio si colloca nella sua responsabilità massima di Successore di Pietro.

Paolo VI e il Segretario Generale concordano inoltre un testo finale riguardante gli ebrei (21/5/64 e 2/7/64: non piace la proposta Lercaro, v. pure 12/2/65), mentre il Papa si rivela non completamente soddisfatto dello schema XVII che si chiamerà poi XIII nei giorni 7/10/64: “raffazzonato e di esito assai incerto”, secondo Felici, 11/5/65, 2/12/65 e 5/12/65: sulla guerra).

A Papa Paolo non piace molto altresì lo schema De Libertate (24/9/64, 13/10/64, 15/10/64, v. poi 18/11/64, 19/11/64, 25/3/65, 16/9/65, 17/9/65, 20/9/65, 2/12/65). L’orientamento del Pontefice sarebbe stato pure di chiudere il Magno Sinodo nel ’64 (12/3/64; 26/8/64, ma il 9/4/64 aveva detto a Felici: “si prepari alla IV sessione”).

Degno di attenta lettura è inoltre quanto l’Autore scrive su alcuni snodi delicati del Concilio nei suoi due ultimi anni.

In primo luogo il capitolo III di Lumen Gentium e la Nota Explicativa Praevia (11/11/64: il Papa chiede modifiche del testo altrimenti non potrà approvare, 8/11/64, 16/11/64, 21/11/64: “trionfo del Papa e della Madonna”, ma, 28/1/65: bisognerà “evitare polemiche e far parlare i documenti” nota il Segretario Generale, 10/2/65: Paolo VI si lamenta degli interventi di Mons. Parente sulla questione della Nota Praevia. Il 4/3/65 Felici conclude: “A mio giudizio il S. P. si preoccupa troppo e mostra di aver paura. Non c’è di peggio, mi sembra, per un governo davanti a delle persone talora violente”. Queste parole – che non condivido – peraltro sono da leggere tenendo in conto le altre, di ammirazione, proprio per la fortezza del Papa (21/11/64 e 18/11/64).

Passando (26/11/65) alle proposte fatte da Paolo VI nella questione del matrimonio il Papa esprime il suo disappunto per la reazione provocata nella Commissione. Comunque egli accetta pure altre formulazioni, purché rispondano al suo pensiero; se gli altri hanno la coscienza, anche Paolo VI ha la sua, e deve seguirla, “per non compromettere la vera dottrina della Chiesa, che in tutto lo schema non è sempre esposta con la dovuta limpidezza (anche qui la preoccupazione per la dottrina, caratteristica montiniana). E poi cosa è tutto questo parlare di amore, amore, amore senza dire che il fine primario del matrimonio è il bonum prolis? E perché non denunziare gli antifecondativi e i contraccettivi quando si condanna, l’aborto e l’infanticidio?” La posizione di Paolo VI è dunque chiarissima e sboccerà nella Humanae Vitae.

“Le parole del Papa mi danno tanto conforto e glielo dico”, aggiunge Felici. Fa da sfondo a questo discorso quello del Cardinale Suenens sulla limitazione delle nascite (29/10/64), poi da lui rettificato (7/11/64) “secundum quid”.

Di rilievo altresì sono alcuni tratti del Diario sul de Oecumenismo, già approvato, che non “dà sicurezza al Papa e quindi non potrà passare in questa sessione”. La cosa invece avviene (16/11/64), poiché il Cardinale Bea[13] e Mons. Willebrands[14] – accettano tutte le modifiche proposte da Paolo VI (18/11/64).

Sulla Divina Rivelazione varrà ricordare inoltre una sua costante, come risulta dal Diario, e cioè la sua volontà che lo schema parli di più e più chiaramente della Tradizione come fonte costitutiva della Rivelazione stessa. Così il 23/9/65 il Pontefice incarica Felici di notificarlo alla Commissione.

Ad ogni modo (14/10/65) il Papa, “delle modifiche fatte dalle Commissione Teologica nello schema, dietro suo suggerimento, non è completamente entusiasta; avrebbe desiderato di più, comunque si contenta”. In tal giorno Paolo VI fa cenno al Segretario Generale di due lettere scritte da Em.mi in cui si critica il suo modo di intervenire presso la Commissione Teologica. “Ha loro risposto affermando che il Papa non può limitarsi ad approvare o no, alla fine; ma deve anche in itinere, consigliare, persuadere, ecc”. Felici aggiunge qui un Optime! Di approvazione.

Per quanto riguarda la questione della condanna del comunismo e del relativo ricorso di Mons. Carli, la proposta di soluzione di Mons. Felici è accettata dal Pontefice e da tutti (26/11/65). Questo dice delle divisioni all’interno sia della minoranza, come è del resto nella maggioranza. In entrambi le “ali” del Concilio vi sono delle estremità renitenti al continuo sforzo pontificio di condurre al consensus, che diventerà alla fine quasi unanimità. In effetti sulla questione di merito (circa la condanna del comunismo) si è d’accordo di non rinnovarla espressamente, ma nella Relazione si dirà che i suoi errori son già condannati nel testo, come del resto lo sono dal Magistero della Chiesa; e se si evita di entrare esplicitamente ora nella questione, è per sfuggire a interpretazioni politiche; nel testo conciliare (in nota) poi si richiameranno le Encicliche ove il comunismo stesso è apertamente denunziato e condannato.

