Rassegna stampa formazione e catechesi

Paolo VI. Il Papa che baciò la terra

Paolo VI in preghiera
Presentazione del Convegno

 (Campidoglio, 24/X/18)

Anche questo Convegno aiuterà a superare la barriera della incomprensione. Sì, crediamo pure noi che sia compito dello storico il «comprendere». Quindi non si tratta qui di «apologetica», di adulazione, né di denigrazione. Esso non mira a dare immediatamente a Paolo VI “la” ragione. Questo non è compito degli storici ma di Dio, nella valle di Giosafat, pure se abbiamo ormai il giudizio della Chiesa che da qualche giorno ha dichiarato Paolo VI santo. «Troppo complessa e sfumata è la sua personalità perché  non sia tradita da giudizi trancianti», che pur vi furono.

Sforzarsi di cogliere le ragioni di un grande spirito è però un gesto di legittima pietas, l’unico che allo storico sia concesso, ed è una via per riconciliarci con un passato che è ancora tanto vicino da non permettere sempre l’equanimità dei giudizi. Non faccio esempi in proposito ma solo richiamo quel giudizio del fondatore di una ben conosciuta scuola per il quale Paolo VI fu l’affossatore del Concilio Ecumenico Vaticano II.

*          *           *

Ma ricordiamo anzitutto per qualche momento gli anni della formazione (1897-1922) di Giovanni Battista Montini, la personalità del «maestro», Padre Giulio Bevilacqua, e il retroterra bresciano, con il curriculum studiorum del futuro Papa. Egli studiò all’Apollinare (antica sede del Laterano) dove ottenne la laurea in Diritto civile, il 3 luglio ’24, e ove fu docente, insegnando dal 1930 al 1937 “Storia della diplomazia pontificia” presso l’Institutum Utriusque Iuris.  Desideriamo, in questo contesto, segnalare altresì la vocazione per lo studio della storia da lui avvertita, nei primi mesi dopo l’ordinazione sacerdotale, e — per noi — in parte perseguita e realizzata. Importante è anche richiamare il suo «rapporto» privilegiato con la cultura francese e il suo perenne «rammarico per non aver potuto coltivare le proprie inclinazioni intellettuali». E veniamo perfunctorie agli anni della FUCI con richiamo all’«agostinismo spirituale» del giovane Montini, — v. peraltro anche il suo aderire al «tomismo», non quello « dai riflessi politici autoritari, in voga allora presso certi ambienti, ma la dottrina che fonda l’Umanesimo cristiano, in equilibrio tra natura e soprannatura, tra cultura e fede — mentre ricordiamo altresì il suo atteggiamento senza cedimenti, nemmeno «sotterranei», in relazione al modernismo, ben diverso dal suo rapporto con il mondo moderno, con la cultura moderna.

In Segreteria di Stato (1925-1954), (che sarà fatta presente al Convegno dai ricordi del Cardinale Giovanni Battista Re)  non è vero - come si scrisse - che “Mons. Giovanni Battista non amava il suo lavoro”. È esatto però dichiarare che “alle povere carte” preferiva i contatti spirituali e il dibattito intellettuale, ma lavorava e moltissimo e bene.

 Un cenno merita pure “Montini e le questioni italiane”, diciamo così, e specialmente il delinearsi del rapporto con De Gasperi  e suo aggancio con la nomina ad Arcivescovo di Milano.

E siamo alla II sessione del Concilio”, agli anni del Pontificato, al votum antipreparatorio dell’Arcivescovo, che molto non si discosta da quelli dei suoi confratelli nell’episcopato sparsi per il mondo. La maturazione « conciliare» vera e propria non è ancora giunta, ma verrà presto, anzi è già presente in Montini, che «magari senza un’intenzione precisa, prefigurava un ruolo mediatore fra le posizioni teologiche più avanzate e il patrimonio consegnato alla Chiesa dalla storia, con l’attenzione a non scartare ciò che di valido entrambi possono contenere». «Un rinnovamento nella fedeltà alla volontà di Cristo e nella continuità vitale della Chiesa: [dell’“unico soggetto Chiesa” dirà Benedetto XVI] era questa dunque la prospettiva con la quale Paolo VI si apprestava ad affrontare il suo nuovo compito di pastore universale». Siamo quindi in Concilio (1963-1965) con unione pregnante poiché esso divenne il suo concilio. È espressione da sottolineare quando altri lo chiamano «il Concilio di Papa Giovanni XXIII». Certo a ciascuno il suo, senza visioni settarie o «ideologiche». In tale contesto si deve affrontare bene la relazione del Vescovo di Roma con la «maggioranza conciliare». «L’accordo di fondo non avrebbe escluso momenti di confusione ed anche di tensione». In realtà le prese di distanza di Paolo VI da certe opinioni sostenute in seno alla maggioranza conciliare non erano solo tattiche, ma corrispondevano a riserve di principio. A tale riguardo ci fu chi scrisse che «Egli non era un teologo speculativo ... né un canonista, per quanto fosse un finissimo diplomatico; era, nel fondo del cuore, un sacerdote letterato, un direttore di anime, un indagatore del “dramma dell’esistenza umana”». Per noi egli era teologo e anche canonista, — oltre, certo, che finissimo diplomatico e Pastore—ma soprattutto «storico». Non si dolse, in effetti, soprattutto del fatto che molti vescovi italiani, a concilio, non conoscevano bene la storia della teologia? A proposito di storia non pare plausibile la «combinata» di alcuni «Ottaviani e Felici», che fu scelto, quest’ultimo, uomo di spirito, Padre Spirituale del Seminario Romano, da Giovanni XXIII proprio perché uomo fuori dai conosciuti circuiti curiali. Sulla importante visione di Papa Montini come risulta dal “Diario” conciliare di Mons. Felici, Segretario Generale del Magno Sinodo, uno dei suoi uomini chiave, parlerà al Convegno l’Arcivescovo Agostino Marchetto.

