Rassegna stampa formazione e catechesi

La risposta dei giusti al male

Fiori deposti in memoria delle vittime dell’attentato al Bataclan di Parigi (13 novembre 2015)

“Non avrete il mio odio” scrive in un post il giovane giornalista Antoine Leiris il 18 novembre 2015, cinque giorni dopo aver perduto sua moglie nell’attentato al teatro Bataclan, indirizzandosi ai terroristi: “Se vi odiassi vi farei un regalo”. E, parlando del loro bambino di diciassette mesi: “Farà merenda come ogni giorno, e per tutta la vita questo ragazzo vi farà l’affronto di essere felice e libero. No, non avrete nemmeno il suo odio”. Parole ripetute due anni dopo da Etienne Cardiles, il compagno di un poliziotto assassinato dai terroristi agli Champs Elysées. Sono due delle storie narrate da Gabriele Nissim in un libro, Il bene possibile. Essere giusti nel proprio tempo (Torino, Utet, 2018, pagine 178, euro 15) in cui analizza il problema dei giusti, della risposta dei giusti al male, mettendo a confronto il passato con il presente, le riflessioni dei filosofi antichi e moderni con le storie di oggi. 

 

Gabriele Nissim, giornalista e scrittore, ha fondato nel 1999 la onlus Gariwo (acronimo di Gardens of the Righteous Worldwide), che si occupa di ricercare e far conoscere le figure dei giusti. Un’iniziativa ispirata allo Yad Vashem di Gerusalemme, ma con l’intento di occuparsi dei Giusti in tutti i contesti, non soltanto dei salvatori degli ebrei durante la Shoah. Nissim ha promosso la costruzione dei giardini dei Giusti in Italia e in Europa. Sotto il suo impulso il Parlamento europeo ha istituito per il 6 marzo la Giornata europea dei Giusti e il Parlamento italiano ha votato nel dicembre 2017 la legge che la istituisce anche in Italia. Autore di numerosi libri dedicati ai Giusti, Nissim rivolge questo suo libro, che rappresenta una sintesi di tutte le sue ricerche e iniziative, ai giovani. È infatti scritto in un linguaggio piano e accessibile e ha un intento apertamente didattico, un taglio questo che le iniziative di Gariwo vanno sempre più assumendo negli ultimi anni. Raccontando delle scelte di responsabilità dei giusti, raccontando il bene oltre che il male, si può far percepire ai giovani il bene come possibile, far vedere loro che il male si può sconfiggere.
Innanzitutto, spiega Nissim, bisogna fare attenzione a distinguere il giusto dal santo. Tutti possono essere giusti, anche se la loro vita non è irreprensibile. Calare i giusti nelle loro debolezze umane serve a spingere tutti ad agire responsabilmente, a mettersi in moto, anche solo con un piccolo gesto, per salvare gli altri. Credere che sia necessario essere eccezionali per fare atti di giustizia porta alla rinuncia, all’immobilità. “Il bene — scrive— è sempre fragile e contraddittorio”.
Ed ecco le storie con cui Nissim, scegliendole fra le tante di cui si è occupato, ha illustrato i suoi principi. Molte di queste storie sono note, come quella di Etty Hillesum, la filosofa ebrea olandese morta ad Auschwitz, quella del tedesco Armin Wegner, che denunciò il genocidio armeno e scrisse ad Hitler per chiedergli di rinunciare alla persecuzione degli ebrei o quella della praghese Milena Jesenská, la Milena di Kafka. Altre meno note, come quella di Ho Feng-Shan, console cinese a Vienna nel 1938, che rilasciò a migliaia di ebrei viennesi i visti per fuggire a Shangai, nel momento in cui tutte le nazioni europee chiudevano loro la porta in faccia. Nel 2001, a quattro anni dalla morte, Ho Feng-Shan è stato insignito a Gerusalemme del titolo di Giusto delle Nazioni. Ma le storie dei Giusti di Gariwo arrivano fino a noi, a dimostrare che i giusti sono necessari anche oggi. Ed ecco i giusti musulmani di due degli ultimi attentati, Hamadi ben Abdesselem, la guida che a Tunisi ha salvato i turisti italiani durante l’attacco terrorista al museo del Bardo e Lassana Bathily, che a Parigi ha messo in salvo i clienti del supermercato casher in cui lavorava. E ancora, altri musulmani che hanno rifiutato di lasciarsi selezionare per essere salvati ed hanno condiviso la sorte dei loro compagni non musulmani. Nissim sottolinea il valore di questi esempi di giusti musulmani nella lotta contro il terrorismo. Sono l’esatto contrario dei martiri suicidi: disarmati e amanti della vita come sono diventano più forti “di chi ha fatto del sacrificio di sé un’arma micidiale di distruzione”.
Ad illustrare questo concetto, un personaggio preso, questa volta, da un romanzo, L’attentato di Yasmine Khadra, un grande scrittore algerino. È la storia di un chirurgo palestinese di Tel Aviv, di successo e completamente integrato. Un giorno però sua moglie muore in un attentato. Il problema è che lei non era una vittima, era l’attentatrice. La vita del marito è ormai distrutta, gli israeliani lo sospettano di complicità, i vicini lo aggrediscono. Ma soprattutto, lui vuole capire perché. Comincia così il suo viaggio fra la famiglia e gli amici della moglie, dove scopre che lei è considerata un’eroina e lui un traditore, dove tutti cercano di convincerlo a accettare, o addirittura condividere, le scelte della moglie morta. Resterà dell’idea che era sempre stata la sua, quella dell’amore per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro nazionalità e dalla loro religione e morirà sotto un bombardamento israeliano di rappresaglia nei territori. Per contrastare le bombe dei terroristi, ci dice Nissim, occorre che i musulmani parlino pubblicamente e si oppongano a chi pretende di parlare in loro nome. È la loro “esplosione di umanità” che vincerà su quella di odio dei terroristi. È, come lo chiamava Vasilij Grossman, l’esercizio della “bontà insensata”, la reazione naturale e spontanea dell’essere umano alle sofferenze e alle ingiustizie del mondo.

di Anna Foa

© Osservatore Romano - 20 settembre 2018


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