Santa ChiaraAd Assisi. La messa presieduta questa mattina ad Assisi dall’arcivescovo di Perugia - Città della Pieve e presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti — del quale pubblichiamo ampi stralci dell’omelia — è stata il momento centrale delle celebrazioni in occasione della festa di santa Chiara. Ieri, l’arcivescovo-vescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, Domenico Sorrentino, aveva presieduto i primi vespri e la messa della vigilia.
Nella messa conventuale mattutina, padre Giancarlo Rosati, guardiano del convento dei frati presso le clarisse, ha richiamato la luce di Cristo che rifulge nella vita dei santi e ha invitato le clarisse a seguire le orme di Chiara per essere dei cercatrici di Gesù. «Come Francesco è diventato un alter Christi, Chiara è un’altra Maria perché si è incamminata sulle orme di Maria nella sequela della volontà di Dio». Alla vigilia delle celebrazioni e durante una suggestiva veglia notturna, i frati francescani e numerosissimi fedeli hanno sostato presso il santuario di San Damiano per far memoria del transito della santa. Infatti è proprio lì che l’11 agosto del 1253, dopo una lunga malattia, e dopo una lunga battaglia per l’approvazione della Regola, Chiara rese l’anima a Dio. Prendendo spunto dalla Regola, padre Gianpaolo Masotti, guardiano del santuario, durante la veglia ha parlato di Chiara come di una donna di speranza: virtù che l’ha spinta «a lottare per difendere quella sua intuizione di avere come unico privilegio, quello di non possedere nulla se non la povertà». Chiara, ha ricordato, ha appreso questa speranza «dalla contemplazione di Gesù, che ci insegna ad avere pazienza nelle cose che non comprendiamo, certi che c’è una benedizione di Dio che si manifesterà al momento opportuno». Nella lettera che ha indirizzato per l’occasione alle clarisse, il ministro generale dei frati minori, padre Michael Anthony Perry, ha esortato a leggere «in profondità gli avvenimenti e a trovare modalità nuove per vivere con fedeltà il nostro carisma e per camminare accanto agli uomini e alle donne di oggi offrendo una parola di speranza e di misericordia». (jean-baptiste sourou) *****

