Rassegna stampa formazione e catechesi

La misericordia da Rembrandt al Guercino Un passaggio per l’anno giubilare

Rembrandt Museo dellErmitage di San Pietroburgo 1668A cura di P. Pietro Messa, ofm

Il Giubileo della misericordia rinvia non solo all’enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II, ma anche all’anno liturgico 1998-1999 che nel triennio di preparazione al Grande Giubileo del 2000 – scansionato secondo le tre persone della Trinità – fu dedicato al Padre. Ora in quell’anno l’immagine più diffusa fu certamente il dipinto di Rembrandt (1606-1669) raffigurante il ritorno del figliol prodigo narrato dal Vangelo secondo Luca (Lc 15, 11-32) in un brano che più precisamente viene anche denominato “Parabola del Padre misericordioso”. In parte tale successo è dovuto al fatto che Henri Nouwen inizia il suo libro L’abbraccio benedicente proprio con una meditazione su di esso, ma non estranea alla diffusione di tale immagine è anche la serie di simboli presenti. Ad esempio nella figura del padre le mani sono una maschile ed una femminile, gli occhi ciechi in quanto consumati dal cercare di scorgere il ritorno del figlio.

Ora sappiamo che Rembrandt era protestante e l’opera è influenzata dalla sua fede in cui un posto di prim’ordine ha la giustificazione; tuttavia dal modo con cui essa è presentata in una certa teologia riformata viene definita come estrinseca – o nominale – e non intrinseca ossia reale. E il dipinto di Rembrandt sembra confermare ciò: infatti il figlio è in ginocchio, ossia sottomesso, con i vestiti laceri, senza calzari, senza volto. Ma sappiamo che nel racconto evangelico la conclusione non è questa, anzi il padre lo vide ancora lontano – e quindi non era cieco – e ha ordinato: «portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi». Guercino Roma Galleria Borghese 1627 1628

Ora l’importanza di una matura relazione con il Signore la evidenziò il cardinal Carlo Maria Martini nella lettera pastorale Ritorno al Padre di tutti proprio per l’anno 1998-1999 di preparazione al giubileo del 2000. Infatti egli vede raffigurato nel figlio minore della parabola «un’età della ragione adulta, padrona di sé e del destino del mondo, dove ognuno potesse gestirsi da se stesso e ordinare la vita secondo il proprio calcolo e progetto […] la “morte di Dio” è sembrata condizione necessaria per la vita e la gloria dell’uomo». D’altra parte la «figura del figlio maggiore, quello restato a casa che, dopo tanti anni di convivenza col padre, è incapace di comprenderne la logica di amore e di perdono […] non è meno lontano dal padre del figlio andato via di casa: la vicinanza fisica non è vicinanza del cuore». Nei due figli si potrebbe vedere nel primo un’autonomia assoluta gelosa della propria libertà ma che ha come esito il deserto della solitudine e nell’altro una sottomissione frustrante e asfissiante piena di amare rivendicazioni. Continuando Martini afferma che «va subito detto che l’ateo superficiale e non pensante non è molto diverso dal credente che si rifiuta di pensare e di mettersi continuamente in discussione davanti a Dio: in realtà, per entrambi la certezza che guida il cuore e la vita è troppo a buon mercato, volutamente scontata e indiscussa». In un certo senso il libertinismo ostentato e il fanatismo irragionevole sono contigui.

Riprendendo il quadro di Rembrandt si può affermare che il primo figlio fuggì da casa perché stanco di stare sotto quelle braccia asfissianti e vi ritornò solo per non morire di fame, mentre il secondo vi restò ma sempre con voglia di rivalsa dei suoi diritti. In fondo nessuno dei due conosce veramente il padre; infatti questi esce due volte, verso il primo figlio per dargli il vestito bello – che nella scrittura significa dignità –, calzari, ossia libertà, e anello al dito cioè pieni poteri. Incontro al secondo per ricordargli che tutto quanto egli possiede è suo.

A questo punto si può affermare che come Gesù narrò tale parabola per far conoscere il Padre, così attualmente alcune opere d’arte possono aiutare in questo. Nell’immagine di Rembrandt centrale è l’abbraccio del padre, ma il figlio scompare come indica quel volto senza fisionomia restando di esso visibile solo le vesti stracce e i piedi scalzi ossia la sua miseria; in un certo qual modo illustra proprio quanto nel momento che rientrò in se stesso pensava il figlio minore – e in fondo anche il maggiore pur restando a casa – ossia che il massimo che poteva sperare ritornando a casa era di essere riaccolto nel momento che riconosce davanti al padre il proprio peccato per rientrare nel gruppo di coloro che sono a lui sottomessi, come i salariati e i garzoni!

Diversa è l’interpretazione che ne dà Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino (1591-1666), di cui è documentata la sua pietà religiosa – ad esempio costruì a proprie spese una cappella nella chiesa del Rosario nel paese natio – caratterizzata da semplicità e modestia tanto da voler essere sepolto con il saio dei frati Cappuccini. Infatti nel quadro conservato presso la Galleria Borghese di Roma il figlio è in piedi mentre indossa il vestito bello – segno della dignità recuperata – e gli sono consegnati altri indumenti che esprimono la pienezza della vita. Il padre è presente, ma non tutto converge su di lui, anzi la mano sinistra è sulla spalla del figlio in modo così discreto che sembra scivolare via mentre con la destra indica al servo per chi sono i bei vestiti che gli ha ordinato di portare. Il figlio, invece, con un’identità ben precisa espressa dal volto, ammira le vesti nuove che sta indossando e il cane partecipa alla gioia del ritorno. Questa rappresentazione manifesta – come Gesù nella parabola – il padre il cui amore genera la libertà e dignità dell’uomo; il Signore ama come si è ma non lascia come si è perché l’amore trasforma e rende belli. Proprio come ebbe a dire Ireneo di Lione con un’espressione che pare anticipare l’umanesimo cristiano, ossia che l’uomo vivente è la gloria di Dio.

Il passaggio dal quadro di Rembrandt a quello del Guercino non è questione di gusti artistici, ma di conoscenza dell’amor misericordioso del Padre e di conseguenza della propria dignità di figli e fratelli.

Sullo stesso tema cfr.
http://www.ilcattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/misericordia-e-bellezza-che-salva-il-bene-senza-il-bello-non-attrae.html  
e
http://www.w.cristianocattolico.it/rassegna-stampa-cattolica/formazione-e-catechesi/david-di-michelangelo-e-francesco-d-assisi-quale-bellezza-salvera-il-mondo.html

PIETRO MESSA

Pontificia Università Antonianum

Conversione di San Paolo, apostolo, festa

B. Francesco Zirano, sac. O.F.M. Conv. e martire (1564-1603)

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