Rassegna stampa formazione e catechesi

Non solo una formula da recitare

Raffaello Sanzio, «Mosè davanti al Roveto ardente» (cartone preparatorio, 1514, particolare)

La preghiera del «Padre nostro» come luogo privilegiato dell’incontro con Dio 

Nella prima udienza generale dell’anno, papa Francesco, riprendendo la catechesi sul Padre nostro, si esprime con parole forti, evidentemente nel chiaro intento di dare una scossa alle coscienze. Affermazioni che hanno suscitato una particolare risonanza. Qual è il senso autentico dell’essere cristiani? «Il cristiano non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti», è colui che sviluppa una relazione filiale con Dio. Il cristianesimo non è una dottrina che si realizza con la volontà, con lo zelo, bensì richiede di maturare la consapevolezza di essere figli di Dio, è questa coscienza che lo rende dirompente, forza di liberazione da ogni falso potere che produce la storia. Dobbiamo chiederci quanto questa coscienza sia acquisita.

Essere figli implica quel ribaltamento dei valori che solo la conformazione sostanziale a Dio produce per propria forza dinamica quando trova cedimento, disponibilità di cuore.

 

Il Padre nostro non è una formula da recitare quasi per abitudine, bensì l’esortazione alla preghiera interiore. Il cristiano è chiamato a sostare davanti al «nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di “Padre”». Questo nuovo Roveto Ardente è la straordinaria teofania che avviene con l’incarnazione, attraverso cui l’insondabile mistero divino si manifesta in un essere umano. Gesù, il Figlio di Dio, portando a manifestazione i tratti della pienezza umana, rivela l’enigma di un nome impronunciabile. Si può qui intravedere un riferimento al Tetragramma, impronunciabili lettere dell’alfabeto ebraico che alludono alla trascendenza, all’indicibile e in alcun modo raffigurabile alterità divina. C’è una distanza invalicabile. Ma già nell’Antico Testamento troviamo il nome rivelato, quello che Dio fa conoscere a Mosé nell’Esodo: «Io sono» (3, 14), nome che Gesù assume per se stesso. Si può dedurre quindi, a posteriori, che il nome rivelato di Dio è l’essere del Figlio. L’incarnazione svela quella relazione filiale intrinseca alla Santissima Trinità che anela a imprimersi nell’umanità.

Maturare la coscienza di figli lo si può fare solo aprendoci a una relazione diretta, familiare con Dio che, nella sua nominazione di Padre, comprende anche aspetti materni, quali la misericordia, la tenerezza, la pazienza. Relazione viva, dinamica e trasformante, che investe tutto l’essere, corpo, anima, spirito, e che più si intensifica, più illumina la coscienza producendo conversione dello sguardo, dilatando la mente verso prospettive che vanno ben oltre ogni logica umana.

Papa Francesco sottolinea come nel Vangelo di Matteo, il Padre nostro sia inserito in un «punto strategico», ossia proprio al centro del Sermone della montagna (6, 9-13). Attraverso le Beatitudini, con cui prende avvio il lungo discorso, Gesù condensa «gli aspetti fondamentali del suo messaggio», rivoluziona ogni precedente visione della realtà. «Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore... Questa è la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo, c’è rivoluzione». Parole certamente dirompenti, che turbano, scardinano falsi assetti che tentano di rifugiarsi nel quieto vivere di una fede soporifera fatta di abitudinarietà, ma lontana dalla verità che interroga la coscienza e la rende inquieta.

