Rassegna stampa formazione e catechesi

La minoranza nel Vaticano II dal “Diario” Felici, suo Segretario Generale

concilio vaticano 2Oggi 13 ottobre alle ore 9 e 30 al Pontificio Collegio al Corpo Santo Teutonico, in Vaticano. Simposio Internazionale (Roma, 10-14/X/18) legato alla Rivista "Annuarium Historiae Conciliorum" della "Gesellschaft fuer Konziliengeschichtsforschung e.V.". Il tema di quest'anno è "I Concili e le minoranze".


Intervento di S. Ecc. za Mons. Agostino Marchetto

Non posso iniziare questo mio intervento senza ricordare Mons. Vincenzo Carbone che ha speso la sua non breve vita, in gran parte, per il Concilio Vaticano II.

Basti dire che per le cure, esperte e solerti, del Prof. Vincenzo, Incaricato per tantissimi anni dell' Archivio del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo quel tesoro di pubblicazione che sono le Fonti ufficiali del Magno Sinodo, in 64 grossi tomi, purtroppo quasi tutti in latino, e ciò significa difficoltà di uso, oggi, anche per molti storici.

Degli ultimi due, riguardanti gli importanti Acta Secretariae Generalis, c'é una presentazione nel mio Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, (L.E.V., Città del Vaticano 2005, pp. 339-346; d’ora in avanti Contrappunto) in cui appare altresì una Nota sull’aureo libretto del Carbone (Quaderno de L’Oss. Rom. n. 42) dal titolo significativo Il Concilio Vaticano II, preparazione della Chiesa al Terzo Millennio (ib., pp. 346-349).

Quando poi Mons. Carbone andò in pensione egli non smise di occuparsi di quello che era il suo amore, il “suo” Concilio, per il cui felice esito aveva non poco e bene collaborato con il Segretario Generale Mons. Pericle Felici. E di fatto il suo “Diario” fu il pane quotidiano del lavoro indefesso e meticoloso del Prof. Vincenzo fino alla morte, in vista di una pubblicazione.

Così scrivevo, fra l’altro, su L’Osservatore Romano1 nella sintetica presentazione in mortem di colui a cui dobbiamo, oltre all’Autore, questo “Diario”, che ci aiuterà a delineare la minoranza conciliare.

Egli nacque il 5/4/1920 a Mercogliano e fu ordinato sacerdote il 27/6/43 nel Santuario di Montevergine, Abbazia nullius (Avellino). A Roma lasciò questo mondo il 13/02/2014.

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Dopo il Nostro mi si perdonerà una parola sul curatore di questo volume2, per spiegare la ragione “storica” del mio impegno al riguardo che si inserisce in quello, generale, della mia ricerca storica di una vita. Essa è bene illustrata nel volume “Primato Pontificio ed Episcopato. Dal I millennio al Concilio Ecumenico Vaticano II. Studi in onore dell’Arcivescovo Agostino Marchetto [per i 70 anni], a cura di Jean Ehret.3 Basterà qui aggiungere che la porta d’entrata nell’arena della storia fu la mia tesi di laurea su Episcopato e primato pontificio nelle Decretali Pseudo Isidoriane. Ricerca storico-giuridica4, il Medio Evo, dunque, con attenzione specialmente al binomio Papato-Episcopato. Lo testimoniano vari miei articoli e recensioni pubblicati soprattutto sulla Rivista di Storia della Chiesa in Italia, e su Apollinaris. Li raccolsi, tali lavori, nel grosso volume Chiesa e Papato nella storia e nel Diritto. 25 anni di studi critici.5

Ma nel 1990 ci fu un cambio di periodo nel primario mio interesse storico, con passaggio alla storia contemporanea, e più concretamente al Concilio Ecumenico Vaticano II. Non ero il primo a fare questo salto e non sarò di certo l’ultimo, ma esso mi fu imposto, posso dire proprio così, dal mio Professore alla Università Lateranense Mons. Michele Maccarrone.6 “Basta Medio Evo!” – mi ingiunse – abbiamo bisogno di uno storico nell’età contemporanea, del resto così aveva fatto anche lui spaziandovi dall’antichità.7

E da ciò il mio incontro, la mia conoscenza di e l’interessamento e l’aiuto a Mons. Carbone, lo scambio di studi e di opinioni e punti di vista sul Magno Concilio (come ho sempre chiamato l’Ecumenico Vaticano II).

