Rassegna stampa formazione e catechesi

Nell’agosto del 1978. Gli ultimi giorni di Papa Montini

PAOLO VI TERRA SANTA- Quel prelato che ci spedì in Polonia. - Il discorso inedito del 1° agosto
- Gli ultimi giorni di Paolo VI (Marcello Semeraro)
- Ora viene la notte (Pasquale Macchi)
- Una sorte incomparabile ci attende
- Nell’ultima udienza generale del mercoledì
- L’Angelus che Montini non pronunciò. Per la festa della Trasfigurazione



Alle Frattocchie e a Castel Gandolfo. La rievocazione degli ultimi giorni di Paolo VI si apre con la trascrizione inedita — curata dal vescovo di Albano, che la commenta — del discorso che il Pontefice improvvisò nel pomeriggio di martedì 1° agosto alle Frattocchie, nella parrocchia di San Giuseppe, che volle visitare per rendere omaggio alla tomba del cardinale Giuseppe Pizzardo. La ricostruzione di prima mano degli ultimi giorni, narrati nel libro Paolo VI nella sua parola (Brescia, Morcelliana, 2001, seconda edizione 2014) da Pasquale Macchi, segretario di Montini sin dal 1954, è corredata in queste pagine da due testi di Paolo VI: quello dell’ultima udienza generale del mercoledì, che tenne il 2 agosto a Castel Gandolfo, e la breve meditazione che fece preparare per l’Angelus della domenica successiva, diffusa ma che il Pontefice non poté pronunciare.
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Quel prelato che ci spedì in Polonia
Il discorso inedito del 1° agosto

Perché, oggi, questa nostra visita a questa chiesa, a questo santuario? Noi abbiamo da ricordare l’anniversario, che oggi cade, della morte del cardinale Pizzardo. Egli è morto a 93 anni di età come vescovo del titolo della diocesi suburbicaria di Albano e, per sua volontà, egli qui fu sepolto.
Noi abbiamo titoli particolari per essere devoti alla memoria del cardinale Pizzardo. Diremo: nel novembre del 1922, più di cinquant’anni fa, egli chiamò noi, che stavamo allora ospiti del Seminario lombardo, all’Accademia ecclesiastica. E poi, nel 1923 alcuni mesi, sì, per alcuni mesi [sorride] ci “spedì” — così, forse, era la lettera, difatti! — in Polonia. In Polonia, allora che non c’era ancora la pace, c’era un mandato [inviato] del Santo Padre, il venerato padre Genocchi; e poi già c’era esistente la nunziatura, e noi fummo mandati come segretari della nunziatura e alcuni mesi dopo, in ottobre, ritornammo e fummo assunti, come altri allievi, alla Segreteria di Stato.
Egli era allora — il cardinale Pizzardo — il sostituto, fino alla sua promozione, dopo... giorni... dopo Borgongini Duca, che fu nominato con la riconciliazione del governo italiano [e] diventò nunzio in Italia. E il cardinale Pizzardo dall’Ufficio Secondo della Segreteria di Stato fu trasferito al Primo Ufficio, dove noi ancora lo trovammo. Ed era ancora diretta, la Segreteria di Stato, dal cardinale Gasparri, al quale successe proprio in quell’anno, il ’30-’31 [1930], il cardinale Pacelli.
Nel mille... nel marzo del 1939, il cardinale Pacelli divenne, come si sa, papa Pio XII, che promosse, poi, cardinale prefetto nella... il cardinale Pizzardo a prefetto della Sacra Congregazione dei seminari, dove egli rimase fino alla morte, per molti anni, succedendo al cardinale Granito nella sede suburbicaria di Albano.
Fu uomo — inutile che noi l’attestiamo, legati alla memoria di lui, che voi certamente tutti conoscete — fu uomo attivissimo. A lui si deve, per le opere di maggiore importanza e di iniziativa personale, l’Istituto missionario pareggiato Maria Santissima Assunta; difese e promosse in tutti quegli anni l’Azione cattolica e diede sostegno e sviluppo alla Sacra Congregazione dei Seminari.
Gli dobbiamo l’umile domanda del nostro perdono, a questo che ci fu superiore e direttore, e tante volte nostro consigliere e istitutore; dobbiamo a lui l’istituzione, che lui difese e amò, l’Azione cattolica; gli dobbiamo il ringraziamento per la benevolenza che egli sempre ci usò; dobbiamo ricordare la dedizione del suo sacerdozio ai papi, alla Chiesa. Cominciò il suo servizio con papa Benedetto [XV], poi Benedetto [Pio] XI e poi Benedetto [Pio] XII fino al Papa Giovanni.
Dobbiamo pregare per la pace eterna dell’anima sua e per l’assistenza dal cielo a questa sua diocesi, che per... che fu sua, e alle opere della Chiesa che egli servì, promosse e amò, nella speranza di poterlo incontrare dopo la morte — che per noi non può essere lontana — nella gloria del Signore Gesù Cristo.
Ne lasciamo al parroco — dov’è il parroco? — ecco, il calice per la chiesa; poi lasciamo un mazzo di fiori, che sia posto sulla tomba. E finalmente un cero, che è simbolo della luce [sorride] e della speranza cristiana.
Diamo a tutti la benedizione. Ringraziamo le autorità, che hanno voluto essere presenti. Siamo molto sensibili a questa loro partecipazione, a questo atto di pietà e di onore ad una grande figura di uomo di Chiesa. Ringraziamo di questa loro adesione e siamo fidenti che il Signore terrà conto anche per i loro uffici, le loro persone delle benedizioni dovute a quelli che usano misericordia davanti a lui. E diamo a tutti la benedizione: a voi, alle vostre case, alle vostre famiglie, a tutto questo quartiere, che noi abbiamo sentito nominare tante volte senza mai avere avuto l’occasione — diciamo la fortuna, anche — di visitarlo. A tutti la nostra benedizione apostolica.

