Rassegna stampa formazione e catechesi

MATRIMONIO, LIBERTÀ E VOCAZIONE

famigliaPatrizia Gregori

Il pensiero comune ci dice che il matrimonio è la tomba dell’amore. Succede spesso ai matrimoni di vedere dipinte sulla strada davanti alla casa degli sposi scritte come “fermati, sei ancora in tempo”, “torna indietro”, “cambia strada” e simili.

È il frutto di un’idea molto corrotta del matrimonio e dell’amore, come se si trattasse di una prigione, un luogo in cui si patisce e basta, ci si sacrifica e si perdono tutti i diritti. Ed è un’idea che non abbiamo soltanto noi laici. Ho sentito preti che parlando fra loro dicevano: “Io dovrei sposarmi per essere sottomesso a una donna?” (perché è la donna che comanda in casa, giusto?). Oppure durante le omelie dei matrimoni, li avrete sentiti anche voi parlare dei gravi impegni, degli obblighi, delle tonnellate di pazienza e sopportazione di cui dovranno armarsi gli sposi.

Per 16 anni ho fatto l’avvocato dei poveri, fornivo consulenza matrimoniale a tutti quelli che me lo chiedevano, ossia circa 200 persone ogni anno e a tutti ho fatto questa domanda: “Cosa significava per te il matrimonio nel momento in cui lo hai deciso?”. Ci sono quelli più aerei che rispondono che è “un coronamento” ossia un punto di arrivo e sono quelli che sbagliano prospettiva perché invece dovrebbe essere un punto di partenza. Quelli più concreti rispondono che il matrimonio è avere una casa, un lavoro, stare insieme, e indicano tutte cose che si possono fare benissimo anche senza matrimonio. I più concreti dei concreti dicono che il matrimonio è per fondare una famiglia, avere dei figli, invecchiare insieme. Giusto. Il matrimonio è senza dubbio anche questo. Nessuno però mi ha mai detto cose fosse il matrimonio per lui, cosa c’era dentro al suo cuore in quel momento.

Qualcuno potrebbe obiettare che quelli erano tutti matrimoni falliti e questa potrebbe essere una buona ipotesi.

Ma la verità è che abbiamo perso la capacità di guardarci dentro, di chiederci il significato esistenziale delle nostre scelte, di discernere cosa è il mio vero bene.

Se questo è vero, se cioè è diventato così difficile fermarsi e chiedersi cosa è bene per me, tanto più difficile sarà arrivare a chiedersi cosa è bene per chi mi sta accanto. È drammatico.

Io credo che il matrimonio sia fondamentalmente una scelta di felicità. Avete presente la favola di Cenerentola? È un archetipo: “E vissero felici e contenti”. Questo deve essere il matrimonio, scegliere di vivere per sempre felici e contenti.

Ora, le favole ci dicono che questa è l’aspirazione del nostro cuore, però non ci dicono come, non ci dicono cosa dobbiamo fare per essere sempre felici e contenti.

 

Vediamo allora di orientarci e per farlo scegliamo di ascoltare che cosa ci insegna la Chiesa.

 

La Chiesa nel corso dei millenni si è interessata molto al matrimonio, su di esso sono state scritte intere biblioteche. Questo perché la Chiesa ha sempre riconosciuto un’importanza fondamentale del matrimonio per l’uomo e per la società.

Ora qualcuno potrebbe chiedersi perché dobbiamo ascoltare proprio gli insegnamenti della Chiesa e non quelli di Osho, di Buddha o di chi volete. Fra di voi potrebbe esserci qualcuno che non è battezzato, che appartiene ad un’altra religione o che non crede in Dio e nella Chiesa. Perché dovrebbe ascoltare quello che ci dice la Chiesa?

Fondamentalmente per due motivi:

innanzitutto la Chiesa si rivolge a tutti gli uomini perché pensa di aver ricevuto un incarico universale, non si occupa soltanto delle sue pecorelle, è consapevole di custodire un deposito di cose buone e vuole condividerlo con tutti. È un servizio al genere umano.

