Rassegna stampa formazione e catechesi

Marx e la sua dottrina cattolica

Si chiama come il padre del comunismo ma si scaglia contro l'economia di Stato. Però dice che la Chiesa «è chiamata a rimuovere le strutture ingiuste della società». Parla l'arcivescovo di Monaco e Frisinga
di Vito Punzi
Attento da sempre ai temi dell'economia e della giustizia sociale, Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga (già vescovo di Treviri dal 2001 al 2007), non è rimasto indifferente ai nuovi tentativi d'interpretazione de Il capitale, l'opera fondamentale di Karl Marx, e ha pubblicato l'anno scorso in Germania una poderosa riflessione che prende provocatoriamente spunto proprio dal testo chiave del suo omonimo ottocentesco per cercare nuove risposte agli effetti della globalizzazione e della drammatica crisi economico-finanziaria internazionale nel consolidato patrimonio di dottrina e presenza sociale della Chiesa cattolica.
Il libro, dopo aver suscitato un vivace dibattito in patria, è recentemente uscito nella versione italiana (Il capitale. Una critica cristiana alle ragioni del mercato, Rizzoli, Milano 2009, 324 pagine, 19,50 euro). Nessun tentativo "riparatore", rispetto alla dottrina di Karl. Tantomeno ci sono tracce di "nostalgia". E il punto viene chiarito già in apertura, dove l'arcivescovo dedica specificamente un pensiero al padre del comunismo. Della sua opera, che tocca gli argomenti centrali dell'imminente enciclica sociale di Benedetto XVI, il successore di Ratzinger sulla cattedra di Monaco ha accettato di parlare con Tempi.
Eccellenza, lei introduce il suo libro rivolgendo un pensiero al suo omonimo Karl. Cosa gli direbbe se potesse incontrarlo oggi? E cosa gli rimprovererebbe?

Non potrei certo incolparlo dei terribili crimini che Stalin e altri hanno commesso in suo nome. Tuttavia gli direi che con la sua concezione totalitaria della società era a loro molto vicino. La dittatura del proletariato, la contrapposizione tra determinate classi di uomini e altre, tutte queste idee, per me cristiano, sono intollerabili, perché io vedo l’uomo come immagine di Dio. Dovrei attribuire a Karl Marx la giusta analisi dei mali del capitalismo nel Diciannovesimo secolo, della mercificazione del lavoro e della riduzione di tutti gli ambiti della vita all’economia.

All’interno della Conferenza episcopale tedesca lei è considerato lo “specialista” delle questioni sociali. D’altra parte è difficile trovare nel suo testo elementi che lo distinguano in maniera sostanziale dalla lunga tradizione della dottrina sociale così come è nata e si è sviluppata all’interno della Chiesa cattolica (vi sono, per esempio, frequenti citazioni dagli scritti “sociali” di Giovanni Paolo II). In che senso questo suo libro è da intendersi e da leggersi come frutto dell’intera dottrina sociale della Chiesa?

Naturalmente, come Chiesa, ci riallacciamo alla grande tradizione della dottrina sociale cattolica. La missione della Chiesa è anche quella di rendere evidente il fatto che il mondo debba essere organizzato secondo diritto e giustizia, carità a misericordia. I cristiani impegnati sono chiamati a cambiare le strutture ingiuste della società. L’impegno caritatevole da solo non basta, c’è bisogno anche di consolidamento attraverso la dottrina sociale cattolica, serve dunque un lavoro applicato alle riforme politiche.

In relazione all’attuale crisi economico-finanziaria si sta diffondendo una certa volontà, o necessità, di rafforzare il potere dello Stato. Non mancano sentimenti nostalgici verso il collettivismo e il dirigismo. Come li valuta?

Rispetto a questo posso solo mettere in guardia! Il collettivismo e l’economia di Stato non sono la soluzione al nostro problema. Il disfacimento degli Stati comunisti dell’Europa centrale e orientale ha già dimostrato a quali esiti ci porterebbero. In questo momento lo Stato deve fissare nuove regole del gioco, soprattutto nell’ambito della finanza, e questo non può farlo il mercato da solo. Poi dovremmo ridistribuire molto rapidamente le competenze tra Stato ed economia. In Germania siamo stati sempre giustamente orgogliosi del nostro modello di economia sociale di mercato, fondata sulla responsabilità del singolo; contemporaneamente però essa contiene una forma di capitalismo speculativo selvaggio e primitivo, ed esige una cornice normativa per la competizione. L’economia di mercato e la competizione sono “prodotti della civiltà”, presuppongono cioè cultura e Stato di diritto.

