Rassegna stampa formazione e catechesi

La religione popolare unica speranza contro il dominio del dio Mercato

A colloquio con il teologo battista Harvey Cox

«Il Mercato è una contraddizione diretta del Dio cristiano. Non premia la compassione o la tenerezza». Parla chiaro, come ha sempre fatto, Harvey Cox, novantenne teolo

Harvey Cox

go battista (è nato il 19 marzo 1929 a Malvern, Pennsylvania) che a metà degli anni Sessanta furoreggiò con alcuni saggi brillanti quanto spericolati, da La città secolare (oltre due milioni di copie) a La festa dei folli fino a La seduzione dello spirito in cui prospettò una teologia della religione popolare. È proprio questa dimensione popolare ad aver avvicinato la speculazione del teologo statunitense al magistero di Papa Francesco: «Tra le intuizioni più importanti che ci ha proposto Papa Francesco ci sono il suo rispetto e la sua esaltazione della “religione popolare”. Se questa riesce a evitare di essere divorata e addomesticata dal Mercato, può essere l’arma più preziosa della gente comune per resistere ai progetti imperiali del dio Mercato».

 

Il volto del vecchio teologo ricorda molto da vicino l’Obi-Wan Kenobi interpretato da Alec Guinness in Guerre Stellari e a rileggere le sue risposte viene da pensare che la somiglianza non sia solo fisica. Il Mercato è un vero e proprio impero, contro il quale gli uomini, anzi i popoli, devono ribellarsi e resistere. E così Cox-Kenobi gira il mondo per suscitare speranza e invitare gli uomini a praticare un sano “ateismo” contro la religione oggi dominante; e ogni tanto passa pure dall’Italia, come ha fatto a Trento il 18 ottobre 2016 con una conferenza che le Edizioni Dehoniane hanno pubblicato l’anno successivo con il titolo Il Mercato Divino. Come l’economia è diventata una religione, un testo che ha voluto dedicare a Papa Francesco.

Lo abbiamo raggiunto dopo aver registrato la notizia del 4 gennaio scorso relativa al fatto che l’Fmi, International Monetary Fund, ha dichiarato che il debito globale pubblico e privato è triplicato rispetto al 1950 raggiungendo il valore record di 184.000 miliardi di dollari, pari al 225 per cento del Pil globale, per cui il debito pro-capite è di 86.000 dollari, due volte e mezzo il reddito medio pro-capite. Gli abbiamo chiesto un commento rispetto a questi numeri impressionanti e lui prontamente ha risposto: «È difficile vedere in che modo il nostro attuale sistema economico possa sopravvivere al gigantesco crollo che, dato il grande accumulo di debito, appare ormai inevitabile, più prima che poi. Ma la domanda crudele è chi soffrirà di più per questa calamità? I ricchi troveranno modi per sfuggire?».

Partiamo da lontano per ragionare insieme a questo cavaliere Jedi della teologia e precisamente da quella acuta e amara affermazione dello storico inglese Arnold Toynbee che nel saggio Il racconto dell’uomo sottolinea come l’Occidente ha messo sugli altari Francesco, il Poverello di Assisi, che ha abbracciato Sorella Povertà, ma ha poi preferito seguire il padre di Francesco, Bernardone, il ricco mercante di tessuti di Assisi.

Da Francesco d’Assisi a Papa Francesco: lei è un teologo protestante ma ha colto nell’attuale Pontefice un elemento che l’ha spinto di nuovo a ingaggiare una “buona battaglia” e a me sembra che questo elemento sia la gioia, la stessa gioia che muoveva il santo di Assisi e che oggi spinge il Papa a ricordare ai cristiani che non possono rassegnarsi alla depressione che nasce dal sentirsi intrappolati nel sistema disumano creato dal dio Mercato. Se il cristiano ha una Buona Notizia, non può non annunciarla gioiosamente, anche se questo significa diventare una coscienza critica nei confronti della “religione” oggi imperante, quella del Mercato. Questo elemento della gioia è in qualche modo collegato con la teologia ludica illustrata nel suo saggio «La festa dei folli»?

Sì, penso che in Evangelii gaudium Papa Francesco abbia certamente ripristinato un elemento dell’importante dimensione “ludica” del Vangelo cristiano e della vita cristiana. Ed è proprio ciò che avevo in mente nel mio saggio del 1969. Qualche volta è sembrata essere scomparsa dalla nostra vita, ed è per questo che mi piacciono san Francesco e Papa Francesco (e i nostri fratelli pentecostali). In Evangelii gaudium il Papa ha evitato il tono di rimprovero che guasta così tanti commenti teologici sul divario tra avere troppo e avere troppo poco. Egli ci invita invece a entrare in una vita gioiosa di condivisione e reciprocità.