Poi perché la Chiesa cattolica è una delle realtà culturali più antiche ancora viventi. Noi leggiamo e studiamo con grande rispetto le opere della letteratura e della filosofia antiche, ma la cultura greco-romana non esiste più, vive attraverso di noi ma in sé e per sé non esiste più. La Chiesa, invece, da duemila anni vive uguale a se stessa, fedele alle parole del suo fondatore. Non sembra anche a voi che meriti di essere ascoltata con rispetto? Non dovremmo vivere con un certo orgoglio l’appartenenza a questa cultura? Ebbene, questa cultura millenaria – come tutte le culture del resto – sta lì per aiutare l’uomo a vivere e vivere bene, per aiutarlo ad essere se stesso a compiere il proprio destino, a realizzarsi.

In una parola, a vivere la propria vocazione.

 

Fermiamoci un attimo su questa parola.

 

Cosa intendiamo quando diciamo che una data persona ha la vocazione di medico, di insegnante, di artista? Con queste espressioni vogliamo significare che quella persona si sente attratta da un certo tipo di vita e questa attrazione, difficile da spiegare anche a se stessi, modella la vita di quell’individuo. Non ricordo chi, ma qualcuno ha definito la vocazione un volere con rilievi di amore, un desiderio che nasce dal cuore e ha la stessa potenza dell’amore. Il mio maestro, Mons. José María Serrano che per molti anni è stato un giudice della Rota Romana diceva che la vocazione di amore permette di scegliere di essere qualcosa anche se quel qualcosa potrebbe essere la più rischiosa o la meno razionale.

Io – diceva – farei il prete anche se per farlo dovessi pagare, perché la mia vocazione d’amore è come una specie di istinto di felicità che trovo nel fare quello che faccio[1].

Il termine vocazione viene dal latino vocare, chiamare, la vocazione è una chiamata, una voce che dal di dentro ti chiama ad essere qualcosa.

Questa voce, nell’ambito ebraico-cristiano, è la voce di Dio stesso che si rivolge alla creatura. Prima gli dà la vita, la chiama ad esistere, poi la chiama ad essere, ad essere qualcosa di preciso.

 

Nell’Antico Testamento ci sono molti esempi di vocazioni, di chiamate da parte di Dio: Abramo viene chiamato a lasciare la sua terra per fondare un nuovo popolo; il popolo stesso di Israele viene chiamato ad un compito immenso, essere popolo di Dio, la sua famiglia; e poi i profeti Isaia, Geremia, Samuele.

Vi ricordate cosa successe a Samuele?

Lui era un ragazzetto che serviva nel tempio e una notte sente una voce che lo chiama “Samueleee”.

Allora lui si alza e va dal sacerdote Eli, lo sveglia e gli chiede perché lo avesse chiamato. Ma quello lo rimanda a dormire. Questo succede tre volte, “Samueleeee”, e niente, non era stato Eli. Alla fine il sacerdote gli suggerisce di rispondere così: “Parla Signore, il tuo servo ti ascolta” e finalmente Dio parla.  È bello questo racconto perché ci dice di questa voce interiore che ci chiama nel torpore della coscienza e si fa strada insistentemente. E questa insistenza ci dice che fra noi e Dio  chi vuole più intensamente è Dio. Noi basta che rispondiamo.

 

Nel Nuovo Testamento è principalmente S. Paolo che parla di vocazione e lo fa molte volte. Ne ricordiamo soltanto due: nella lettera ai Romani[2] dice che i cristiani sono "chiamati santi" il che vuol dire non solo che sono stati consacrati da Dio ma che sono chiamati alla santità, ossia a farsi quanto più simili a Dio, che è totalmente altro rispetto al mondo, e di farlo seguendo l’esempio di Cristo. Questo è molto importante e centrale perché ci dice il senso della chiamata. La vocazione non è tanto per fare, ti chiamo e tu esegui. La vocazione ha uno scopo, un fine ultimo, che è appunto la santificazione della creatura, la sua preparazione per il paradiso dove entreremo nella gloria di Dio, la sua felicità.

