Rassegna stampa formazione e catechesi

La ricezione del Concilio Vaticano II e la sua eredità

concilio vaticano 2(Da: “L’interpretazione teologica del Vaticano II. Categorie, orientamenti, questioni”, in “Il Concilio e Paolo VI. A cinquant’anni dal Vaticano II”, XII Colloquio Internazionale di Studio, Concesio, Brescia, 27-29 settembre 2013, a cura di E. Rosanna, Istituto Paolo VI-Studium, Brescia-Roma, 2016, pp. 148-179).

Fonte: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2020/07/20/un-vescovo-e-teologo-rompe-il-silenzio-contro-le-%E2%80%9Cbanalita%E2%80%9D-di-vigano-e-soci/

di Franco Giulio Brambilla

[…] La terza tappa della ricezione del Concilio Vaticano II è dominata dal conflitto delle interpretazioni, dal 2000 fino ai nostri giorni.

Essa suppone a mio avviso alcuni elementi di novità di carattere diverso, di cui il più decisivo è il venir meno della generazione che ha fatto il Concilio. Gli attori del Vaticano II scompaiono: la nuova generazione di vescovi e di teologi non è stata impegnata nel dibattito conciliare e non è segnata allo stesso modo da quell’evento; lo riceve attraverso i suoi documenti, le realizzazioni istituzionali e le pratiche effettive.

Per questa generazione il Vaticano II è accessibile solo attraverso un gesto di “memoria critica”: essa è possibile come un’operazione che ricupera l’intenzione pastorale e pratica dell’evento conciliare mediante la valutazione delle sue ricezioni e attuazioni; non si dà più un rapporto diretto con l’evento conciliare e i suoi documenti, ma esso è mediato da una situazione inedita, segnata dalla secolarizzazione, dal multiculturalismo, e del pluralismo religioso.

Tale situazione propone prepotentemente il problema dell’identità cristiana e quindi del legame con la tradizione. Si è passati da una tradizione postridentina (nell’ultima versione neoscolastica), dalla quale la prima generazione postconciliare ha tentato di affrancarsi interpretando il Concilio come una “liberatoria” per tale superamento, al bisogno di una tradizione “identitaria”, di cui la nuova generazione fatica però a identificare i tratti qualificanti, e in ogni caso cavalca il “ritorno del sacro”, delle forme che sembravano imprudentemente liquidate da una pratica liturgica spregiudicata, dall’esigenza di una continuità con la coscienza cristiana di sempre.

In questa fase, si colloca il generoso tentativo di Benedetto XVI, che affonda le sue radici già nell’ultima fase del pontificato di Giovanni Paolo II (del quale è stato consigliere teologico di primo piano), che ha operato su due leve: il discernimento del lascito del Vaticano II, proponendo un’”ermeneutica della riforma”, al di là della contrapposizione tra discontinuità e continuità; e il rapporto critico con la modernità, con il manifesto del suo pontificato proposto nell’enciclica “Deus caritas est” e nel discorso di Ratisbona.

La sua proposta potrebbe essere formulata in sintesi così: l’identità cristiana porta con sé le ragioni della sua rilevanza ed esige, dunque, un rapporto con la ragione moderna, affrancata dalla sua angustia razionalista e antitradizionale. Tentativo ardito che si colloca proprio sul crinale di un passaggio, iscritto per così dire nella venerabile figura di quel papa: di essere l’ultimo testimone dell’evento del Concilio (per quanto in veste di perito) e il primo pontefice che deve farsi carico della trasmissione del Vaticano II alla nuova generazione.

Per questa il Concilio è un momento della storia, è già un’eredità che impone il compito di essere raccolta. In ogni caso l’intervento papale del 2005 ha prodotto indirettamente una concentrazione benefica di studi sul Vaticano II, che ci consente di operare il passaggio ad una nuova fase della ricezione e dell’ermeneutica teologica che ha bisogno forse di una nuova denominazione.

La nuova fase può, dunque, definire un tempo nuovo che si apre davanti a noi. Il tempo in cui il Concilio deve essere trasmesso alla seconda generazione postconciliare: quella che non è vissuta nel cono di luce del Vaticano II, ma che è nata in un mondo secolarizzato, senza segni identitari e che perciò fatica a sentirlo come un punto di partenza promettente. […]

Di fatto questo è il contributo degli interventi più significativi di questo ultimo decennio, prima durante e dopo l’intervento di papa Benedetto nel 2005.

Potremmo delineare il tema dell’eredità in tre mosse:

a) il Vaticano II come stile: riprendere il modo originale dei padri conciliari (che gli studi storici ci hanno fatto conoscere) di porre i problemi con il metodo e le risorse che essi hanno messo in opera per prospettare una risposta alle sfide del loro tempo nella interazione tra soggetti, “corpus” testuale e nuovi lettori;

b) il principio di pastoralità: far emergere l’originalità del Vaticano II, le sue idee creative e le sue intuizioni basilari sia sul versante metodologico che contenutistico;

c) il futuro del Concilio: ritrovare lo stato d’invenzione che ha caratterizzato quella svolta epocale e che ha bisogno oggi, all’inizio del terzo millennio, di una ripresa creativa e di una nuova pragmatica ecclesiale.

Con queste tre mosse avviene il passaggio dall’interpretazione teologica del Vaticano II al Concilio come ermeneutica del futuro dell’annuncio cristiano per la Chiesa del XXI secolo. […]


Lunedì della XVIII settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Aspreno, 1° vescovo di Napoli (sec. I/II)

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