Nel suo saggio del 1965 «La città secolare» affermava che «Il disegno di Dio nella storia consiste nello “sfatare” (defatalize) la vita umana, porre la vita dell’uomo nelle mani stesse dell’uomo e dargli la terribile responsabilità di governarla»; oggi il programma del cristiano è quello di sfatare il Mercato, di togliere al Mercato l’aura sacrale, di de-assolutizzarlo?

All’epoca pensavo alla “defatalizzazione” della vita umana, non del dio Mercato, ma ritengo che sia una descrizione appropriata di ciò che i cristiani (e gli altri) devono fare. Oggi sono in tanti a pensare al Mercato come a una sorta di forza non umana o soprannaturale proprio come il fato. È bene ricordare che il primo cristianesimo è nato in un mondo in cui le forze spirituali dominanti per la maggior parte delle persone erano il fato o il destino. Il Mercato, come il fato, ci viene presentato come potere dominante del nostro tempo, al quale dobbiamo adeguarci e che dobbiamo accettare, per quanto contorti possano essere i suoi movimenti. È per questo che il Papa l’ha definito «mercato divinizzato». Ma il Mercato è una contraddizione diretta del Dio cristiano. Non premia la compassione o la tenerezza. Inoltre, non è una forza sovrumana indipendente. È stato creato dagli esseri umani ed è pertanto, secondo l’espressione biblica, un idolo.

Il mercato è rimasto l’unica istituzione non in crisi rispetto alle altre come la famiglia, la nazione, la tradizione, la religione, il villaggio e la città. Tutte le identità infatti sono entrate in crisi: il genere, messo in crisi dalla teoria del gender; la famiglia, oggi disintegrata; nelle città tutti sono emigrati dalle campagne ma con il risultato di grandi centri urbani burocratizzati in cui si vive nel pieno anonimato; la religione è stata messa sotto dura critica dalla laicità. Questa crisi dell’identità genera una reazione che fa rinascere, sotto diverse forme, la piaga del fondamentalismo: il fondamentalismo nazionalistico (il populismo); quello religioso (fino agli estremi del terrorismo); quello scientifico (la scienza ha le risposte a tutti i problemi e non esiste altra verità se non quella scientifica) e quello economico. La religione del Mercato è una religione fondamentalista? Come si può rispondere alla sua sfida?

La religione del Mercato è di fatto una religione fondamentalista in un senso importante: non accetta nessuna evidenza che possa mettere in discussione o minare la sua spesso asserita “realtà”. Le depressioni vengono, ma il Mercato resiste. Un numero infinito di persone muore di fame, ma rimane imperturbato: “Domani andrà meglio. Basta avere pazienza”. Non serve a nulla discutere con gli accoliti del Mercato. Ciò di cui abbiamo bisogno sono più persone disposte ad abbracciare il Dio della gioia e della compassione, a mostrare un tipo di vita alternativo, che è a disposizione e che diventerà più invitante quando alla fine il dio Mercato fallirà, cosa che, crediamo, farà di certo.

La principale caratteristica del Mercato è la sua tendenza a crescere, una tendenza infinita. È l’antica storia del serpente che insinua nella mente dell’uomo il dubbio e il desiderio che si possa mangiare tutto?

Il Mercato e il cancro hanno una caratteristica in comune: o crescono o muoiono. Ma un sistema economico/culturale/religioso che dipende dalla crescita infinita non può sopravvivere in un pianeta finito. Il nostro povero pianeta sfruttato e maltrattato sta già iniziando a dirci, in termini inequivocabili, che si sta avvicinando ai propri limiti. Si incomincia a intravedere il crepuscolo del dio Mercato.

Lei sostiene che come ogni buona religione, anche quella del mercato ha un ufficio dedicato alla “propaganda fide”; sotto questo aspetto giocano un ruolo importante la pubblicità così invasiva e il fenomeno della globalizzazione. Il Papa ha parlato di globalizzazione dell'indifferenza, un altro padre gesuita, Adolfo Nicolas, di globalizzazione della superficialità (facilitata anche dai social): le due cose si intrecciano in una miscela del tutto negativa, oppure la globalizzazione ha un’anima che si può ancora salvare?

Nessun ufficio di propaganda religiosa ha mai avuto qualcosa che anche solo si avvicinasse alla portata e alla scaltrezza della pubblicità moderna del dio Mercato. Questa è intrusiva, persistente, inevitabile e globale, generando una comunità pseudo globale, che di fatto è sempre più divisa tra i pochi che stanno in cima e una crescente maggioranza che sta sotto. I missionari del dio Mercato usano ogni mezzo per accrescere la loro fetta, compresi, soprattutto, l’insicurezza sessuale e la confusione spirituale della gente. Il dio Mercato insiste a dirci che dobbiamo comprare ora: non riflettere. Ma in fondo le sue promesse sono vuote e insoddisfacenti. E di fatto è così che devono essere, perché domani dobbiamo continuare ad acquistare e consumare.

di Andrea Monda

© Osservatore Romano - 20 gennaio 2019