Al di là dei modelli sociali, in gioco c’è sempre la persona, con la sua responsabilità. Si può dire in questo senso che quella attuale è innanzitutto una crisi morale? Che cosa significa “essere morali” nelle questioni che riguardano la finanza e l’economia?

Con i giudizi morali bisogna stare attenti. Solo come confessore personale posso giudicare quanto un uomo viva al cospetto di Dio, quanto qualcuno sia davvero moralmente giustificato nei suoi atti. Anche in questo caso non c’è alcuna colpa collettiva, dunque ci sono cattivi manager, cattivi imprenditori o cattivi banchieri. Ognuno deve sentirsi responsabile delle proprie azioni di fronte a Dio. Qual era la sua intenzione? Qual era la sua motivazione? Si è davvero sbagliato? Esiste tuttavia qualcosa che assomiglia a vere e proprie strutture del peccato, sistemi cioè che promuovono e premiano il male nell’uomo. Tra queste c’è un capitalismo primitivo che viene governato costitutivamente e illimitatamente dalla sfrenatezza e dalla cupidigia del singolo uomo. Esso è rivolto contro l’uomo. Quello della cupidigia è un peccato grave e non possono essere accettate le strutture che premiano il peccato.

Questa crisi ha forse qualcosa a che fare con la “scristianizzazione dell’Europa”?

Non vedo alcuna scristianizzazione dell’Europa, ma rispetto a quanto fatto nei secoli passati, al cospetto di un mondo plurale, deve essere rafforzata l’energia evangelizzatrice. In questo senso, ai sacerdoti e ai fedeli della mia diocesi ricordo le parole del cardinale Jean-Marie Lustiger: il cristianesimo in Europa si nasconde ancora nelle scarpe dei bambini. Ci attende una grande epoca! L’Europa continua ad essere plasmata dal cristianesimo. Noi tutti però siamo chiamati a sostenere con maggior vigore la nostra testimonianza e a portare in dote la nostra immagine cristiana dell’uomo nella società, nell’economia e nella politica.

Nel suo libro il tema della disoccupazione, che è l’aspetto più drammatico dell’attuale crisi, viene affrontato in relazione al problema della giustizia. In che senso la disoccupazione è un tema che ha a che fare con la giustizia?

Chi lavora contribuisce alla configurazione della società. Il lavoro in questo senso è un diritto dell’uomo. Ogni uomo deve avere l’opportunità di contribuire alla costruzione della società. «Nessuno è superfluo», dice Benedetto XVI. Non si tratta solo di soddisfare i bisogni esistenziali fondamentali, ma anche di porre il problema del lavoro e della disoccupazione nella prospettiva del riconoscimento, dell’apprezzamento e dell’autorealizzazione, così come è stato mirabilmente descritto da Giovanni Paolo II nella Laborem exercens.

Lei dice di sentire quanto mai urgente, per la Chiesa e per l’uomo, una messa a fuoco della questione sociale oggi, alla luce della crisi, ma anche delle dimensioni globali dell’economia. Secondo lei come occorre reimpostare la questione sociale alla luce dei problemi della globalizzazione?

Temo che la crisi economica e finanziaria possa contribuire ad approfondire le divisioni sociali nel nostro mondo. Sono preoccupato del fatto che probabilmente, quando la crisi avrà prodotto fino in fondo i propri effetti, nei paesi poveri aumenterà il numero degli uomini in condizioni di indigenza, vittime della fame. La bruciante questione sociale dei nostri giorni riguarda più che mai il modo in cui realizziamo una cornice normativa mondiale per l’economia che sia tale da rendere possibile una equanime compartecipazione di ogni uomo.

Eccellenza, sul piano internazionale l’auspicio che emerge dal suo libro è che in un prossimo futuro si produca una crescita ulteriore dell’organizzazione del commercio internazionale, o dello stesso Fondo Monetario, «fino ad arrivare a un affidabile ordinamento economico mondiale». Come se lo immagina un nuovo ordinamento solidale del mondo?

Noi in quanto uomini non possiamo creare un mondo ideale. Possiamo, però, impegnare tutte le nostre forze affinché vengano rimosse le strutture ingiuste. Nutrimento, salute, educazione. Si tratta, semplicemente, di offrire ai poveri e agli svantaggiati di questo mondo la possibilità di avere davvero una chance. E saranno senz’altro possibili progressi in questo senso se coglieremo questa crisi come opportunità per cambiare il nostro modo di pensare.

© Tempi