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Gli ultimi giorni di Paolo VI
di MARCELLO SEMERARO

Non riferirò quanto avvenne quel tardo pomeriggio d’estate del 1° agosto 1978 alle Frattocchie. La cronaca c’è, dettagliata e corredata di due foto, nelle prime due pagine dell’Osservatore Romano di giovedì 3 agosto. Attento più che alla cronaca, al significato dell’avvenimento è il ricordo di monsignor Pasquale Macchi, che di Montini fu segretario privato dal novembre 1954 sino alla morte del Papa. Il racconto, riportato nella Positio per la causa di beatificazione e canonizzazione (III/1, p. 286), è il seguente: «La visita alla tomba del Card. Pizzardo avvenne il 1° agosto nel pomeriggio. Quando il Papa accolto dalla popolazione cominciò a parlare, tutti poterono notare che la sua voce era tremolante. Anche per me e per il medico, che era presente, fu una vera sorpresa. Al termine della visita pregai il medico, il Prof. Fontana, di venire subito nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo per verificare l’origine di questo malore. Il professore venne e constatò che il Papa aveva la febbre».
Nel libro Paolo VI nella sua parola (Brescia, Morcelliana, 2001, seconda edizione 2014), lo stesso Macchi, intanto divenuto dal 1988 arcivescovo prelato di Loreto, aggiungerà questo commento: «Mi pare opportuno sottolineare questo gesto di Paolo VI, anche perché il Cardinale Pizzardo lo aveva ostacolato in alcuni momenti della sua vita; il Papa voleva far prevalere nel suo animo solo pensieri di gratitudine, di affetto e di venerazione» (p. 351). Aggiungerò solo un particolare, narratomi di persona dal commendator Franco Ghezzi, che fu aiutante di camera di Paolo VI per tutto il pontificato: servirà a comprendere meglio il senso di apprensione di quanti erano vicini al Papa durante il discorso e anche il perché di alcune disarmonie e imprecisioni nell’eloquio.
Ghezzi, dunque, mi ha riferito — e molte volte mi ha raccontato, insieme con altre personali memorie, ciò che avvenne nel tardo pomeriggio di quel giorno — che il professor Mario Fontana, approfittando di essere già sulla strada per Roma, al termine del rito si disponeva a rientrare a casa. Si accostò, allora, per congedarsi dal Papa, ma nel bacio della mano si rese subito conto che la pelle scottava e comunicò subito a monsignor Macchi la sua impressione. «Ma il Papa ha la febbre alta!» esclamò. Ritornò, quindi, anch’egli a Castel Gandolfo per le cure del caso.
Il discorso che tiene Paolo VI quel pomeriggio non è da leggere, è da ascoltare! Il Papa aveva la febbre. Ed ecco che, nel discorrere, a volte s’interrompe perché la memoria si fa incerta, si confonde e sbaglia perfino i nomi di Pio XI e Pio XII dopo aver evocato Benedetto XV. Nonostante la febbre che saliva, Montini si dilunga nei ricordi, che si assommano nella memoria e lo aprono alla gratitudine. Nel salutare, poi, le autorità presenti non dimentica di sottolineare le benedizioni del Signore «dovute a quelli che usano misericordia davanti a Lui».
Come avrebbe rilevato il medico, il Papa scottava, ma non gli veniva meno la lucidità nell’andare con il pensiero alla morte, «che per noi non può essere lontana». Per la festa dell’Assunta l’anno precedente aveva inaugurato con una messa la cappella dedicata alla Vergine che personalmente aveva voluto sulla sponda del lago di Albano, e alla fine dell’omelia era tornato a dire: «Chissà se avrò io ancora, vecchio ormai come sono, il bene di celebrare con voi questa festa. Vedo approssimarsi le soglie dell’aldilà e perciò prendo occasione da questo incontro felicissimo per salutarvi tutti».
Quel pomeriggio alle Frattocchie la voce di Paolo VI era faticosa e incerta, ma non sempre. Chi ascolta il discorso nota anzi che in alcuni momenti è sicura e vibrante. Canta perfino con voce ferma le parole della benedizione apostolica. E almeno due volte si ravviva nel sorriso.
La prima volta, quando ricorda la sua breve missione in Polonia, dal 6 giugno al 10 ottobre del 1923: ci «spedì» dice, con quell’umorismo che non gli era estraneo e che, rileva Francesco nella Gaudete et exsultate (cfr. n. 122-128), ordinariamente accompagna la gioia cristiana. Paolo VI è il Papa della Gaudete in Domino e, anche con la febbre alta, non abbandona il sorriso. Chi gli è stato vicino, e per lungo tempo, mi ha raccontato della ilarità di cui era capace Montini, specialmente nei momenti d’intimità familiare e nel calore dell’amicizia, come con il padre Giulio Bevilacqua.
E il secondo momento in cui il Papa non soltanto sorride, ma si apre a una gioia profonda è quando dona alla parrocchia «un cero, che è simbolo della luce e della speranza cristiana». Nel suo Pensiero alla morte Paolo VI aveva scritto: «Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce». E una celebre foto del 1964 lo coglie, durante la veglia pasquale, con il volto intento e sorridente mentre accende il cero.
La canonizzazione, che nel concistoro del 19 maggio scorso il Papa ha decretato per il prossimo 14 ottobre, ci conforta che Montini è nella luce. A questa aveva accennato nella meditazione per l’Angelus del 6 agosto 1978, che non poté pronunciare. Con la certezza che «quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore».

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Ora viene la notte
di PASQUALE MACCHI