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Nel corso degli anni sono cresciute in me anche le dimensioni della figura di Mons. Pericle Felici (nato a Segni il I° Agosto 1911, ordinato presbitero il 28 ottobre 1933 e vescovo il 28 ottobre 1960, cardinale dal 29 giugno 1967, morto a Foggia il 22 marzo 1982), grazie al dialogo con il Carbone, che cominciò a parlarmi del suo “Diario” e di come egli, Incaricato dell’Archivio del Concilio Vaticano II, ne venne in possesso per la fiducia e stima che si era guadagnate presso l’Autore. Così il Segretario del Magno Sinodo gli aveva affidato in caso di morte improvvisa i suoi “segreti”, indicandogli il “nascondiglio” che per essi aveva escogitato: il fondo di un inginocchiatoio, chiuso nella parte inferiore. E così infatti Mons. Carbone li trovò e cominciò a studiarne il contenuto e a trascriverlo.

Intanto nel 1992, nel X anniversario della morte dell’A., fu pubblicato il volume, a più mani, dal titolo Il Cardinale Pericle Felici8 con presentazione di Vincenzo Fagiolo, e relativa biografia e bibliografia. Carbone vi illustra colui di cui si faceva memoria commemorativa quale Segretario Generale9. Mons. Julian Herranz, ora Cardinale, vi presenta invece un’altra funzione importante dell’antico Segretario Generale, quella di Presidente della Pontificia Commissione per la revisione del Codice di Diritto Canonico.10 Per il legame infine con la Sacra Romana Rota, il Tribunale che fece conoscere in Curia e agli esperti il futuro Segretario Generale del Concilio, si potrà consultare, con profitto, di Mons. Giuseppe Sciacca, lo studio di Pericle Felici uditore di Rota.11 Da ricordare anche il suo ruolo di Presidente della Pontificia Commissione per l’interpretazione dei Decreti del Concilio Vaticano II e, dal 13 Settembre 1977, quello di Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Inoltre l’impegno pastorale, l’amore per il Seminario Romano dell’A. e la sofferenza per le sue difficoltà risulteranno evidentissimi dalla lettura del “Diario”. Egli vi fu per vari anni, esattamente fino al 2 luglio 1959, Direttore Spirituale apprezzato e amato. Altresì evidente apparirà la funzione attiva e zelante di Vicario dell’Arciprete del Capitolo Vaticano, soprattutto quando lo fu il Sig. Cardinale Domenico Tardini.

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Per quanto riguarda il “Diario” e la sua pubblicazione, tenni con Mons. Carbone sempre vivo l’argomento, finché finalmente cominciò a leggermi il frutto della sua difficile trascrizione. Ma non si decideva e rimase così fino alla morte. Per grazia, peraltro, le sue sudate carte della trascrizione del “Diario” passarono finalmente alle mie mani – fu grazia su grazia, considerando… la storia – per la pubblicazione.

Ho ritenuto pure di definire tutto ciò, con un termine molto usato, comprensivo di memorie in vario senso sul Concilio, anche perché Mons. Carbone aveva deciso di “fondere” in un’unica testimonianza due elementi di ricordi scritti giorno dopo giorno dall’Autore. Voglio dire pensieri religiosi, fervorosi e profondi, - lo chiamerei anche “Diario” spirituale - e quello vero e proprio riguardante direttamente lo svolgersi del Concilio, più che l’anima di Mons. Felici.

Concretamente trattasi, rispettivamente, di 4 quaderni intitolati Cogitationes cordis mei, che vanno dal ’58 a tutto il 61, e 8 agende annuali, che iniziano a raccontare, per cose nostre,  dal 13 maggio ‘59 e giungono, pur con una mancante (quella del 61), al ’67.

Il Carbone dunque combina, “fonde”, per aggiunte che seguono il calendario, le due fonti - anzi per il ’61 può servirsi solo delle Cogitationes - fornendo al tempo stesso la base, il “segreto” spirituale dell’A. nel corso degli anni di preparazione e realizzazione del Vaticano II, con qualche supplemento ad esso relativo nel post-concilio.

