scrofa di Wittenberg Sulla facciata della chiesa Santa Maria di Wittenberg c’è un bassorilievo, datato 1305, che raffigura un antico motivo antiebraico diffuso nell’area tedesca nel Medioevo, quello della Judensau, la scrofa degli ebrei. Ecco come lo descrive nel 1543, nel suo Shem Hamphoras, Martin Lutero, che in quella chiesa predicò: «Qui a Wittenberg si può vedere, sulla nostra Chiesa, una scrofa scolpita in pietra. Sotto di lei, dei porcellini e degli ebrei che ne succhiano il latte. Dietro di lei, un rabbino che solleva la sua zampa destra, ne tira la coda con la sinistra, si piega e contempla con zelo il Talmud sotto la groppa dell’animale, come se vi leggesse qualcosa di straordinario: un riferimento evidente al luogo dove si trova il loro Shem Hamphoras (il nome di Dio)». Il testo che lo spiega è, come il motivo iconologico che descrive, al tempo stesso virulento e osceno.

Si tratta del testo più violentemente antiebraico di Lutero, scritto contemporaneamente a Degli ebrei e delle loro menzogne un testo, che appartiene alla fase più tarda della vita del Riformatore, che gli ha fatto attribuire da molte parti l’etichetta di antisemita.
Il motivo della Judensau è precedente alla Riforma protestante, la sua prima apparizione può essere fatta risalire al 1210 e si trova sul retro di un banco di legno del coro della cattedrale di Colonia. Fra Due e Cinquecento se ne ritrovano un’infinità di esemplari, in legno o pietra, nelle pareti, soprattutto esterne, di chiese tedesche, svizzere, francesi, belghe, del Nord Europa. Gli ebrei prendono il latte da una scrofa, loro che hanno in odio il maiale, e si nutrono dei suoi escrementi: questo il messaggio della Judensau.
La Judensau appartiene a quell’insieme di accuse antiebraiche — scarsamente condivise dalla Chiesa ma formulate in linguaggio religioso e fatte proprie da tanta parte del clero — quali l’avvelenamento dei pozzi, il sacrilegio dell’ostia, l’omicidio rituale, il foetor Judaicus, l’alleanza con il diavolo, volte a colpire l’ebreo per la sua natura e non per le sue credenze.
Uno scivolamento verso una concezione dell’ebreo come naturalmente diverso, privo di possibilità di cambiare e diventare, ricevendo eventualmente il battesimo, come i cristiani. Di qui, l’equiparazione di questo complesso di accuse all’antisemitismo, fenomeno molto più vicino a noi e formulato in un linguaggio diverso, prevalentemente in termini di razza, ma che identifica ugualmente nell’ebreo una radicale diversità a prescindere dalla sua fede religiosa.
Non a caso, i due opuscoli di Lutero del 1543 furono più volte ripubblicati sotto il nazismo, dando fra l’altro materia alle feroci caricature antisemite dello «Stürmer». Un richiamo che faceva di Lutero, nell’immagine nazista, il precursore della politica antisemita di Hitler.
Nel 2016 il bassorilievo di Wittenberg sale agli onori della cronaca: si forma un’associazione guidata da un pastore protestante e da una comunità evangelica di suore che manifesta di fronte alla chiesa, tutti i mercoledì, e che chiede di toglierlo e di esporlo nel museo della Shoah: «Dopo Auschwitz, possiamo conservare la scrofa degli ebrei?». Dall’altra parte, si sostiene che proprio la sua presenza consente di richiamare il secolare insegnamento del disprezzo della Chiesa nei confronti degli ebrei e si propone di affiancarvi un’iscrizione che lo spieghi e contestualizzi. Nella polemica si inserisce l’estrema destra chiedendo il mantenimento del bassorilievo come parte della storia tedesca: «Non sono sempre e solo i tedeschi a doversi pentire!» si proclama. Il consiglio municipale di Wittenberg ha allora deciso di mantenerlo, sia pur affiancandovi una targa commemorativa dei sei milioni di ebrei morti nella Shoah.
La storia viene così un’altra volta appiattita: qui da Lutero si passa automaticamente ad Auschwitz. Ma non era quello che volevano affermare i nazisti? Le cose sono forse più complicate, e il passaggio non era così automatico. Ma è difficile spiegarlo a colpi di targhe e di iscrizioni. Forse, il posto di quel bassorilievo dovrebbe proprio essere in un museo, dove fosse possibile inserirlo nel suo contesto storico. Ma non, di nuovo, in quello della Shoah. Perché, per quanto violenta e oscena fosse l’immagine della scrofa degli ebrei, non ha creato Auschwitz, certo non allora, quando è stata immaginata nel medioevo tedesco. E nemmeno dopo, se non indirettamente, nell’uso strumentale e distorto che ne ha fatto il nazismo.

di Anna Foa

© Osservatore Romano - 27 luglio 2017

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