Il sabato, 5 agosto, verso le 2.30 del mattino, il Papa suonò il campanello per chiamarmi: rarissimamente se ne serviva, perché non voleva disturbare nessuno.
Lo trovai seduto sul letto con un respiro affannoso; volle pregare, poi si mise in poltrona. Secondo le indicazioni del medico, in previsione di momenti di particolare difficoltà, gli somministrai, aiutato dalle Suore della Casa pontificia, un po’ di ossigeno, che gli recò sollievo. Mi parlò della morte di Pio XII che era avvenuta proprio in quella camera il 9 ottobre 1958, ricordando che lui, quella notte, si trovava in visita pastorale a Monteviasco, piccolo paese montano in Val Veddasca in Diocesi di Milano. Riandammo con la memoria a quei momenti: insieme avevamo ascoltato per radio la Messa celebrata durante l’agonia di Pio XII, io poi ero rimasto sveglio seguendone le ultime ore e, appena spirato, avevo chiamato l’Arcivescovo che si era messo in preghiera.
Ora, dopo quel ricordo, il Papa tornò a coricarsi, assistito dal dottor Buzzonetti appena giunto da Roma.
La giornata poi passò abbastanza tranquilla, con maggior riposo, come da consiglio dei medici.
Alle 19 ci fu un consulto del professor Fontana e del dottor Buzzonetti con il professor Prosperi, specialista urologo. Dopo un approfondito esame, il Professore approvò le cure intraprese, suggerì di intensificarle, ma si manifestò sereno e fiducioso.
Il dottor Buzzonetti si fermò a Castel Gandolfo per la notte.
Finita la cena, recitammo il Rosario e la Compieta; il Papa voleva recarsi nello studio per lavorare, ma lo pregai di andare a letto.
Col mio aiuto prese visione della corrispondenza e delle pratiche della giornata; alle 22.30, secondo il suo desiderio, io gli lessi il capitolo «Jésus» del Piccolo catechismo di Jean Guitton.
Poi esclamò: «Ora viene la notte». Il tono della frase mi sembrò rivelare un’inquietudine inconsueta. Perciò, con un po’ d’insistenza, chiesi di poter restare in camera per vegliare, finché non avesse preso sonno.
Fu l’inizio di una notte tormentata.
Il Papa si agitava in continuità, come se una forza malefica lo affliggesse senza dargli requie; alle 3 del mattino il dottor Buzzonetti mi sostituì nella veglia.
Venne la domenica 6 agosto, la festa della Trasfigurazione di Gesù.
Alle 7.30 ritornai presso il Papa che mi apparve sfinito: non poteva celebrare la S. Messa e io promisi di celebrarla per lui nel pomeriggio.
A mezzogiorno i fedeli, radunati nel cortile del Palazzo Apostolico per la recita domenicale dell’Angelus, non videro il Papa; venne letto il discorso preparato secondo i suoi suggerimenti, ed egli poté alzarsi, solo con molta fatica, per recitare l’Angelus in Cappella.
Il pomeriggio passò tranquillo, con l’assistenza del segretario Padre John Magee, appena rientrato da un periodo di vacanza.
Alle 17.30 mi preparai per celebrare la S. Messa nella Cappella attigua alla camera del Papa, che si predispose accomodandosi a letto e indossando la stola.
Erano presenti, oltre a noi due segretari, il dottor Buzzonetti, l’aiutante Franco Ghezzi e le Suore dell’appartamento pontificio. Il Papa seguì la S. Messa con intensa devozione. Alla Comunione egli si protese verso l’Eucaristia «come la cerva anela alle sorgenti delle acque». In quel momento io ebbi la percezione che quella Comunione era il suo Viatico. Con la sua consueta forza d’animo riuscì a vincere la commozione, che in quel momento era intensissima in tutti.