Per la pubblicazione in sé mi si presentavano due opzioni, vale a dire ridurre l’estensione del Diario o invece rispettare quanto già deciso dal Carbone, anche per l’apparato critico, aggiungendo però quel che mancava, cosa che del resto mi era stato chiesta da lui in vita.

Anche per il rispetto che gli porto ho deciso – o meglio ho confermato – per la seconda delle alternative. Di conseguenza l’opera è rimasta pienamente di Mons. Carbone altresì per i continui rimandi agli Acta et Documenta e agli Acta Synodalia, 64 volumi più gli Indici e due Appendici, che egli ha editi nel corso degli anni. Per questa ragione nel mio citare qui il “Diario” mi limiterò a rimandare al giorno di riferimento, senza riprendere l’apparato critico che appare nella pubblicazione da me curata.

Sul testo del “Diario” ho scritto poi un Addendum12 , dopo che l’originale dei testi scritti dal Segretario Generale ci furono consegnati, il 18 novembre 2015, dai famigliari più stretti del Carbone, i quali li avevano presi in custodia, diciamo così, dopo la sua morte. Potevo dunque prenderli in mano a mio agio, nel loro insieme, e descriverli sicut decet (prima parte), con possibilità di chiarire qualche punto della vulgata ripetuta a me viva voce da chi li trascrisse.

Nella seconda parte della pubblicazione c’è invece una mia introduzione dal titolo “Ricordando il Concilio”, copia di una lettera autografa di Papa Francesco in occasione della presentazione in Campidoglio del “Diario” stesso, e vari testi specialmente quelli dei Relatori colà invitati ad illustrare l’opera in questione.

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E ora possiamo cominciare la nostra ricerca su quanto questo “Diario” può offrire sul tema del nostro interesse, e cioè “La minoranza nel Vaticano II” come da esso risulta,  anche se ci apparirà abbastanza presto che si tratta di minoranze puntuali nella loro costatabile fluttuazione e relativa mutabilità fino a portarci a dire, alla fine, che di minoranze variabili si tratta, di vari filoni di minoranza, secondo le materie in discussione, - gli schieramenti poi si creavano di volta in volta sulla base dell’argomento discusso e l’adesione di un padre conciliare poteva cambiare nel corso del dibattito, oppure nell’avvicendamento dei periodi conciliari- restando pur fermo che di una “minoranza” abbastanza ben delineata si può parlare. Questa analisi la si potrebbe compiere anche ricorrendo agli indici (voce Pericle Felici) dei miei volumi sul Vaticano II, dopo la lettura del “Diario”.13 In ogni caso per questo mio intervento ricorderò in nota i richiami nei miei due studi fondamentali ai personaggi che via via verrò citando dal “Diario”. Si potrà così seguire la loro “storia sinodale” in un cammino che i miei precedenti volumi possono offrire.

Ad ogni modo, in relazione a una non esatta “vulgata” che riguarda il Magno Sinodo mi limito a far rilevare, d’inizio, sempre dal “Diario”, il cammino percorso nella preparazione del Concilio, per la nomina del suo Segretario Generale, per la formazione delle Commissioni incaricate della stesura dei documenti preparatori, ecc. ed inoltre a costatare la grande confidenza, e direi l’affetto, creatisi fra l’A. e Papa Giovanni.14 Vi fu per lui obbedienza, e devozione. La malattia del Card. Tardini15 causò poi rapporto sempre più diretto e frequente con il Pontefice che confida a Felici: “i nostri caratteri si incontrano ed è un bene per il concilio”. Nel ’61 (20/6) il Papa gli aveva intimato: “Aiutiamoci a vicenda. Facciamo come nel coro: prima canta uno, e mentre questi riposa, canta l’altro”. Era per l’inizio delle congregazioni della Commissione Centrale (12-19/6/61). Quasi due anni più tardi (5/2/63) Giovanni XXIII assicura Felici: “Sappia che il Papa ha sempre per lei la sua stima e il suo affetto”. Ormai verso la fine della vita, gli farà comunicare che “il Papa apprezza lui e il suo lavoro”, aggiungendo: “Anch’io lavoro per il Concilio, anche e soprattutto adesso” (25/5/63).