Qui possiamo ricordare che ci sono tre vocazioni nella vita di ognuno di noi: la prima è la vocazione alla vita, questo è un dato incontestabile: siamo stati chiamati alla vita e a viverla ancora prima di capirla, a servirla e onorarla in tutte le sue fasi evolutive. La seconda è la chiamata alla gioia: tutta la scrittura, l’antica come la nuova, sono una corale chiamata alla gioia. E dobbiamo aver accettato queste due chiamate se vogliamo incontrare la terza vocazione: non possiamo piangerci addosso in continuazione, ripeterci che tutto va male, nessuno ci ama abbastanza ecc. ecc. restiamo fermi lì, inchiodati alle nostre paure e alle nostre amarezze senza poter fare un passo avanti e la terza vocazione richiede una decisione. Infatti, la terza vocazione è quella particolare, quella pensata e tagliata addosso a ognuno di noi: essere sposi, genitori, sacerdoti, religiosi, ma anche essere operai, impiegati, commercianti, medici, insegnanti, e perché no, amici.

Pertanto, il secondo brano che voglio proporvi di S. Paolo è nella prima Lettera ai Corinzi[3] e dice: "Ognuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato”.

Sta parlando ai primi cristiani che prima di ricevere la fede vivevano le loro professioni, erano celibi o sposati, liberi o schiavi.

Ad essi S. Paolo raccomanda di non stravolgere la loro vita ma di continuare a fare quello che facevano prima perché è lì che si deve esplicare, incarnare vorrei dire, la vocazione di ognuno. Uno potrebbe dire che c’è una bella differenza fra fare il medico e l’operaio oppure fra il laico e il sacerdote. Ma sbaglierebbe.

La vocazione particolare ha a che fare solo con te, ti dice che quella cosa lì, bene come la puoi fare tu – che sei unico e irripetibile –, non  la può fare nessun altro. A me, per esempio, piace fare le torte per la mia famiglia. Sicuramente, se invece di farle le comprassi in pasticceria sarebbero molto più belle e anche molto più buone. Però, le mie torte sono impastate di farina e di amore, chi le mangia, mangia anche tutto l’affetto che ci ho messo dentro, nutrono di più. Solo voi mamme, solo voi mogli, sorelle, amiche, sapete fare le torte così.

Vi faccio un altro esempio: un amico ha un problema e viene a parlare con te.

Tu potresti dirgli “guarda, non ho le competenze per risolverti il tuo problema, vai da uno psicologo”. Lo psicologo saprebbe fare benissimo il suo mestiere ma non potrebbe mai dargli quell’abbraccio e quella comprensione affettuosa che potevi dargli solo tu. Una frase mi ha molto colpito: Potresti essere l’unico cristo che quella persona incontra nella sua vita. Tu, solo tu, con la tua intelligenza, la tua volontà, le tue emozioni, i tuoi affetti, la tua personalità.

È il messaggio fondamentale di San Josemaría Escrivá, un messaggio che a me ha dato tanta speranza: che possiamo farci santi continuando a fare al meglio le cose di tutti i giorni[4].

Capite l’importanza della vocazione particolare.

Dunque, dicevamo, matrimonio come vocazione e vocazione di felicità.

Ma felicità non nel senso di spassarsela il più possibile come se non ci fosse un domani, siamo liberi, andiamo al pub, andiamo al cinema, andiamo in vacanza. Parliamo di felicità vera, quella che non passa mai e che le cose esterne a noi, i divertimenti, non possono darci.

Vediamo allora di capire cosa è un matrimonio, quali – secondo l’insegnamento della Chiesa – sono i suoi elementi e se questi elementi ci portano alla felicità, cosa serve realizzare perché questa meravigliosa vocazione non sia troppo ristretta, corrotta e non diventi davvero la tomba delle nostre speranze.

Il matrimonio è dunque un patto, un’alleanza, una promessa fra un uomo e una donna che contiene quattro punti cardinali.

