Rassegna stampa formazione e catechesi

Paolo VI. Il Papa che baciò la terra e predilesse gli artisti.

paolo VI 4di Agostino Marchetto

Questa mostra su “Paolo VI, il Papa degli artisti” è stata preparata da un Convegno che ha aiutato altresì a superare una certa barriera di incomprensione verso Giovanni Battista Montini, Vescovo di Roma e della Chiesa universale.

L’incontro svoltosi in Campidoglio il 24 ottobre scorso, presentava S. Paolo VI come il Papa che baciò la terra in più occasioni, ma specialmente al giungere a Milano come arcivescovo di quella Chiesa particolare su una strada bagnata dalla pioggia con neve ai suoi lati, e alla discesa dalla scaletta degli aerei che ne fecero di lui il primo Papa viaggiatore.

Nella presentazione che ho scritto per introdurre tale avvenimento citavo la seguente conclusione di uno storico sulla sua persona, ora elevata agli onori degli altari: «Troppo complessa e sfumata è la sua personalità perché  non sia tradita da giudizi trancianti», che pur vi furono. Sforzarsi di cogliere le ragioni di un grande spirito è però un gesto di legittima pietas, l’unico che allo storico sia concesso, ed è una via per riconciliarci con un passato che è ancora tanto vicino da non permettere sempre l’equanimità dei giudizi». Non faccio esempi in proposito ma solo richiamo quel giudizio del fondatore di una ben conosciuta Scuola per il quale Paolo VI fu l’affossatore del Concilio Ecumenico Vaticano II.

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Ma ricordiamo per cominciare qualche momento degli anni della formazione (1897-1922) di Giovanni Battista Montini, la personalità del «maestro», Padre Giulio Bevilacqua, e il retroterra bresciano, con il curriculum studiorum del futuro Papa. Egli studiò all’Apollinare (antica sede del Laterano) dove ottenne la laurea in Diritto civile, il 3 luglio ’24, e vi fu docente, insegnando dal 1930 al 1937 “Storia della diplomazia pontificia” presso l’Institutum Utriusque Iuris.  Desideriamo, in questo contesto, segnalare altresì la vocazione per lo studio della storia da lui avvertita, nei primi mesi dopo l’ordinazione sacerdotale, e — per noi — in parte perseguita e realizzata. Importante è anche richiamare il suo «rapporto» privilegiato con la cultura francese e il suo perenne «rammarico per non aver potuto coltivare le proprie inclinazioni intellettuali».

Sin dagli anni della sua formazione peraltro, Montini ha dimostrato sempre una grande attenzione per l’arte contemporanea – e così eccoci già in argomento della nostra “Mostra” – specialmente ispirato dalle riflessioni estetiche di Jacques Maritain e nella prospettiva di una riconciliazione tra l’opera degli artisti e la spiritualità. Nel 1928, per esempio in qualità di assistente centrale della FUCI, già contribuì a promuovere un congresso in cui, fra l’altro, si trattò del tema Morale e arte. Il suo primo testo dedicato specificamente al dialogo tra quella contemporanea e il “sacro” risale all’anno precedente, trent’anni prima – diciamo all’ingrosso – del concilio Vaticano II, il che testimonia un interesse moto precoce che non sarebbe mai venuto meno, e che anzi, successivamente, si approfondì e precisò. Così – nota Paolo Sacchini (L’Osservatore Romano del 29/X/18, p. 9): “quando diviene arcivescovo di Milano nel bel mezzo del “boom economico” e si trova dunque a dover gestire il massiccio fenomeno di inurbamento di popolazioni provenienti da tutta Italia, Montini opera affinché i nuovi quartieri che sorgono alla periferia della città storica non manchino di chiese adeguate anche sotto il profilo della bellezza e della modernità, promuovendo un’imponente campagna di costruzione di nuovi templi nella quale vengono coinvolti in maniera convinta e sostanziale – e non dunque solamente di facciata – architetti e artisti di primissimo piano, ai quali viene chiesto di interpretare il senso del sacro attraverso soluzioni capaci di contemperare con equilibrio il loro personale anelito alla libertà espressiva (che viene salvaguardata e anzi incoraggiata) e le giuste necessità della liturgia”.  

