Rassegna stampa formazione e catechesi

La natività nella tradizione bizantina

iconanatale2006di MANUEL NIN

Per la celebrazione della Natività di Cristo, vogliamo fare una breve lettura di alcuni tropari bizantini della stessa festa. E concretamente le cosiddette katavasie della Natività. Si tratta del primo tropario di ogni ode o cantico del mattutino, tropario che nei giorni festivi viene ripetuto alla fine di ogni ode.
Il nome katavasia viene dal fatto che tradizionalmente i cantori scendono dai loro stalli per cantare in mezzo alla chiesa il tropario. Come primo e ultimo tropario di ogni ode, riprende di solito il tema dell’o de biblica dell’Antico Testamento a cui fa riferimento, e di cui, molto spesso, fa una lettura in chiave cristologica. Il mattutino nella tradizione bizantina prevede nove odi, cioè cantici, otto di essi presi dall’Antico Testamento e uno dal Nuovo Testamento. Leggendo una a una le otto katavasie ne scopriamo la ricchezza e la bellezza teologica. Questi tropari, otto nell’insieme, sono un intreccio di citazioni bibliche a partire da quella che è alla base, cioè il cantico dell’Antico Testamento a cui il testo è collegato. Il filo conduttore che troviamo in tutte è quello che sgorga a partire da Filippesi 2, 9: la kenosi , il farsi piccolo del Verbo eterno di Dio nella sua incarnazione e nella sua nascita, il farsi uno di noi. Il primo e il terzo dei tropari — il secondo viene omesso — cantano la nascita del Verbo di Dio, nascita che suscita in tutta la creazione, e specialmente tra gli uomini, la glorificazione e la lode. Per l’annientamento del Verbo di Dio fattosi uomo, la natura umana viene innalzata: «Cristo nasce, rendete gloria; Cristo scende dai cieli, andategli incontro; Cristo è sulla terra, elevatevi. Cantate al Signore da tutta la terra, e con letizia celebratelo, o popoli, perché si è glorificato... Al Figlio che prima dei secoli immutabilmente dal Padre è stato generato, e negli ultimi tempi dalla Vergine, senza seme, si è incarnato, al Cristo Dio acclamiamo: Tu che hai innalzato la nostra fronte, santo tu sei, S i g n o re » . Il quarto dei tropari prende spunto dal cantico del profeta Abacuc (3, 3) nel riferimento al «boscoso monte adombrato» da cui sorge, germoglia, secondo la lettura cristologica che ne hanno fatto i Padri della Chiesa e le diverse tradizioni liturgiche di Oriente e di Occidente, sorge Colui che è il germoglio della Vergine, che è stata adombrata dallo Spirito Santo: «Virgulto dalla radice di Iesse, e fiore che da essa procede, o Cristo, dalla Vergine sei germogliato, dal boscoso monte adombrato, o degno di lode: sei venuto incarnato da una Vergine ignara d’uomo, tu, immateriale e Dio. Gloria alla tua potenza, Signore». Il quinto testo della serie delle katavasie ,a partire da Isaia 9, 5 e 26, 12, sviluppa il tema di Cristo come «angelo del gran consiglio» mandato dal Padre per guidare l’uomo alla conoscenza di Dio: «Dio della pace, Padre delle misericordie, tu ci hai inviato l’angelo del tuo gran consiglio per donarci pace; guidàti dunque alla luce della conoscenza di Dio, vegliando sin dai primi albori, noi ti glorifichiamo, amico degli uomini». Il sesto tropario è tutto incentrato nella lettura cristologica dell’ode di Giona (2, 11), testo già interpretato in una chiave cristologica e pasquale da Cristo stesso nel Vangelo. Da sottolineare il tema della nuova nascita di Giona che esce dal pesce «come embrione», una nuova nascita che prefigura quella di Cristo stesso: «Il mostro marino, dalle sue viscere, ha espulso come embrione Giona, quale lo aveva ricevuto; il Verbo, dopo aver dimorato nella Vergine e avere assunto la carne, da lei è uscito, custodendola incorrotta: poiché egli ha preservato la madre indenne dalla corruzione cui non era sottostata». I tropari settimo e ottavo sono dei testi tessuti attorno ai cantici di Daniele (3, 26 e seguenti, e 3, 57 e seguenti): i tre giovani nella fornace preservati dalle fiamme e che diventano tipo e prefigurazione del grembo della Vergine in cui discende il fuoco della divinità: «I fanciulli allevati nella pietà, disprezzando un empio comando, non si lasciarono atterrire dalla minaccia del fuoco, ma stando tra le fiamme cantavano: O Dio dei padri, tu sei benedetto... La fornace che effondeva rugiada è stata immagine di una meraviglia che oltrepassa la natura: essa infatti non bruciò i giovani che aveva ricevuto, come neppure il fuoco della divinità bruciò il grembo della Vergine in cui era disceso; noi dunque inneggiando cantiamo: Tutta la creazione benedica il Signore, e lo sovresalti per tutti i secoli». L’ultimo dei tropari riprende quella che potremo chiamare una lettura cristologica per via di contrasto, come la troviamo spesso nei testi liturgici bizantini e siriaci: il cielo e la terra, il trono dei cherubini e la Vergine, l’Onnipotente che giace in una mangiatoia: «Vedo un mistero strano e portentoso: cielo, la grotta, trono di cherubini, la Vergine, e la greppia, spazio in cui è stato posto a giacere colui che nulla può contenere, il Cristo Dio, che noi celebriamo e magnifichiamo».

© Osservatore Romano - 24 dicembre 2017

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