Potremo anche rilevare l’accoglienza, definirei cordiale, un apprezzamento, da parte di Felici, della riforma liturgica conciliare, di un grande latinista come lui. “Il nuovo rito riesce bene” scrive il 19/3/65, “la partecipazione dei fedeli è più intensa”, ciò lo porta a difendere l’italiano introdotto in S. Pietro in opposizione ad alcuni Capitolari che vorrebbero la Messa continuasse tutta in latino.

Interesserà altresì qualche aspetto della relazione specialmente del Segretario Generale con i Moderatori, che non furono del tutto serene, come già sappiamo.

Il 15/10/64 Felici manifesta l’impressione che tre di loro stiano sia al governo che all’apposizione. “I Moderatori bisogna moderarli” osserva Paolo VI (il 13/10/64, scherzando, ma non troppo). Il Segretario Generale asserisce che i Moderatori “hanno fatto altolà al Papa”. Per altro successivamente c’è un dialogo di chiarimento con Döpfner. Felici osserva (19/10/64): “I Moderatori praticamente influenzano il Papa; hanno capito che non è un carattere forte e deciso. Ho detto scherzando che in questa maniera si viene instaurando di fatto un conciliarismo. Mi auguro che questi pensieri siano sciocchi. Ma chi sa!” Io direi che lo sono.

Significativo comunque è quanto Felici suggerisce a Paolo VI, il 6/5/65, cioè di “lasciare gli organi direttivi del Concilio già come sono; solo si dovrebbe raccomandare ai Moderatori di essere veramente tali; non dovrebbero prendere posizione per questa o quell’altra tendenza, né esprimere opinioni personali. E il Santo Padre è d’accordo; è il suo pensiero”.

Il 10/6/65 il Papa esprime ancora la sua preoccupazione per i Moderatori, ma vede anche di poco buon occhio alcune iniziative della CEI e del Coetus Internationalis Patrum[15] – (13/8/65).

Però oltre ai Moderatori pure la Segreteria di Stato crea – secondo Felici – qualche difficoltà, cosicchè auspica (15/10/64) che essa “non si interessi più direttamente dei problemi conciliari (ogni volta che lo ha fatto, ha messo confusione)”. Implicito risulta qui la diversità di visione fra il Sostituto Mons. Dell’Acqua e il Segretario Generale del Concilio.

A completamento indicativo, ricordo un altro “sfogo” di Felici affidato al Diario per quanto concerne l’accusa a lui rivolta di essere appunto “il manutengolo della Curia Romana” (19/10/64). “Se sapessero costoro – si lagna fra sé e sé – quanto ho dovuto soffrire per alcuni suoi Prelati”! E aggiunge “se la campagna [denigratoria] continuerà potranno cambiarmi mestiere e ne ringrazierei Iddio” (19/10/64).

Queste “sono le spine che ci capitano nel nostro lavoro” (15/10/64), esclama a questo proposito il Papa – che capisce la situazione – e aggiunge con pena: “non mi fanno più dormire”, e non è la prima volta che così confessa la sua tensione, si badi bene (v. 8/11/64).

Ci avviciniamo nel Diario alla fine del Concilio e già vi è scambio di vedute del Papa con Felici per la fase post-conciliare. Per questa ragione qui raccogliamo anche noi, prima di concludere, una lode al magno Sinodo da parte di Felici stesso e ciò controbilancia e sfuma tante cose da lui scritte di getto e sottopressioni e angustie giornaliere, specialmente nei periodi particolarmente duri e faticosi, trascorsi con difficoltà anche psicologica. Ecco le sue precise parole di apprezzamento: “Forse nessun Concilio ha avuto una fine così bella e promettente (8/12/65), coronata – mi sia lecito ricordarlo – da un pranzo con Paolo VI, che aveva invitato in quel giorno di chiusura anche i Monss. C. Colombo[16] – e Willebrands. Il Papa vi si mostrò molto soddisfatto del Magno Sinodo ed ebbe altresì, il 17/12/65, parole altamente elogiative per la Segreteria Generale ricevuta in udienza. E la riconoscenza con i propri collaboratori, fu caratteristica di Papa Montini. Ed è un’espressione della sua carità.



[1] V. Carbone, Il “Diario” conciliare di Monsignore Pericle Felici, (a cura di A. Marchetto), L.E.V., Città del Vaticano, 2015; A. Marchetto, Il “Diario” conciliare di Mons. Pericle Felici, Addendum, L.E.V., Città del Vaticano 2016; ID., Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, Città del Vaticano 2005; ID, Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica, L.E.V., Città del Vaticano 2012.

[2] Per la sua corretta ermeneutica p. 374.

[3] Cfr. Contrappunto p. 400 e Per la sua corretta ermeneutica p. 374s.

[4] V. Contrappunto, p. 400 e Per la sua corretta ermeneutica p. 375.

[5] Cfr. Contrappunto p. 400 e Per la sua corretta ermeneutica p. 375.

[6] V. Contrappunto p. 401 e Per la sua corretta ermeneutica p. 376.

[7] Cfr. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica p. 369.

[8] V. Contrappunto p. 398.

[9] V. Contrappunto p. 393 e Per la sua corretta ermeneutica p. 367.

[10] Cfr. Contrappunto p. 399 e Per la sua corretta ermeneutica p. 373.

[11] V. Contrappunto p. 394 e Per la sua corretta ermeneutica p. 368.

[12] Cfr. Contrappunto p. 398 e Per la sua corretta ermeneutica p. 372.

[13] V. Contrappunto p.394 e Per la sua corretta ermeneutica p. 367.

[14] Cfr. Contrappunto p. 403 e Per la sua corretta ermeneutica p. 378

[15] V. Per la sua corretta ermeneutica p. 369.

[16] Cfr. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica p. 369.


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