 

Il primo è l’indissolubilità. E’ una parola che fa paura, no? Vuol dire che ciò che è fatto non si disfa più. Il mondo ci dice che tutto cambia, che è impossibile vivere una vita intera con la stessa persona. Ma se noi guardiamo al cuore di due persone innamorate, cosa vediamo? I dubbi? Il “chissà cosa sarà”? O non vediamo forse il desiderio di vivere insieme per sempre, che nulla venga a turbare questa armonia? Tra l’incertezza perenne e la stabilità, cos’è che cerca veramente l’uomo? Cos’è che serve meglio la famiglia e i figli, la stabilità o lo sfascio? Capite che questo elemento delle promesse coniugali è il più normale, il più naturale: il “per sempre”, l’invecchiare insieme, il vivere per sempre felici e contenti.

 

Una volta non esistevano gli spostamenti frequenti, si viveva sempre nello stesso posto, cambiare lavoro era quasi una vergogna, si vedevano sempre le stesse persone e tutto sommato l’indissolubilità era difesa da tutte le parti. Oggi non è più così, domina una cultura del cambiamento, del provvisorio, ma il bisogno fondamentale di stabilità non è sparito dal cuore dell’uomo.

La Chiesa ci dice che la perpetuità del matrimonio serve l’uomo, la famiglia e la società, gli permette di essere felice e ritiene ancora l’uomo degno e capace di una scelta di vita definitiva. La Chiesa ha questo concetto nobile dell’uomo, la società al contrario ne ha un’idea debole, fragile.

Qui permettetemi di dire una parola sulle convivenze prematrimoniali che ormai sembrano così scontate fra le giovani coppie e spesso sento che anche i preti le consigliano come un male minore. Alla radice della convivenza vi è il concetto di prova: “proviamo a vedere se stiamo bene insieme” dicono, come se il partner fosse una giostra, una macchina, un giocattolo che si deve provare per vedere se procura quel benessere personale che oggi sembra l’unico imperativo.

È un concetto molto vile e strumentale dell’altro. L’insegnamento della Chiesa è contrario a questa prova non per cattiveria ma perché ci vuole mettere in guardia dal trattare le persone come se fossero cose, vuole che ci “desatellizziamo”[5] ossia che usciamo dal piccolo orto del nostro Io, che affrontiamo la vita in modo virile perché non siamo affatto fragili come la società ci sussurra all’orecchio.

Il secondo cardine del matrimonio è la fedeltà, anche questa fa paura, no? Se l’indissolubilità sta a indicare che due vivranno insieme per sempre, la fedeltà implica che per sempre quei due escluderanno chiunque altro dai rapporti intimi. La società ci dice che anche questo è impossibile, che domani l’amore può bussare alla tua porta e per essere felice tu devi andare dove ti porta il cuore. Un’altra stupidaggine che si sente spesso è che bisogna scegliersi ogni giorno: no, io non ti lascio nell’ansia quotidiana della mia scelta, io ti scelgo una volta per tutte. Ancora, la società ti dice che puoi amare solo una persona. Eppure, il cuore umano è capace di amare molte persone: amiamo i nostri genitori, il coniuge, i figli, gli amici, il nostro lavoro, i nostri animali e chissà quanto altro. Solo questa considerazione dovrebbe farci capire che la società ci sta dando un messaggio falso, che noi siamo capaci di amare moltissimo. Il problema non è nell’amare soltanto una persona. Una volta capito che posso voler bene a tante persone, a me sembra che sia più un problema di disciplina del cuore e del corpo. Noi non siamo costretti a condividere il nostro affetto solo attraverso il corpo, non siamo dominati dagli istinti come gli animali. C’è qualcosa che ci rende molto più nobili di questo. La costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II dice: “E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza coniugale « non sono più due, ma una sola carne » (Mt 19,6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono”[6]. La fedeltà nel corpo serve dunque a sperimentare sempre più l’unità della coppia.

Chi di noi infatti si augurerebbe di trovare un partner infedele?

