maria nel coranoIl Corano onora Maria con il titolo siddiqa, “donna di verità”, denotando la sua sincerità come vera credente e donna retta. Nella tradizione islamica, Sidq, ovvero veridicità, è un grado molto alto di santità e addirittura una delle qualità distintive dell’essere profeta. Non stupisce dunque che agli occhi di molti teologi musulmani del medioevo Maria, di fatto, sia parsa un vero profeta di Dio.
Tra questi commentatori spiccavano gli autori andalusi Qurtubi e Ibn Hazm, ma anche Ibn Hajar al-Asqalani di Palestina, una tra le figure preminenti del medioevo islamico. Tuttavia, l’opinione teologica prevalente l’ha sempre considerata non proprio un profeta, bensì una donna santa, waliyya, “amica” stretta di Dio. Nel Corano viene lodata per aver attestato le parole del suo Signore e le Sue scritture. La fiducia incrollabile in Dio e la sottomissione incondizionata alla Sua volontà e alle Sue decisioni sono considerate esemplari nella pietà islamica, poiché il nome stesso della religione significa “sottomissione a Dio”. Va notato che proprio come siddiqa, anche sadiq/a, “amico” in arabo, ha come radice s-d-q, suggerendo che la sincerità serve da vero catalizzatore per il vincolo d’amicizia. Maria non solo sostiene la verità, ma, grazie alla sua relazione sincera e la sua fedele devozione al suo Signore, merita la Sua amicizia intima. Il terzo capitolo del Corano si chiama Al Imran, ovvero “la famiglia di Imran”, dal nome del padre di Maria. È in questo capitolo che la storia di Maria appare per la prima volta nel testo coranico. La narrazione dell’infanzia di Maria inizia con la moglie di Imran, che prega e promette a Dio che il bambino nel suo grembo verrà consacrato a Lui. Nata la bambina, la chiama Maryam e prega Dio perché protegga lei e la sua discendenza da Satana. Il Corano narra poi che il Signore accolse Maria «di accoglienza bella, e la fece crescere della migliore crescita», che ella sperimentò miracoli del favore divino mentre cresceva nel santuario sotto la tutela di Zaccaria. La seconda parte del racconto mariano ci narra l’Annunciazione: gli angeli la informano che Dio l’ha scelta, l’ha resa pura, e l’ha eletta tra tutte le donne del mondo. Viene poi istruita dagli angeli a essere devotamente obbediente al suo Signore, a prostrarsi e a inchinarsi «con coloro che si inchinano». Quindi riceve la lieta notizia di un figlio che sarà eminente in questo mondo e nell’altro, «uno dei più vicini» a Dio e tra i giusti. È sorpresa nell’apprendere che partorirà un figlio anche se nessun uomo l’ha mai toccata, ma la risposta divina giunge con grande chiarezza: «È così che Allah crea ciò che vuole: “Quando decide una cosa dice solo ‘sii’, ed essa è”». La narrazione coranica di Maria viene ripetuta con una diversa enfasi al capitolo 19, che prende il suo nome ed è, di fatto, l’unica sura del Corano che porta un nome di donna. Inoltre, Maria è l’unica donna menzionata per nome nel Corano. Ci sono molte figure femminili le cui storie appaiono nella Scrittura musulmana (per esempio le mogli di Adamo, Abramo, Lot e Maometto, la madre e la sorella di Mosè, la moglie del faraone, la regina di Saba e molte altre), ma nessuna di queste viene citata per nome. Maria è l’unica eccezione. È interessante notare che nel Corano il suo nome compare trentaquattro volte, più che nel Nuovo Testamento. In questo capitolo appare per la seconda volta il racconto dell’Annunciazione, ma ora con una commovente descrizione del dolore e della sofferenza sopportati da Maria durante il suo solitario travaglio in una landa deserta, nonché l’imbarazzo sociale da lei vissuto quando ritorna dalla sua gente tenendo in braccio il bambino. Il racconto del parto è intenso e pregno di dettagli; la giovane madre, che si è allontanata dalla sua famiglia, sperimenta i dolori del parto da sola, in un luogo deserto; è talmente grande lo sconforto che a un certo punto grida: «Fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!»; ma sono in arrivo buone notizie, poiché cibo e acqua giungono direttamente dal Signore per confortarla nella sua afflizione. Il bambino che ha partorito è designato da Dio a essere un segno, ovvero un miracolo (aya) per l’umanità e una misericordia da parte di Dio. Tutte le benedizioni divine che ha conosciuto sin dall’infanzia troveranno il loro coronamento nel grande miracolo del parto di un figlio, Gesù, uno dei profeti giusti di Dio. Ciò appare come espressione ultima della potenza e della volontà di Dio, poiché Egli è capace di creare un figlio senza l’azione di un padre umano, come sfida implicita a una cultura patriarcale dominata dagli uomini. Non c’è dunque da stupirsi che nella pietà musulmana Maria sia considerata un simbolo di fertilità, amore materno e femminilità, sicché la sura di Maryam spesso viene recitata dalle donne per curare la sterilità, cercare sollievo nella gravidanza, ridurre i dolori del parto e benedire il bambino e la neo madre. Oltre al Corano, anche la seconda Scrittura dell’islam, nota come Hadith, concede a Maria un rango spirituale elevato. In un detto attribuito al Profeta, Maria viene descritta come una delle quattro donne al mondo che hanno raggiunto la perfezione spirituale, essendo le altre tre Khadija (moglie del Profeta), Fatima (figlia del Profeta) e Asiya (moglie oppressa del faraone dell’Esodo), ognuna delle quali rappresenta un tipo specifico di vita