Ma ritorniamo sia pur perfunctorie agli anni della FUCI con richiamo all’«agostinismo spirituale» del giovane Montini, — v. peraltro anche il suo aderire al «tomismo», non quello « dai riflessi politici autoritari, in voga allora presso certi ambienti, ma la dottrina che fonda l’Umanesimo cristiano, in equilibrio tra natura e soprannatura, tra cultura e fede — mentre ricordiamo altresì il suo atteggiamento senza cedimenti, nemmeno «sotterranei», in relazione al modernismo, ben diverso dal suo rapporto con il mondo moderno, con la cultura moderna.

In Segreteria di Stato (1925-1954) — fatta viva al nostro Convegno del 24 ottobre u.s. dai ricordi del Sig. Cardinale Giovanni Battista Re —  non è vero —come si scrisse — che «Mons. Giovanni Battista non amava il suo lavoro». È esatto però dichiarare che: «alle “povere carte” preferiva i contatti spirituali e il dibattito intellettuale», ma lavorava e moltissimo e bene.

 Un cenno merita pure «Montini e le questioni italiane», diciamo così, e specialmente il delinearsi del rapporto con De Gasperi  e suo aggancio con la nomina ad Arcivescovo di Milano.

E siamo alla II sessione del Concilio”, agli anni del Pontificato, al votum antipreparatorio dell’Arcivescovo, che molto non si discosta da quelli dei suoi confratelli nell’episcopato sparsi per il mondo. La maturazione « conciliare» vera e propria non è ancora giunta, ma verrà presto, anzi è già presente in Montini, che «magari senza un’intenzione precisa, prefigurava un ruolo mediatore fra le posizioni teologiche più avanzate e il patrimonio consegnato alla Chiesa dalla storia, con l’attenzione a non scartare ciò che di valido entrambi possono contenere». «Un rinnovamento nella fedeltà alla volontà di Cristo e nella continuità vitale della Chiesa: [dell’“unico soggetto Chiesa” dirà Benedetto XVI] era questa dunque la prospettiva con la quale Paolo VI si apprestava ad affrontare il suo nuovo compito di pastore universale». Siamo dunque  in Concilio (1963-1965) con unione pregnante poiché esso divenne il suo Concilio. È espressione da sottolineare quando altri lo chiamano «il Concilio di Papa Giovanni XXIII». Certo a ciascuno il suo, senza visioni settarie o «ideologiche». In tale contesto si deve affrontare bene la relazione del Vescovo di Roma con la «maggioranza conciliare». «L’accordo di fondo non avrebbe escluso momenti di confusione ed anche di tensione». In realtà le prese di distanza di Paolo VI da certe opinioni sostenute in seno alla maggioranza conciliare non erano solo tattiche, ma corrispondevano a riserve di principio. A tale riguardo ci fu chi scrisse che «Egli non era un teologo speculativo ... né un canonista, per quanto fosse un finissimo diplomatico; era, nel fondo del cuore, un sacerdote letterato, un direttore di anime, un indagatore del “dramma dell’esistenza umana”». Per noi egli era teologo e anche canonista, — oltre, certo, che finissimo diplomatico e Pastore—ma soprattutto «storico». Non si dolse, in effetti, soprattutto del fatto che molti vescovi italiani, a Concilio, non conoscevano bene la storia della teologia? A proposito di storia non pare plausibile la «combinata» «Ottaviani e Felici» di alcuni, che fu scelto, quest’ultimo, uomo di spirito, Padre spirituale del Seminario romano, da Giovanni XXIII proprio perché uomo fuori dai conosciuti circuiti curiali. Sulla importante visione di Papa Montini come risulta dal “Diario” Conciliare di Mons. Felici, Segretario Generale del Magno Sinodo, uno dei suoi uomini chiave, sono intervenuto io stesso al Congresso del 24 ottobre u.s.

Non mancheremo di citare qui l’enciclica Ecclesiam suam, quasi la definizione del retaggio carismatico che Papa Paolo VI assunse dal suo diretto predecessore. Allo stesso tempo, però, questo patrimonio viene presentato in precise categorie di teologia e perfino di psicologia o di antropologia moderna.

Certo è vero che «le prese di posizione di Paolo VI — finirono per introdurre una linea di demarcazione in seno alla maggioranza conciliare, fra un’ala radicale ed una moderata, la prima riluttante, la seconda incline ad accettare i punti di vista del Papa. La divisione fu coperta dal timore di dare spazio alle manovre delle minoranza e di compromettere così l’approvazione dei documenti innovativi».