Appena terminata la S. Messa, proposi di amministrargli il Sacramento degli infermi. Il Papa rispose: «Subito, subito».
Fin dal primo giorno in cui io fui suo segretario in Vaticano, mi raccomandò che sempre l’Olio Santo fosse a portata di mano: tutti gli anni, quando andavamo a Castel Gandolfo, dovevamo portarlo con noi. Non mi fu quindi difficile iniziare subito il rito sacramentale.
Seguì le preghiere con calma e consapevolezza, offrendo lui stesso le mani per la sacra unzione.
Al termine fece un gesto con la mano, senza parlare, esprimendo così il saluto, la gratitudine, il commiato.
Poi il male sembrò esplodere in modo violento e inesorabile: era edema polmonare.
Il professor Fontana, appena giunto da Roma, con il dottor Buzzonetti si prodigò con tutti i mezzi per contrastare il male.
Il Papa non mostrò più alcuna preoccupazione: ormai era immerso totalmente nella preghiera. Padre nostro, Ave Maria, Salve Regina, Magnificat, Anima Christi si ripetevano continuamente, seguiti con animo commosso anche da tutti i presenti.
Sopraggiunse il Cardinale Segretario di Stato, Cardinale Villot, da me immediatamente avvertito: recitò le preghiere dei morenti per accompagnare il Papa all’incontro con Dio.
Il fratello del Papa, Senatore Lodovico, raggiunto telefonicamente a Ponte di Legno, volle assicurare la sua affettuosa partecipazione e la sua fervida preghiera.
Arrivarono il Sostituto della Segreteria di Stato, Mons. Caprio, Padre Paolo Dezza S.J. (1901-1999), confessore del Papa, e un pronipote di Paolo VI, Marco Montini.
La febbre saliva inesorabilmente e tutte le cure non riuscivano ad arrestare il male.
La preghiera continuava: Padre nostro, Padre nostro, senza interruzione.
La voce del Papa si affievoliva progressivamente, fino a un ultimo debolissimo Padre nostro che si spense sulle sue labbra alle ore 21.40.
Paolo VI entrava nella gloria di Dio.
Morì mormorando il nome del Padre, affidando e consacrando in Lui la conclusione della vita terrena e l’aprirsi di quella eterna.
In quel momento, improvvisamente, la sveglia del Papa si mise a suonare: era una vecchia sveglia che lo aveva sempre accompagnato fin da giovane, donatagli da sua mamma quando, nel 1923, fu inviato alla Nunziatura di Varsavia. Il mattino di quel giorno, vedendo che si era fermata, avevo voluto caricarla io e inavvertitamente avevo mosso le lancette spostandole alle 21.40. Così, quel suono che per tutti quegli anni aveva svegliato Paolo VI alla luce del nuovo giorno, quella sera, simbolicamente, segnò per lui l’alba del giorno che non tramonta mai.
Paolo VI desiderava morire bene; più volte mi aveva ripetuto: «Mi aiuti a morire bene».
Voleva morire senza recare disagi alla Chiesa, senza un periodo di infermità che potesse creare problemi: morire in silenzio, senza disturbare, nel pieno delle forze intellettuali e spirituali per offrire consapevolmente la sua morte come «dono d’amore alla Chiesa».
Il Signore ha esaudito la sua preghiera.