femminile santa. Un’altra tradizione profetica descrive Fatima come «signora principale (sayyida) del popolo del cielo, fatta eccezione per Maria». Esiste anche un racconto (conservato dallo storico Azraqi), che descrive il rispetto del Profeta e della prima comunità musulmana per Maria, narrando come, durante la conquista della Mecca da parte dei musulmani, il profeta avesse ordinato di cancellare tutti gli idoli e le immagini, fatta eccezione per una immagine della Vergine Maria e del bambino Gesù che si trovava all’interno della Kaaba da tempi preislamici. Maria, dunque, nelle scritture, nella teologia, nella spiritualità e nella pietà popolare musulmane è un modello femminile molto apprezzato. Diversamente dal cristianesimo, però, l’islam non la chiama theotòkos, madre o «portatrice» di Dio. Viene onorata come vera serva di Dio, madre di Gesù il Messia, del quale viene parimenti affermato l’essere giusto e profeta. Ogni volta che nel Corano viene menzionato il nome di Gesù, è accompagnato dal nome di sua madre, sicché egli viene identificato come «Gesù figlio di Maria». Notiamo inoltre che i racconti dell’Annunciazione e della Natività sembrano incentrati più su Maria e le sue sofferenze che su Gesù. Lei è al centro stesso della narrazione coranica. In modo analogo, tradizionalmente la nascita miracolosa di Gesù non era vista come un miracolo solo di Gesù, ma anche di Maria. Di fatto, i teologi medievali che consideravano Maria un profeta donna consideravano ciò una prova del suo essere profeta. A Maria e Gesù viene attribuito il compimento di miracoli, ma con la loro stessa esistenza sono anche segni di Dio. Pertanto, il Corano descrive sia Maria sia Gesù come segni o miracoli (aya) di Dio, che hanno rispecchiato la potenza creatrice di Dio e la Sua sovranità. Per sottolineare l’umanità di Gesù e il suo essere servo di Dio, negli scritti teologici musulmani si trova spesso un confronto tra Gesù e Adamo, ispirato dal versetto del Corano, secondo cui «per Allah Gesù è simile ad Adamo, che Egli creò dalla polvere, poi disse: “sii”, ed egli fu». Diversi teologi medievali (Jahiz, Baqillani, Qurtubi, Ibn Taymiyya, Tufi e Ibn Qayyim al-Jawziyya) paragonano la creazione di Gesù anche a quella di Eva. Questa triade di Adamo, Eva e Gesù viene ulteriormente sviluppata in una tipologia di quattro modelli di creazione umana. C’è Adamo, che non ha né madre né padre, e poi c’è il resto dell’umanità, dato alla vita grazie ai genitori, con due sole eccezioni: Eva, che è stata creata solo da un uomo, e Gesù, che ha ricevuto la vita solo da una donna. In questo modello di creazione, Adamo e Maria sono posti sullo stesso piano. Adamo serve come base per la creazione di Eva mentre Maria è la base per la creazione di Gesù. Sono stati tratti parallelismi teologici anche tra Maria e Maometto, nella loro recettività alla parola divina. La verginità di Maria viene talvolta paragonata all’analfabetismo di Maometto, poiché è per la loro purezza che sono diventati mezzo della parola divina. Nel suo distacco dal mondo, la sua dedizione alla preghiera, la sua accettazione assoluta della volontà di Dio e nel suo generoso adempimento del volere divino, Maria è da sempre oggetto di ammirazione e fonte di ispirazione per i mistici musulmani, che trovano in lei un modello spirituale da seguire. Il ritirarsi di Maria dalla sua famiglia (Corano 19, 16) è interpretato come un ritiro spirituale dai piaceri e dalle distrazioni del mondo, affinché il suo cuore possa ricevere l’ispirazione divina. L’esperienza di Maria dei dolori del parto, come anche l’umiliazione sociale, sono intesi dai sufi come epitome della sofferenza sopportata da chi cerca Dio nel cammino della purificazione spirituale. Il cuore deve essere liberato dalle occupazioni del mondo e purificato, al fine di rispecchiare gli attributi divini della bellezza e della maestà. È questa attrazione per il cammino spirituale mariano ad aver spinto Rumi a pronunciare queste famose parole: «Maria non si diresse verso l’albero fino a quando non sentì i dolori del parto [...]. Il corpo assomiglia a Maria. Ognuno di noi possiede in sé un Gesù, ma fino a quando non sperimentiamo in noi questo dolore, il nostro Gesù non nascerà. Se questo dolore non giunge mai, allora Gesù ritorna alle sue origini attraverso lo stesso sentiero nascosto per il quale è venuto, lasciandoci desolati e senza nessuna porzione di lui». La pietà musulmana continua a essere profondamente ispirata dalla spiritualità di Maria, dalla sua umiltà e dalla sua generosità. Non sorprende dunque che oggi il film iraniano Maryam-e moqaddas, “Santa Maria”, sia diventato popolare tra i musulmani a livello globale. Maria continua a essere fonte di ispirazione non solo negli scritti degli studiosi, ma anche nella poesia e nella prosa popolare. Una di queste pubblicazioni (Patrick Ali Pahlavi, La Fille d’Imran, 1991), per esempio, propone una forma di «mariologia della liberazione», sostenendo che per la sua autonomia, forza e spiritualità, Maria dovrebbe essere considerata il «profeta del terzo millennio». Con la sua devozione sincera a Dio e il suo persistere nella preghiera, Maria rimane un modello spirituale vivente per i seguaci dell’islam. di Lejla Demiri, Centro di teologia islamica, Eberhard Karls Universität (Tubinga)

© Osservatore Romano - 2 maggio 2017

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