Ma certamente essi «non avrebbero potuto giungere in porto senza l’appoggio del papa. Il rinnovamento della Chiesa portava la firma di Paolo VI. Egli appariva, perciò, in quel momento come il garante di quel generale moto di trasformazione della Chiesa, che era stato inaugurato dal Concilio. Inoltre «il consenso attorno a Paolo VI era accresciuto dai viaggi che egli aveva compiuto a lato del concilio, ma come una proiezione dello spirito conciliare —e P. Gianfranco Grieco li cura particolarmente i viaggi nel suo “Paolo VI. Ho visto, ho creduto” —. Con i due (a Bombay e all’O.N.U.) il papa inaugura in grande stile il dialogo proprio e della Chiesa con il mondo, incentrandolo su due temi, la pace e lo sviluppo dei popoli, che egli non avrebbe mai più lasciato cadere».

Seguirono gli anni delle riforme (1963-1968) che furono «in continuità con il significato profondo della tradizione ecclesiale ... e (senza) diminuzione dell’autorità sacra».  Il Papa mise così a confronto il tempo del Concilio e il successivo, di discussione quello, di comprensione questo: “All’aratura sovvertitrice del campo succede la coltivazione ordinata e positiva”. Peraltro «che il postconcilio non conoscesse più la problematicità era solo un auspicio, non una previsione realistica». «Il concilio era stato il frutto di dinamismi, convergenti e divergenti, che avevano trovato, un punto di equilibrio nei documenti conciliari, ma che non si esaurivano in questi e avrebbero continuato ad agire anche dopo il concilio. Paolo VI ebbe peraltro due campi in cui poté applicare, seppure non senza resistenze, i suoi criteri, cioè la riforma della liturgia e della Curia romana».

Di particolare interesse, anche per l’oggidì, è comunque l’ecumenismo di Paolo VI e il suo dialogo col mondo contemporaneo. Vi è nel suo atteggiamento il riconoscimento della giusta autonomia delle realtà terrene, ma con sottolineature della «cultura cristiana» ed, in essa, della dottrina sociale della Chiesa, che pone come fondamento di ogni costruzione sociale l’uomo nella sua totale e perenne verità . Su questo punto, al Convegno di cui sopra, si è sentita la voce autorevole del Prof. De Rita.

E siamo in pieno nella crisi del post-concilio (1968-1973), con due precisazioni necessarie. La prima, a proposito di «alcuni vecchi amici del papa (de Lubac, Daníelou ...)»,  che «assunsero anch’essi un atteggiamento critico. La seconda quanto alla necessità di attendere l’apertura totale degli archivi della Segreteria di Stato per esprimerci riguardo ai «collaboratori» del Papa, e la loro eventuale «responsabilità» circa il «gestire in modo autoritario i rapporti con le Chiese locali», — così scrisse qualcuno - e proiettare quindi sul loro «Signore», per dirla alla Roncalli, una falsa immagine. Ci sia permesso di affermare  però che Paolo VI non fu persona che si lasciò condurre, ma che diresse, quasi come «Sostituto della Segreteria di Stato» — che egli era stato — gli “affari” della Chiesa. E S.E. Mons. Benelli ne rimase come «Segretario», nello scenario di un tempo antecedente al pontificato.

E venne il dolorosissimo conflitto con le ACLI («un dramma») e per l’introduzione del divorzio in Italia. A quest’ultimo proposito peraltro non diremmo che vi fu «alternativa, al fondo della quale stava l’opzione fra due immagini profondamente diverse della Chiesa,» fra «affidare la difesa dei valori cristiani alle leggi dello Stato oppure alla testimonianza dei fedeli», come attestò qualcuno, nemmeno ci pare che «la sconfitta referendaria sul divorzio e, poi, quella sull’aborto avrebbe innescato all’interno del cattolicesimo italiano un processo di rafforzamento dell’identità ecclesiale e di compattezza attorno alla gerarchia.

