Rassegna stampa formazione e catechesi

Mettere d’accordo Marta e Maria

charls de foucaulddi GABRIELE FARAGHINI

«A causa di Gesù e del Vangelo, in risposta alla sua chiamata, il piccolo fratello della Comunità Jesus Caritas consacra la vita all’amore di Dio e all’amore di tutti gli uomini, suoi fratelli e sorelle». Con queste parole iniziano le nostre Costituzioni che “desiderano” il piccolo fratello di Jesus Caritas come Charles de Foucauld, sedotto da Gesù nel mistero di Nazaret, chiamato a una continua ricerca per vivere l’assoluto di Dio e la fraternità universale.
Non solo in forza di queste parole, ma già dal sentire comune della gente, il religioso è identificato come “amico di Dio”. La scorsa estate perfino un bambino dell’oratorio, che mi raccontava di aver visto la Madonna mentre era ricoverato all’ospedale Bambino Gesù di Roma per una serie di delicatissimi interventi chirurgici (e questo fatto m’induce a pensare che sia vero quello che mi ha detto, mentre di solito sono molto diffidente su queste cose), si meravigliava del fatto che io non l’avessi mai vista: «Ma come, sei pure prete e non hai visto la Madonna?». Nel comune sentire noi dovremmo essere dei mistici e questo è bello in sé, ma occorrerebbe chiarire il significato del termine. Spesso parole come “contemplativo”, “monaco”, “mistico”, sono identificate con esperienze eccezionali e riservate a pochi “intimi”. Alla luce dell’incarnazione, invece, secondo le parole del Vangelo dovrebbero essere “fenomeni diffusi”. Piccola sorella Magdeleine di Gesù scriveva in proposito alle piccole sorelle: «Queste parole, “vocazione contemplativa”, “contemplazione”, non ti spaventino. Non devono evocare ai tuoi occhi l’idea di una vocazione eccezionale, di qualcosa di elevato al quale la maggior parte degli uomini non ha accesso. Alla luce di frère Charles di Gesù queste parole evochino in te la disposizione semplicissima, fiduciosa, amante di un animo in intima conversazione con Gesù, le tenerezze di un bimbo verso suo padre, le effusioni di un amico verso l’amico». La contemplazione è dunque qualcosa di molto semplice, di accesso particolarmente facilitato ai piccoli, e poco adatta a piegarsi a essere insegnata in una scuola. La contemplazione è sguardo di fede, è passare tempo davanti a Gesù, è cercare di vedere con gli occhi di Cristo, cercare di allineare i nostri pensieri ai suoi pur sapendo che la distanza tra di essi è grande (cfr. Isaia , 55, 9). La parola “contemplazione” non deve dunque spaventarci, come ci dice piccola sorella Magdeleine, ma ci deve dire che questo dovrebbe essere lo stato di ogni battezzato, la ricerca di ciascun cristiano, il desiderio di ogni cuore. Certo, occorre forse cambiare il nostro modo di intenderla legata alla clausura di un monastero o a determinate esperienze speciali come apparizioni, estasi, stigmate, che la limiterebbero a qualcosa di “riservato a pochi eletti”. Eppure, anche leggendo le esperienze dei mistici, come per esempio quelle di santa Teresa di Gesù (che con san Giovanni della Croce era tra le letture preferite del nostro beato Charles), se inizialmente possono un po’ sconcertare, poi ci riconducono su un terreno molto concreto e “f a m i l i a re ”. Da poco ho finalmente deciso di leggere il Castello interiore di Teresa d’Avila; mi ero sempre lasciato scoraggiare dal titolo e soprattutto dalla mia pigrizia, e quando ho sentito la descrizione del cammino di incontro col Signore via via più intimo, devo dire che ho sorriso tra me e me, forse un po’ come Sara quando sentì che sarebbe rimasta incinta da vecchia. Ma, mentre sorridevo, ecco la bastonata: «Cominciamo dal tormentoso disagio di imbattersi in un confessore talmente guardingo e poco sperimentato che non trova mai una cosa degna di essere ritenuta sicura. Appena vede qualche fenomeno un p o’ fuori dell’ordinario, teme di tutto, mette in dubbio tutto». Devo dire che ho ritrovato in queste parole la