Non mancheremo di citare qui l’enciclica Ecclesiam suam, quasi la definizione del retaggio carismatico che Papa Paolo VI assunse dal suo diretto predecessore. Allo stesso tempo, però, questo patrimonio carismatico viene presentato in precise categorie di teologia e perfino di psicologia o di antropologia moderna.

Certo è vero che «le prese di posizione di Paolo VI finirono per introdurre una linea di demarcazione in seno alla maggioranza conciliare, fra un’ala radicale ed una moderata, la prima riluttante, la seconda incline ad accettare i punti di vista del Papa. La divisione fu coperta dal timore di dare spazio alle manovre della minoranza e di compromettere così l’approvazione dei documenti innovativi».

Ma certamente essi «non avrebbero potuto giungere in porto senza l’appoggio del papa. Il rinnovamento della Chiesa ... portava la firma di Paolo VI. Egli appariva, perciò, in quel momento, come il garante di quel generale moto di trasformazione della Chiesa, che era stato inaugurato dal Concilio».

Inoltre «il consenso attorno a Paolo VI era accresciuto dai viaggi che egli aveva compiuto a lato del concilio, ma come una proiezione dello spirito conciliare —e P. Gianfranco Grieco li cura particolarmente, i viaggi, nel suo “Paolo VI. Ho visto, ho creduto”. Con i due (a Bombay e all’O.N.U.) il papa inaugura in grande stile il dialogo proprio e della Chiesa con il mondo, incentrandolo su due temi, la pace e lo sviluppo dei popoli, che egli non avrebbe mai più lasciato cadere».

Seguirono gli anni delle riforme (1963-1968). Furono riforme «in continuità con il significato profondo della tradizione ecclesiale ... e (senza) diminuzione dell’autorità sacra».  Il Papa mise così a confronto il tempo del Concilio e il successivo, di discussione quello, di comprensione questo: “All’aratura sovvertitrice del campo succede la coltivazione ordinata e positiva”. Peraltro «che il postconcilio non conoscesse più la problematicità era solo un auspicio, non una previsione realistica». «Il concilio era stato il frutto di dinamismi, convergenti e divergenti, che avevano trovato un punto di equilibrio nei documenti conciliari, ma che non si esaurivano in questi e avrebbero continuato ad agire anche dopo il concilio. Paolo VI ebbe peraltro due campi in cui poté applicare, seppure non senza resistenze, i suoi criteri, cioè la riforma della liturgia e della Curia romana».

Di particolare interesse, anche per l’oggidì, è comunque l’ecumenismo di Paolo VI e il suo dialogo col mondo contemporaneo. Vi è nel suo atteggiamento il riconoscimento della giusta autonomia delle realtà terrene, ma con sottolineature della «cultura cristiana» ed, in essa, della dottrina sociale della Chiesa, che pone come fondamento di ogni costruzione sociale l’uomo nella sua totale e perenne verità . In questo punto al Convegno si sentirà la voce autorevole del Prof. De Rita.

E siamo in pieno nella crisi del post-concilio (1968-1973), con due precisazioni necessarie. La prima, a proposito di «alcuni vecchi amici del papa (de Lubac, Daniélou ...)»,  che «assunsero anch’essi un atteggiamento critico. La seconda quanto alla necessità di attendere l’apertura totale degli archivi della Segreteria di Stato per esprimerci riguardo ai «collaboratori» del Papa, e la loro eventuale «responsabilità» circa il «gestire in modo autoritario i rapporti con le Chiese locali», — così scrisse qualcuno - e proiettare quindi sul loro «Signore», per dirla alla Roncalli, una falsa immagine. Ci sia permesso di affermare  però che Paolo VI non fu persona che si lasciò condurre, ma che diresse, quasi come «Sostituto della Segreteria di Stato» — che egli era stato — gli “affari” della Chiesa. E S.E. Mons. Benelli ne rimase come «Segretario», nello scenario di un tempo antecedente al pontificato. E venne il dolorosissimo conflitto con le ACLI («un dramma») e per l’introduzione del divorzio in Italia. A quest’ultimo proposito peraltro non diremmo che vi fu «alternativa, al fondo della quale stava l’opzione fra due immagini profondamente diverse della Chiesa,» fra «affidare la difesa dei valori cristiani alle leggi dello Stato oppure alla testimonianza dei fedeli», come attestò qualcuno, nemmeno ci pare che «la sconfitta referendaria sul divorzio e, poi, quella sull’aborto avrebbe innescato all’interno del cattolicesimo italiano un processo di rafforzamento dell’identità ecclesiale e di compattezza attorno alla gerarchia.