Vengono, infine, gli ultimi anni del Pontificato (1973-1978), con quell’Anno Santo, la bellissima Evangelii nuntiandi, l’esperienza da parte di Paolo VI dello Spirito Santo nel rinnovamento della Chiesa e nella sua vita intima, nella gioia. Scriveva: «Il mio stato d’animo? Amleto? Don Chisciotte? sinistra? destra? ... Non mi sento indovinato. Due sono i sentimenti dominanti: Superabundo gaudio [sovrabbondo di gioia]...» È il suo pensiero, che fu stampato nel nostro invito al Convegno su “Paolo VI. Il Papa che baciò la terra”.

 A proposito della Evangelii Nuntiandi ci sia permesso una digressione sul suo influsso sull’Evangelii gaudium di Papa Francesco, passando all’attualità. In effetti in essa si nomina cinque volte Paolo VI e contiene venticinque sue citazioni, di cui quattordici tratte appunto dall’Evangelii nuntiandi, due dalla Ecclesiam suam, quattro dalla Populorum progressio, due dalla Octogesima adveniens, infine, due dalla Gaudete in Domino. Parimenti all’“annuncio del Vangelo” di Paolo VI, che assunse contributi dal Sinodo dei vescovi del 1974, “la gioia del Vangelo” riprende molti spunti dall’Assemblea celebrata nel 2012 sulla nuova evangelizzazione. Nelle note vi sono trenta citazioni esplicite raccolte dalle Proposizioni finali, che sono state elaborate dai padri sinodali e affidate, poi, a Benedetto XVI.

Menzione obbligatoria deve essere fatta infine alla lettera inviata da Paolo VI alle Brigate Rosse e alla celebrazione in morte di Aldo Moro, a San Giovanni in Laterano, che «fecero scoprire l’umanità di Giovan Battista Montini, mai veramente conosciuta dal gran pubblico, velata com’era dalle polemiche e dalla scarsa comunicatività del papa con le masse».

A quest’ultimo proposito bisogna considerare il dato psicologico dominante di Paolo VI, che non era l’incapacità a decidere, [da cui l’appellativo di Amleto che gli fu affibbiato] ma «la volontà lucida di non abbandonare nessuno dei due poli (di esigenze diverse, ma tutte irrinunciabili, che storicamente magari si erano realizzate in opposizione le une alle altre. I binomi erano: «novità-tradizione, verità-carità , storicità-permanenza, autorità-libertà, potere-fraternità, superiorità-umiltà, separazione dal mondo-unità col mondo...»), neanche quando essi non potevano, almeno a breve termine, essere conciliati». Così «il papa perseguì fermamente il rinnovamento della Chiesa» e «spostò poi l’accento sulla difesa della tradizione, quando gli parve che essa fosse minacciata, senza invertire, però , la direzione di marcia e accomodarsi in una pura conservazione». Sono parole di Antonio Acerbi.

Sulla modernità («nozione così ambigua!») di Paolo VI  lo stesso Autore, nel suo “Il Papa che baciò la terra” (fu tema del Convegno), ben risponde, in fondo positivamente — spostando peraltro la questione — con una domanda vera, essenziale; la seguente: «è stato un papa evangelico?». E «l’interrogativo non riguarda la santità personale del cristiano Giovan Battista Montini, bensì il modo di intendere e di mettere in pratica il ministero papale» (p. 146). Crediamo peraltro che la recente canonizzazione abbia risposto anche a tale interrogativo.

In ogni caso Acerbi già superava la difficoltà che aveva posto con destrezza e saggezza nel modo seguente: «Mi limito a dire che Paolo VI ha voluto che l’immagine del suo papato fosse evangelica ». Il Vangelo fu quindi posto da lui come «criterio fondamentale per il suo rinnovamento».

Varrà forse aggiungere a conclusione che per Giovanni Paolo II come per Paolo VI e ora per Papa Francesco, non solo il Vangelo è da considerare, ma anche lo sviluppo storico che ne porta il segno, con speciale attenzione al primo Millennio, in cui la Chiesa si presentava come indivisa.