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Una sorte incomparabile ci attende
Nell’ultima udienza generale del mercoledì

Figli e Fratelli carissimi,
Noi pensiamo che un desiderio molto bello vi abbia spinto a questo incontro, una curiosità molto nobile vi abbia suggerito di venire a questa non facile opportunità, non solo di vedere il Papa, ma anche e specialmente di ascoltare una sua parola, quasi a titolo di esperimento (cfr. Luca 2, 15): vediamo un po’ che cosa il Papa ci può dire per nostra istruzione e per nostro conforto. Nel mondo in cui siamo, il frastuono di voci che vorrebbero captare la nostra attenzione è tale che non è facile capire quali siano le voci degne d’essere veramente ascoltate, e fra quelle ascoltate (mediante la radio, mediante la stampa, mediante la scuola, mediante la convivenza sociale, ecc.) non è facile distinguere le voci che arrivano ad un cittadino del mondo per divertirlo, per informarlo, o per istruirlo. Quali sono le voci che ci obbligano ad ascoltarle, quali sono quelle che meritano, o pretendono d’essere da noi non solo conosciute, per esempio, le voci della cultura, ma che esigono da noi d’essere prese come guida del nostro pensiero e soprattutto d’essere guida della nostra vita? Queste voci dominanti nella nostra vita le chiamiamo le nostre idee. Ciascuno ha le proprie idee, e sono queste che classificano la gente che pensa e che ne determinano il modo di agire.
Tutti sappiamo come oggi questo campo sia invaso da una quantità di idee, che possono giovare alla cultura o all’attività del mondo sociale, ma che per la loro stessa molteplicità, per la loro mutabilità e per la debolezza intrinseca della loro corrispondenza con la verità generano una mentalità sempre problematica e spesso superficiale. L’uomo moderno è assai cresciuto nelle sue conoscenze, ma non sempre nella solidità del suo pensiero, non sempre nella certezza di possedere la verità. Invece ecco il fatto singolare dell’insegnamento della Chiesa.
La Chiesa professa ed insegna una dottrina stabile e sicura. Intanto tutti dobbiamo ricordare che la Chiesa, prima d’essere maestra, è discepola. Essa insegna una dottrina sicura, ma insegna una dottrina ch’essa per prima ha dovuto imparare. L’autorità dell’insegnamento della Chiesa non deriva dalla sua propria sapienza, né dal controllo propriamente scientifico e razionale di ciò che ella predica ai suoi fedeli; ma dal fatto che essa annuncia una parola che deriva dal Pensiero trascendente di Dio. È questa la sua forza e la sua luce. Come si chiama questa trasmissione incomparabile del Pensiero, della Parola di Dio? Si chiama la fede.
Su tema di tale importanza e di tale ampiezza, noi ora accenniamo soltanto a tre punti. Il primo è dato dalla natura di questa conoscenza: essa non è contraria alla ragione, ma è superiore alla ragione. Cristo si è fatto maestro nostro per insegnarci Verità, che di per sé superano la nostra capacità d’intelligenza. Solo gli umili le accettano e così vivono in un’atmosfera di sapienza, d’ordine superiore. Ricordate le parole del Vangelo: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11, 25).
Il secondo punto riguarda la necessità di avere e di professare la fede: «Senza la fede — è scritto nella lettera agli Ebrei — è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 4, 6). E quante volte nel Vangelo si fa l’apologia della fede, che il Signore trova scarsa perfino nei suoi discepoli: «Uomo di poca fede — dice il Signore a Pietro che stava per affogare — perché hai dubitato?» (Matteo 14, 31) e lo riporta a galla.
Il terzo punto è un campo immenso di esperienza spirituale: ce lo ricorda San Paolo: «La fede opera mediante la carità» (Galati 5, 6). Il che vuol dire che nella fede troveremo la pienezza della vita cristiana; vi troveremo la fortezza, la gioia, il conforto della vita divina a noi comunicata.
Così sia per noi! Con la nostra Benedizione Apostolica.