Vengono, infine, gli ultimi anni del Pontificato (1973-1978), con quell’Anno Santo, la bellissima Evangelii nuntiandi, l’esperienza da parte di Paolo VI dello Spirito Santo nel rinnovamento della Chiesa e nella sua vita intima, nella gioia. Scriveva: «Il mio stato d’animo? Amleto? Don Chisciotte? sinistra? destra? ... Non mi sento indovinato. Due sono i sentimenti dominanti: Superabundo gaudio ...» È il suo pensiero che abbiamo stampato nel nostro invito al Convegno. A proposito della Evangelii Nuntiandi ci sia permesso una disgressione sul suo influsso sull’Evangelii gaudium, passando all’attualità. In effetti il documento di Papa Francesco nomina cinque volte Paolo VI e contiene venticinque sue citazioni, di cui quattordici tratte appunto dall’Evangelii nuntiandi; due dalla Ecclesiam suam; quattro dalla Populorum progressio; due dalla Octogesima adveniens; infine, due dalla Gaudete in Domino. Parimenti all’“annuncio del Vangelo” di Paolo VI che assunse contributi dal Sinodo dei vescovi del 1974, “la gioia del Vangelo” riprende molti spunti dall’assemblea celebrata nel 2012 sulla nuova evangelizzazione. Nelle note vi sono trenta citazioni esplicite raccolte dalle Proposizioni finali, che sono state elaborate dai padri sinodali e affidate, poi, a Benedetto XVI.

Menzione obbligatoria deve essere fatta infine alla lettera inviata da Paolo VI alle Brigate Rosse e alla celebrazione in morte di Aldo Moro, a San Giovanni in Laterano, che «fecero scoprire l’umanità di Giovan Battista Montini, mai veramente conosciuta dal gran pubblico, velata com’era dalle polemiche e dalla scarsa comunicatività del papa con le masse».

A quest’ultimo proposito bisogna considerare il dato psicologico dominante di Paolo VI, che non era l’incapacità a decidere, [da cui l’appellativo di Amleto che gli fu affibbiato] ma «la volontà lucida di non abbandonare nessuno dei due poli (di esigenze diverse, ma tutte irrinunciabili, che storicamente magari si erano realizzate in opposizione le une alle altre; i binomi erano: «novità - tradizione, verità - carità , storicità - permanenza, autorità - libertà, potere - fraternità, superiorità - umiltà, separazione dal mondo - unità col mondo...»), neanche quando essi non potevano, almeno a breve termine, essere conciliati». Così «il papa perseguì fermamente il rinnovamento della Chiesa» e «spostò poi l’accento sulla difesa della tradizione, quando gli parve che essa fosse minacciata, senza invertire, però, la direzione di marcia e accomodarsi in una pura conservazione». Sono parole di Antonio Acerbi.

Sulla modernità («nozione così ambigua!») di Paolo VI  lo stesso Acerbi nel suo “Il Papa che baciò la terra” (che abbiamo scelto come tema del Convegno) ben risponde, in fondo positivamente - spostando peraltro la questione - con una domanda vera, essenziale, la seguente: «è stato un papa evangelico?». E «l’interrogativo non riguarda la santità personale del cristiano Giovan Battista Montini, bensì il modo di intendere e di mettere in pratica il ministero papale». Crediamo peraltro che la recente canonizzazione abbia risposto anche a tale interrogativo.

In ogni caso Acerbi già superava la difficoltà che aveva posto, con destrezza e saggezza, nel modo seguente: «Mi limito a dire che Paolo VI ha voluto che l’immagine del suo papato fosse evangelica ». Il Vangelo fu quindi messo da lui come «criterio fondamentale per il suo rinnovamento».

Varrà forse aggiungere a conclusione che, per Giovanni Paolo II come per Paolo VI, e ora per Papa Francesco, non solo il Vangelo è da considerare, ma anche lo sviluppo storico che ne porta il segno, con speciale attenzione al primo Millennio, in cui la Chiesa si presentava come indivisa.

Buona partecipazione al Convegno!

                                                                             + Agostino Marchetto


Share this post

Submit to FacebookSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio. Vedi pagina per la privacy per i dettagli.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.