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Ritornando al “Papa degli artisti” ricorderò alcune sue affermazioni prese dai Dialoghi di Jean Guitton. Nella prima così egli si esprime: “Ho sempre frequentato gli artisti, li ho sempre segretamente amati e quando posso, malgrado il loro pudore feroce, cerco di parlare con loro”. D’altra parte la cosa non meraviglia, se è vero che lo stesso Paolo VI ammetteva, sempre al dire di Guitton, di aver personalmente maturato nell’adolescenza – assieme a tante altre “vocazioni laiche” (quella per l’impegno politico mediata dal padre, quella contemplativa ispirata dalla madre, quella per i viaggi e per le comunicazioni) – un notevole interesse per l’arte poi in qualche maniera sublimato, o forse meglio, reductum ad unum “accordando” tutte queste chiamate diverse e apparentemente contraddittorie sul più alto e onnicomprensivo piano del sacerdozio, l’unico atto a condensarle tutte (“ma quel che è sicuro – continua poco dopo Guitton – è che tra le parti che si dividevano il giovane Montini, la chiamata della bellezza fu imperiosa”).

Scriveva: “questo mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde la gioia nel cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste all’usura del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione”.

Come il linguaggio dell’amore – nota acutamente Giacomo Scanzi (v. Dizionario montiniano in L’Osservatore Romano dell’otto Agosto u.s.) – quello della bellezza è per Paolo VI il linguaggio originario di Dio che, affidato alle mani creative della natura dell’uomo diviene narrazione antologica, sguardo riassuntivo della storia e prefigurazione di un destino, sapienza sintetica del bello e del buono. Dunque è linguaggio ed esperienza morale. Lo annuncia agli artisti il messaggio conciliare. È l’otto dicembre 1965”. In gioventù già scriveva “Abbiamo tanto bisogno di avere intorno a noi la bellezza, ciò che ci piace, ciò che soddisfa la nostra povera anima che quando troviamo una briciola di ciò che cerchiamo non finiamo di contemplarla e di sfruttarla per impossessarci totalmente di lei”.

Ma quale è la parola chiave della bellezza? È l’unità, quella architettonica del mondo cosmico, della società civile ed ecclesiastica, della storia, della lingua, della scuola, della cultura: unità, sinfonia, armonia, equilibrio delle facoltà, delle energie della persona umana, chiamate a cospirare in quella sintesi che si chiama bellezza; unità cioè che trae la sua origine e il suo modello da Dio, punto focale di tutto l’universo, fonte di vita di luce e di unità” (31 gennaio ‘66) che avevano colto il sommo poeta e l’intero Medioevo. Nel 1963, in tempo conciliare, Mons. Montini è eletto Papa e nei seguenti 15 anni di pontificato ritorna sul tema dell’arte – in modo più o meno diretto – per ben settanta volte. Memorabili sono soprattutto tre interventi. In primis durante la Messa degli artisti del 7 maggio 1964 nella Cappella Sistina, in cui Paolo VI aveva espresso chiaramente l’intento di annullare la distanza che si era creata tra Chiesa e artisti e di ricomporre così un legame da troppo tempo interrotto. Per fare seguito a quell’auspicio, il segretario personale di Paolo VI, monsignor Pasquale Macchi, coordina un’operazione che in nove anni, grazie alle donazioni di artisti, collezionisti, enti privati e pubblici, senza gravare sul bilancio della Santa Sede permette di raccogliere un buon numero di opere di pittura, scultura e grafica. Unite al piccolo nucleo di opere del Novecento, entrate nella Pinacoteca Vaticana già alla fine degli anni Cinquanta, per volere di Pio XII, creano un patrimonio di mille opere, che costituisce l’iniziale Collezione d’arte religiosa moderna. Da Matisse a Chagall, fino a van Gogh. Oggi, conta più di 8000 opere. Tra i molti nomi importanti, spiccano quelli di van Gogh, Bacon, Botero, Chagall, Carrà, Dalì, de Chirico, Manzù, Capogrossi, Fontana, Burri e Matisse. L’artista, disse san Giovanni Battista Montini, è Profeta e Poeta, a suo modo, dell’uomo d’oggi, della sua mentalità, della società moderna. Paolo VI ha avuto un’enorme fiducia nell’arte e negli artisti, riconoscendo ad entrambi quasi un carattere di missione. Nel processo creativo riconosceva la possibilità di far vedere qualcosa che non era realmente visibile, (di poter affermare qualcosa che non è pienamente dicibile), in cui razionalità, conoscenza, fede, fiducia e mistero convivono. Questa visione, questa fiducia, Paolo VI l’ha voluta affidare agli artisti contemporanei, non solo a quelli del passato. Ed è proprio per questo che ha creato la collezione d’arte religiosa moderna all’interno dei Musei Vaticani, come luogo che potesse testimoniare, e continuare a farlo nel presente, il dolore e il mistero, la gioia e l’incanto che sono nel processo della creazione, nel suo dialogo con la trascendenza. Proprio perché i Musei, diceva Papa Montini, non possono essere solo magnifici cimiteri: ovvero non sono dei luoghi immobili in cui si contempla il passato, ma sono dei luoghi vivi.