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L’Angelus che Montini non pronunciò
Per la festa della Trasfigurazione

Fratelli e Figli carissimi!
La Trasfigurazione del Signore, ricordata dalla liturgia nell’odierna solennità, getta una luce abbagliante sulla nostra vita quotidiana e ci fa rivolgere la mente al destino immortale che quel fatto in sé adombra. Sulla cima del Tabor, Cristo disvela per qualche istante lo splendore della sua divinità, e si manifesta ai testimoni prescelti quale realmente egli è, il Figlio di Dio, «l’irradiazione della gloria del Padre e l’impronta della sua sostanza» (cfr. Ebrei 1, 3); ma fa vedere anche il trascendente destino della nostra natura umana, ch’egli ha assunto per salvarci, destinata anch’essa, perché redenta dal suo sacrificio d’amore irrevocabile, a partecipare alla pienezza della vita, alla «sorte dei santi nella luce» (Colossesi 1, 12). Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo «partecipi della natura divina» (2 Pietro 1, 4). Una sorte incomparabile ci attende, se avremo fatto onore alla nostra vocazione cristiana: se saremo vissuti nella logica consequenzialità di parole e di comportamento, che gli impegni del nostro battesimo ci impongono.
Il tempo corroborante delle vacanze sia a tutti propizio per riflettere più a fondo su queste stupende realtà della nostra fede. Ancora una volta auguriamo a voi tutti, qui presenti, e a quanti possono godere di una pausa ristoratrice in questo periodo di ferie, di trasformarle in occasione di maturazione spirituale.
Ma anche questa domenica non possiamo dimenticare quanti soffrono per le particolari condizioni in cui si trovano, né possono unirsi a chi invece gode il pur meritato riposo. Vogliamo dire: i disoccupati, che non riescono a provvedere alle crescenti necessità dei loro cari con un lavoro adeguato alla loro preparazione e capacità; gli affamati, la cui schiera aumenta giornalmente in proporzioni paurose; e tutti coloro, in generale, che stentano a trovare una sistemazione soddisfacente nella vita economica e sociale. Per tutte queste intenzioni si alzi fervorosa oggi la nostra preghiera mariana che stimoli altresì ciascuno di noi a propositi di fraterna solidarietà. Maria, Madre sollecita e premurosa, a tutti rivolga il suo sguardo e la sua protezione.

© Osservatore Romano - 5 agosto 2018


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