mia descrizione, il ritratto della mia diffidenza di lettore. Certo — mi sono detto — non posso bollare tutte queste esperienze semplicemente come “suggestioni” o cose simili. Allora sono andato avanti. La “rivincita” è venuta verso la fine delle «settime mansioni», anche se già da prima santa Teresa aveva più volte detto che criterio veritativo di ogni esperienza mistica fosse l’amore fraterno. A quel punto, infatti, la grande monaca carmelitana afferma: «Ecco ora, sorelle mie, quanto desidero che cerchiamo di raggiungere, e non per godere, bensì per attingervi la forza di servire il Signore: desideriamo e pratichiamo l’orazione, ma non pretendiamo d’imboccare una strada non battuta, giacché ci perderemmo sul più bello. Oltretutto, sarebbe per noi davvero singolare pensare di ottenere da Dio queste grazie percorrendo una via diversa da quella seguita da lui e da tutti i suoi santi: non ci passi neanche per la mente. Credetemi: Marta e Maria devono sempre andare d’accordo per ospitare il Signore, tenerlo sempre con sé e non fargli l’a f f ro n t o di rifiutargli da mangiare. Come avrebbe potuto offrirgli un pasto Maria, sempre seduta ai suoi piedi, se sua sorella non l’avesse aiutata?». Dunque, se non ho capito fischi per fiaschi, l’esperienza di incontro col Signore deve avere le due dimensioni di Marta e Maria (cfr. Luca , 10, 38-42). È un vero contemplativo colui che ama il suo prossimo. Ma così torniamo al via, all’affermazione di partenza della nostra regola. Credo che per questo la contemplazione sia lo stato possibile a ogni cristiano, perché è la sostanza dei comandamenti di Dio: ama il Signore e ama il prossimo. Alla fine la madre del Carmelo dice che la contemplazione di Dio e l’esplorazione del castello interiore non sono un esercizio, ma un dono, e per sapere se l’hai ottenuto devi verificare se, oltre a essere Maria, sei anche Marta. Ma questo Giacomo l’aveva già detto molto tempo prima (cfr. Giacomo , 2, 14-17). Queste affermazioni, però, rischiano di spostarci là dove la cultura dominante ci vuole condurre: pregare non serve a niente, meglio agire. È l’obiezione che si sente spesso, soprattutto di fronte alla vita monastica claustrale, ma anche al riguardo del tempo passato in chiesa a pregare durante la giornata. I termini sono due: Marta e Maria; e non si deve pensare che possano esistere distinti, «non osi separare l’uomo ciò che Dio ha unito». Occorre anzi restituire al mondo l’adorazione, la contemplazione, perché altrimenti si “suiciderà” nell’azione. Il 1° dicembre 1966 Papa Paolo VI diceva alla famiglia spirituale “Charles de Foucauld”: «Siate fedeli nell’essere come lui — come padre de Foucauld — soprattutto degli adoratori in un mondo in cui il senso di questo dovere tende a oscurarsi». Dobbiamo scommettere sulla preghiera, deciderci a dedicare del tempo al Signore nella gratuità, non perché andiamo in estasi ogni volta, ma con la consapevolezza dell’amante. Tante volte durante la preghiera non sentiremo nulla, ci addormenteremo, come gli apostoli durante la trasfigurazione e poi di nuovo al Getsemani (cfr. Ma t t e o , 26, 36 ss.), avremo la stessa sensazione che si prova a «succhiare un chiodo» (così diceva Carlo Carretto), lo stesso gusto di parlare con mia nonna “rimbambita” che non capisce quello che dico — ma è ugualmente importante andare a visitarla — e chi più ne ha più ne metta. Decidere di pregare è fidarsi di Dio che ce lo chiede, è consapevolezza di essere nelle mani di Dio in ogni situazione, è sentirsi un bambino tra le braccia della mamma (cfr. Salmi , 131), è sapere di essere disegnati sul palmo della mano di Dio (cfr. Isaia , 49, 16). Pregare non dipende dai risultati che si ottengono in termini di esaltazione interiore o di sensazioni di benessere. Chiedete a Giacobbe cosa ha provato dopo la preghiera (cfr. Genesi , 32, 2333).

© Osservatore Romano - 12 agosto 2018


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