Le Beatitudini esprimono il compimento umano che si rivela nel Figlio di Dio. È Gesù che incarna le beatitudini manifestando così i tratti insondabili del mistero divino. Insondabili, indicibili, proprio perché al di là di ogni possibile immaginazione umana. Acquisire la coscienza di figli richiede una relazione talmente intima con il Figlio da acquisirne la fisionomia, quei connotati altrimenti inverosimili e impossibili da realizzare. Richiede quella comunione con lo Spirito di Gesù che lentamente permetta all’evento dell’incarnazione di ripetersi in noi. La vita dei santi conferma questa potenzialità sedimentatasi attraverso l’umanità di Cristo nella natura umana, ma la santità, in piccola o grande misura, dovrebbe essere connaturata alla vita cristiana. Il Verbo chiede di incarnarsi in ogni donna e in ogni uomo che si apra all’annuncio e si ponga alla sequela di Gesù partecipando attraverso di lui della dinamica trinitaria, ossia della relazione d’amore che unisce il Figlio al Padre. Il battesimo in Spirito santo allude a quel principio di vita nuova che trasforma l’umanità rendendola partecipe di questa comunione filiale. Ma l’efficacia del battesimo è data dalla risposta, non è una formula magica. Ed è su questo che dobbiamo sentirci interrogati. La dinamica salvifica passa attraverso il consenso consapevole, chiede cedimento, abbandono. Il Sermone della montagna, che culmina con la preghiera del Padre nostro, non è dunque un discorso morale, altrimenti impraticabile, bensì un «discorso teologico», un rivelarsi di Dio nell’umanità del Figlio, ossia in un linguaggio idoneo a essere compreso e acquisito. Il credente, partecipando della relazione d’amore con Gesù, attraverso l’intima presenza dello Spirito santo, ripristina l’originaria familiarità con Dio, radice da cui la vita scaturisce e che il Figlio consapevolmente nomina come Padre. Rivoluzione per la coscienza, chiamata a porsi in quella nuova prospettiva il cui fulcro sono appunto le Beatitudini.

La preghiera del Padre nostro diviene dunque la chiave del processo di salvezza educando uomini e donne a sviluppare una relazione diretta con Dio. Lasciandosi «rinnovare dalla sua potenza», vivendo un intimo rapporto di comunione, asse verticale, essi possono «riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo assetato di bene», cioè stabilire rapporti di comunione con i fratelli e le sorelle, asse orizzontale. La fede in Cristo non impone un dover essere, anela a un essere, al nome rivelato di Dio, all’essere del Figlio che chiede di venire incarnato: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2, 20). Oggi c’è un’urgenza, non è più accettabile la distanza fra essere e apparire. Il richiamo del papa a tale proposito è martellante. Non è più tempo di stare in difensiva, ma di smantellare ogni forma di paludamento esteriore e ipocrisia. Chiesa in uscita vuol dire innanzitutto in uscita da se stessa, dalle proprie barriere protettive per aprirsi alle urgenze del mondo, alle immense contraddizioni e sofferenze che l’ingiustizia costantemente produce. «C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio», c’è chi va sempre in chiesa, ma odia, parla male degli altri. «Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo».

Sono parole forti che richiamano alla responsabilità, a una maturità di fede, a una scelta di campo: «Se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza». È un invito esplicito alla chiarezza, alla coerenza. Nessuno è obbligato a essere cristiano, ma chi si apre all’annuncio deve assumerlo consapevolmente attraverso la propria vita. I tempi richiedono autentiche testimonianze, l’esortazione esplicita è dunque all’interiorità e al risveglio delle coscienze: «La preghiera cristiana (...) non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre: “Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto” (Matteo 6, 6)».

Il Padre nostro spinge al silenzio, alla preghiera interiore, porta nella cella del cuore, nella solitudine. Non è con molte parole che si ottiene la benevolenza divina, anzi è proprio la logica del pregare per ottenere che il vangelo invita a superare. Acquisire la coscienza di figli implica al contrario di vivere una tale intimità con Dio da percepirne stabilmente la paterna/materna vicinanza che aiuta la nostra crescita umana attraverso le prove della vita. Lo stare in quella presenza amorosa permette di non fuggire, ma di aderire in pienezza agli eventi maturando in essi. La fede è tenace affidamento, scaturisce dalla piena fiducia in un amore senza riserve che non viene mai meno, spalanca la prospettiva della vita eterna costantemente elargita con atto d’amore puro dall’origine. Maturare la coscienza di figli, in ultima istanza, vuol dire imparare a stare nella relazione qualunque siano gli eventi, rimanendo aperti a ricevere amore. È necessario dunque liberarci dall’idea della preghiera come dovere, come compito: «Dio non ha bisogno di niente», desidera solo che il suo amore continuamente elargito fluisca, sia accolto per espandersi e trasformare ogni forma di morte in nuova vita.

Il Padre nostro allora «potrebbe essere anche una preghiera silenziosa». Sostare nello sguardo di Dio ricordandosi del suo amore. In conclusione papa Francesco ci dice che pregare è tenere «aperto un canale di comunicazione con Lui per scoprirci sempre suoi figli amatissimi».

di Antonella Lumini

© Osservatore Romano - 5 gennaio 2019


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