Non è forse l’aspirazione profonda del nostro cuore avere accanto una persona che ci sia leale per sempre, nella buona e nella cattiva sorte? Il Concilio contiene parole bellissime sull’amore coniugale: Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell'amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell'amicizia coniugale”[7]. Abbraccia il bene di tutta la persona. Ecco dunque: quello che io voglio per me – la tua lealtà – lo voglio anche per te, te lo dono irrevocabilmente. La Chiesa, ancora una volta ha un concetto di uomo molto più nobile e forte di quello debole e vile che ci offre la nostra cultura moderna e ci dice che noi siamo capaci di fare un dono così grande come la nostra fedeltà.

Il terzo cardine sono i figli, la fecondità.

Quante volte abbiamo sentito dire che l’amore, se è vero amore, è fecondo. La Chiesa deriva questa certezza dalla speculazione incessante sul mistero trinitario. Nella Santissima Trinità abbiamo un Padre (l’amante poi anche amato), un Figlio (l’amato a sua volta amante), e una terza Persona (l’Amore) che sgorga dalla relazione che c’è fra il Padre e il Figlio: un amore così forte che si personifica nel loro Spirito. Si dice che la Trinità è Amore-Amante-Amato. Così è anche fra gli uomini: quando fra due persone c’è un affetto profondo, una relazione forte, questa si vede, il legame si fa quasi visibile. Ecco perché la fecondità del matrimonio è così importante.

Poi, più banalmente, se le famiglie non generassero figli il genere umano si estinguerebbe, non occorre neanche dirlo. La società odierna ci dice che i figli sono un problema e un problema costoso.

Qui i modi di dire popolari si sprecano.

Il più ripetuto è “figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi”. Problemi, sempre problemi, non c’è niente da fare, il negativo ha un suo fascino. Eppure, nonostante tutto, chi ha dei figli sa quanta gioia portano nella vita, quanto senso diano al nostro alzarsi e lavorare ogni giorno. Anche qui, contro tutte le paure che ci butta addosso la cultura di oggi, c’è la Chiesa a ricordarci che i figli sono un bene: “I figli infatti sono il dono più eccellente del matrimonio e contribuiscono grandemente al bene dei genitori stessi. Dio che disse: «non è bene che l'uomo sia solo» (Gn 2,18) e «che creò all'inizio l'uomo maschio e femmina» (Mt 19,4), volendo comunicare all'uomo una speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo loro: «crescete e moltiplicatevi» (Gn 1,28)”[8].

Una benedizione quindi e una benedizione che ci avvicina a Dio in quanto ci rende suoi cooperatori nella creazione. C’è un bellissimo testo di Charles Peguy che parla del padre di famiglia come l’unico avventuriero, il prode, l’eroe: Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo. Solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Perché gli altri, al maximum, vi sono coinvolti solo con la testa, che non è niente. Lui invece ci è coinvolto con tutte le sue membra. Gli altri, al maximum, si giocano solo la loro testa, il che non è niente. Lui invece mette in gioco tutte le membra. Gli altri soffrono solo per se stessi. Ipsi. Al primo grado. Lui solo soffre per altri. Alii patitur. Al secondo, al ven­tesimo grado… Fa soffrire altri, ne è responsabile. Lui solo ha degli ostaggi, la moglie, il bambino, e la malattia e la morte possono colpirlo in tutte le sue membra. Gli altri navigano a secco di vele. Lui solo, qualunque sia la forza del vento, è obbligato a navigare a piene vele”[9]. I figli dunque, la loro nascita e la loro educazione, ci obbligano a vivere questa nobile avventura a piene vele, a vivere in modo più pieno questa esistenza.

 

L’ultimo cardine del matrimonio è il bene dei coniugi.

Come dicevo pocanzi, nessuno dei miei clienti ha mai risposto che si sposava per una scelta di felicità. La società ci spinge a credere che il matrimonio ucciderà l’amore e la felicità. Eppure il bene dei coniugi è proprio questo: io sto cercando con te la mia felicità e so che sarò felice solo quando ti vedrò felice. Il mio bene abita e vive e si alimenta nel tuo bene. Questa circolarità non vi ricorda quello che dicevamo della dinamica interna alla Santissima Trinità? Amore-amante-amato. I conti tornano e questo è l’ultimo insegnamento della Chiesa, che racchiude e abbraccia tutti gli altri.