Dal Messaggio agli artisti consegnato l’otto dicembre ’65, a conclusione del Concilio nelle mani di Giuseppe Ungaretti, Pier Luigi Nervi e Gian Francesco Malipiero e dal discorso tenuto nel ’73 per la inaugurazione della collezione di arte religiosa moderna dei Musei Vaticani da rilevare è soprattutto il nuovo atteggiamento nei confronti dell’arte e degli artisti del proprio tempo.

Paolo VI è stato infatti il primo Papa, a distanza di secoli dagli esempi illuminati del Cinquecento e Seicento, a rivolgersi direttamente agli artisti, ad interessarsi davvero del loro lavoro e alla loro vocazione, al fine di ristabilire quel rapporto tra arte e Chiesa che fino al Settecento aveva dato frutti straordinari che poi si era interrotto per vari motivi.

“Noi abbiamo bisogno di voi”, disse quindi agli artisti nella Cappella Sistina. “Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelleggibili, voi siete maestri (…) voi avete anche questa prerogativa, nell’atto stesso che rendete accessibile e comprensibile il mondo dello spirito: di conservare a tale modo la sua ineffabilità, il senso della sua trascendenza, il suo alone di mistero, questa necessità di raggiungerlo nella facilità e nello sforzo allo stesso tempo”.

È dunque certo che dobbiamo a papa Montini l’appello, purtroppo poco ascoltato, di riannodare il connubio tra arte e fede, nella consapevolezza che gli “universali” non sono solo il Verum  e il  Bonum, diciamo la teologia e l’etica, ma anche l’Unum e il Pulchrum, cioè l’estetica, come insegnava non ultimo, Hans Urs von Balthasar.

Sappiamo, poi, quanto stretto sia stato il legame tra arte e fede nei secoli passati attraverso la innumerevole creazione di capolavori che incarnavano la via pulchritudinis, il sentiero della bellezza, espressione di Dio, “Bellezza tanto antica e sempre nuova” (Sant’Agostino, nelle sue Confessioni).

Anche Papa Francesco, nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013) – appoggiandosi al De musica del grande Dottore della Chiesa, secondo il quale «non amiamo se non ciò che è bello» - ha seguito il magistero montiniano esaltando «l’uso delle arti nella sua opera evangelizzatrice, in continuità con la ricchezza del passato, ma anche nella vastità delle sue molteplici espressioni attuali, al fine di trasmettere la fede in un nuovo linguaggio parabolico» (n. 167).

Proprio al chiudere di questo mio scritto, come manna, mi giungono alcune segnalazioni bibliografiche che possono impreziosirlo. Si tratta di "Papa Paolo VI. Un'opera di Floriano Bodini a Castel Gandolfo" (a cura di Mariano Apa), con attenzione da parte del curatore specialmente ad "Arte e Liturgia nella spiritualità di Montini - Papa Paolo VI" e a "Montini e Ratzinger. Tra il Baden-Wurttemberg e la Baviera. Roma" e dello stesso Autore "Traditio et Progressio. Arte e Chiesa nella storia dal Movimento Liturgico al Concilio Vaticano II", in "Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana".

Ancora di Mariano Apa posso segnalare  "Montini - Paolo VI e il segretario Macchi. Arte e liturgia" in "Mons.  Pasquale Macchi. Per una biografia spirituale" (a cura di A. Caprioli e L. Vaccaro).

Per concludere, un'ultima citazione del Prof. Apa, in Studium 106 (2010) n. 1, p. 109-136, col titolo "Benedetto XVI incontra gli artisti", nel suo mese montiniano,  il novembre del 2009, iniziato a Concesio e terminato in Cappella Sistina, nel ricordo di un altro incontro con gli artisti, quello di San Paolo VI appunto.

Buona visita alla Mostra dunque!

                                        + Agostino Marchetto

         
                           

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