Nella memoria di santa Chiara Il privilegio della povertà di Gualtiero Bassetti Nella spiritualità di Chiara la dimensione sponsale è ben evidente, soprattutto nelle lettere che lei scrisse e indirizzò alla sua consorella Agnese di Boemia, che pur promessa sposa al futuro imperatore Federico ii, preferì «andare incontro a Cristo Signore» e vivere la vita claustrale nel monastero di Praga che ella aveva fondato e del quale fu badessa. Le quattro lettere che Chiara scrisse ad Agnese sono tutte intessute su un’imbastitura di citazioni bibliche e tra queste ritorna più volte il Salmo 44. Il salmista insiste nell’invito alla sposa a farsi bella per il suo sposo. Nella seconda lettera Chiara non si accontenta di consolidare e lodare le nozze di Agnese con Cristo-sposo e la invita a guardare a Cristo, a imitarlo. «Guarda, o regina nobilissima, il tuo sposo, il più bello tra i figli degli uomini, guardalo, consideralo, contemplalo, desiderando di imitarlo». In cambio della rinuncia alle glorie e alle ricchezze, alle quali la consorella di Praga era destinata sposando l’imperatore, Chiara le ricorda la prima promessa del discorso della montagna: «Voi sapete che il regno dei cieli è promesso e donato dal Signore solo ai poveri, perché quando si amano le realtà temporali, si perde il frutto della carità». Lo scambio, il baratto è assolutamente favorevole: «Per questo in eterno e nei secoli dei secoli acquisterai la gloria del regno celeste in cambio delle cose terrene e transitorie, i beni eterni al posto dei perituri e vivrai nei secoli dei secoli». Infine, nella quarta lettera Chiara esorta Agnese non solo a contemplare e a imitare Cristo, ma a specchiarsi nel suo volto, «guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto», «perché tu possa così adornarti, vestita e avvolta di variopinti ornamenti, di tutte le virtù». Cristo è il solo specchio nel quale ogni uomo può riconoscere il proprio vero volto, quell’immagine che Dio Padre ha impresso nel volto di Adamo, creandolo a sua immagine e somiglianza, e in ognuno di noi. Ma come ogni specchio è facile che si appanni, a causa del peccato personale e comunitario, è facile che non risplenda più la luce, se «le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto» (Marco, 4, 19), è facile che non rifletta più il volto del Cristo, se lo volgiamo verso di noi. Più volte Papa Francesco ha insistito sui pericoli e sulla realtà per la Chiesa, santa e peccatrice, di un volto deturpato dal peccato. La possibilità di volgere lo specchio al proprio volto, se non addirittura alla propria maschera è divenuta addirittura una malattia per l’uomo contemporaneo. Anche di quello spritual-mondano. Spesso, come il personaggio mitologico Narciso, l’uomo si riflette nella sua immagine, ama solo se stesso e per questo è destinato ad ammalarsi di narcisismo. Sorge spontanea una domanda: Quando Chiara nella sua lunga e per tanti anni dolorosa vita da inferma a San Damiano voleva immaginarsi il volto di Cristo, dove l’avrà cercato? Nell’immediato l’avrà cercato nell’immagine del crocifisso di San Damiano, quello che anche nella Leggenda di santa Chiara parlò al poverello di Assisi: «Ed è questa la chiesa dove, mentre Francesco pregava in essa, una voce venuta dal legno della Croce, risuonò: “Francesco, va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, è tutta in rovina”». La citazione biblica inserita nella Leggenda clariana è tratta dalla seconda lettera di Pietro, quella che è stata proclamata come seconda lettura nella solennità della Trasfigurazione, domenica scorsa: «Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: “Questi è il mio figlio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento” (2 Pietro, 2, 17)». Ecco, l’“amato”. Le lettere di Chiara ad Agnese sono tutte impregnate dal canto dell’amata/amante per l’amante/amato. In queste espressioni si avverte una sensibilità femminile coltivata nella prolungata sequela del Cristo, interpretato da Chiara alla scuola di Francesco come povero e crocifisso. L’invito alla sequela Christi ritorna con insistenza particolare anche nelle lettere clariane ed è un motivo centrale negli scritti di Francesco. Vivere alla sequela del Cristo povero, era sempre stata l’ambizione mai nascosta di Chiara e della sua comunità di San Damiano, anche a costo di resistere e di dispiacere a un mio predecessore ben più tenace e insistente di me, ma di altro titolo: il cardinale vescovo di Ostia Ugo, poi eletto Papa con il nome di Gregorio ix. Da questo Papa ottenne nel 1228 un privilegio assurdo per la mentalità del mondo, di ieri e d’oggi: il Privilegium paupertatis, la bolla ancora oggi conservata in questo santuario come reliquia. Il Papa concedeva quanto insistentemente richiesto da queste religiose che «desiderando dedicarsi al solo Signore, avevano respinto la brama delle cose temporali aderendo in tutto alle orme» di Cristo. Quando ormai Chiara era morente, il 9 agosto 1253, papa Innocenzo iv le concesse l’approvazione della sua regola con la bolla Solet annuere, con lo stesso incipit di quella di approvazione della regola di Francesco per i frati minori. Nelle motivazioni della approvazione il Papa fa eco al privilegium paupertatis concesso 25 anni prima e cita ancora la sequela del Cristo povero come motivo fondante. Chiara era consapevole che anche nel chiuso del chiostro, come nel chiostro del mondo, i momenti mistici sono una dono di grazia temporaneo. Del resto l’episodio evangelico della trasfigurazione è tappa intermedia tra il primo e il secondo annuncio della Passione, destinato a incoraggiare i discepoli di ieri e di oggi. Chiara invita Agnese a «trasformarsi tutta, attraverso la contemplazione, nell’immagine della sua divinità», «affinché non [la] avvolga la nebbia di amarezza» nelle prevedibili difficoltà della vita. La festa di santa Chiara è un invito alle religiose claustrali e a ogni cristiano a fare della propria vita la «dimora e la sede» dell’Altissimo, come Maria, che tra qualche giorno celebreremo nella festa dell’Assunta come Sancta Maria Angelorum, regina degli angeli e dei santi. I momenti mistici non sono mai eterni, sono una caparra dell’eternità; servono a farci comprendere che lo specchio del quale parla Chiara è un dono fragile affidato all’uomo, che può farne l’uso che vuole, buono o cattivo, che lo può perfino gettare via e rompere, nella sua libertà, che Dio non vuole violare.

© Osservatore Romano - 12 agosto 2017

Share this post

Submit to FacebookSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn


"L'articolo e le immagini sono state prese dal web al solo scopo di condividere il buono ed il bello, per il Vangelo, su questo sito, senza scopo di lucro. Nel caso di violazione del copyright, siate gentili, cortesemente, contattateci ed il materiale sara' subito rimosso. Grazie."

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.