 

Tutta questa lunga premessa è servita per introdurci al tema della libertà nel matrimonio.

S. Giuseppe è il modello di questo avventuriero che è il padre di famiglia, un avventuriero libero. S. Giuseppe risponde a una chiamata dell’angelo, una vocazione, che nel sonno gli dice di non ripudiare Maria. La sua cultura di appartenenza gli diceva che in caso di adulterio (e lui era più che sicuro che Maria non aveva concepito insieme a lui) la donna poteva essere ripudiata. Ma sapeva anche che a causa dell’adulterio, la donna poteva morire lapidata. Giuseppe si dimostra libero dai vincoli della sua cultura, sul piatto della bilancia mette da una parte i suoi diritti e dall’altra la vita di Maria e del bambino e sceglie la vita. Per questo è il prototipo dell’uomo giusto. In questo modo Giuseppe risponde alla sua vocazione, presta ascolto a quella voce interiore che lo chiama, come aveva chiamato Samuele, e sceglie la felicità di creare una famiglia con Maria. Ascoltare la Voce interiore è un’arte. Cioè un dono ed una coltivazione del dono, nel silenzio[10]. Avete presente la bella fatica ed il mestiere dei nostri artigiani che hanno decenni di esperienza? La voce interiore non è emotiva. Non è psicologica. Non appartiene al profondo dell’io ma alle fondamenta stesse dell’io. In quel sacrario Dio ci può parlare, illuminare, istruire. Se pensiamo ad un Iceberg in cui vediamo solo 1/9 della parte emersa quella è la parte cosciente. Se andiamo al pelo dell’acqua, quella è la zona riflessa, di quello che chiamiamo esame di coscienza. Se andiamo un pochino sotto quella è la zona indagata dalla psicologia. Ma il profondo blu, le basi della montagna di ghiaccio sono scrutabili solo da chi ha “allenato bene i polmoni dell’affetto in Dio”. Ha allenato e faticato per raggiungere le profondità perché ne valeva la pena. Perché tutto ciò che è emerso ne fosse illuminato. Graziato, reso fecondo.

Pertanto noi dovremmo temere non i vincoli del matrimonio ma i vincoli che ci impone la nostra società, la nostra cultura, le paure che ci mette in testa e che ci mantengono nella distrazione del pelo dell’acqua. E che ci dicono le bugie, che quello che vediamo è il solo reale. Se dunque scelgo l’indissolubilità, la fedeltà, i figli, il bene mio e quello del mio partner non sono un fesso ma sono un prode avventuriero che liberamente segue una vocazione di amore e di felicità. Sono un’artista né più né meno che come Michelangelo, sono un artigiano della Bellezza. Sono un pioniere dell’immersione e della risalita. So che sono libero soltanto quando posso seguire la mia vocazione perché solo questa mi permette di vivere nella felicità. Mi compie, mi porta oltre, mi libera.

Allora non mi pongo più il problema di perdere la mia libertà perché ho trovato molto di più e anche io, col mio maestro, dico che sarei disposta a pagare pur di essere sposata.

 



1 SERRANO RUIZ J.M., Mistero cristiano e debolezza umana nel matrimonio, 1992, p. 23.

2 Romani, 1, 7

3 1 Corinzi, 7, 20

4 ESCRIVÁ J., Cammino, 1934

5 La Santità come desatellizzazione, Paul Freeman, ilcattolico.it https://www.ilcattolico.it/catechesi/spiritualita/la-santita-come-desatellizzazione.html

6 Gaudium et spes, 48

7 Ib., 49

8 Ib., 50

9 https://www.tempi.it/peguy-padre-di-famiglia-il-vero-il-reale-avventuriero-auguri-a-tutti-i-papa/

10 “Il Valore del Silenzio”, saggio ri-elaborato ed ampliato da Paul Freeman, ilcattolico.it https://www.ilcattolico.it/catechesi/spiritualita/il-valore-del-silenzio.html