Scendendo all’analisi, più in dettaglio, nel contesto del procedere sinodale, dal “Diario” risulta essere stato il Card. Tardini a proporre che i Presidenti delle Commissioni Preparatorie fossero i Prefetti delle varie Congregazioni curiali (su ispirazione di un altro Mons. Felici, Angelo – ma questo è mio ricordo personale -), mentre Mons. Dell’Acqua16 farà aggiungere una Commissione dei Laici. Comunque il Papa non vuole che i Segretari di tali Congregazioni lo siano delle Commissioni stesse. Nemmeno egli accetta subito la proposta a tale riguardo del Card. Ottaviani17 a favore del P. Tromp18, anche se poi l’accoglie per l’insistenza del Porporato. Sono indici già di dove batte il cuore di Papa Roncalli o dove manifesta le sue preoccupazioni e intenzioni, in fondo del suo rapporto con la minoranza.

Dal testo poi emerge chiarissima la soddisfazione del Papa per il lavoro di preparazione al Concilio compiuto dal Segretariato guidato da Mons. Felici, (v. “Diario” del 26/XII/60), la cui sede il Pontefice visita il 5/1/61 e questo sfata la vulgata che si è imposta circa la relazione maggioranza-minoranza. Tra i miei ricordi vi è anche quello della mancanza di menzione di una tale visita nel testo di coloro ai quali fu affidata la stesura dei quattro volumoni che furono pubblicati per la causa di beatificazione e canonizzazione di Papa Giovanni. Segno di come si trattava la minoranza da parte della “Scuola di Bologna” - a cui fu affidata l’opera -, a scapito della verità.

Comunque già il 3/1/62 il Vescovo di Roma aveva annunciato a Felici che egli sarebbe stato il Segretario Generale del Concilio e tutti i testi del ’60 rivelano un grande intendimento fra i due e la benevolenza e predilezione del Sommo Pontefice. Ma la nomina è resa pubblica solo contemporaneamente al Motu Proprio di indizione del Concilio (6/9/62). A conferma, Felici nel suo “Diario”, il giorno seguente, racconta la “storia” di tale nomina, ma il 2/7 precedente egli aveva già sottoposto al Papa il progetto del Regolamento sinodale.

Da segnalare è il fatto che il Sommo Pontefice il 21/5/62 esprime chiaramente la sua volontà che gli schemi preparatori, sui quali porrà delle note a commento (25/7/62), siano pastorali. Significativamente Felici aggiunge: con “una chiara dottrina”. È un indice già di distinzione fra l’impostazione di maggioranza-minoranza, mi pare.

A tale proposito il 16/8/62 Giovanni XXIII parla con il Segretario Generale del progetto del Card. Suenens19. Anche i Cardinali Frings20 e Döpfner21, in antecedenza, il 7/5/61, avevano espresso il desiderio che si desse un carattere eminentemente pastorale alle Commissioni di studio.

La data di inizio è decisa il 28/1/62, ma invero già l’11/4/61 il Papa aveva menzionato l’autunno ’62, nonostante i Cardinali Frings e Döpfner ritenessero opportuno di farla slittare a più tardi (6/7 e 9/5/61). Felici pensa di fatto a tre sessioni, mentre il Papa ne desidera due (3/7/62), auspicando la chiusura del Vaticano II in coincidenza con la celebrazione dell’anniversario del Concilio di Trento. È significativo proposito per chi vuol capire. La benevolenza pontificia verso l’Autore è di nuovo manifestata il 27/5/62 e il 20/10/62 e, in precedenza, il 30/9/61 e 2/10/61, nonché il 17 e 21/11/61.

Le difficoltà però non mancano al Segretario Generale, a cominciare con quella della salute. Finalmente il 27/8/63 ecco il liberatorio “sto meglio”, ma il primo luglio ’64 ancora accusa angustia, paura, esitazioni e dubbi. Mons. Felici è stato dunque sottoposto a dure prove durante il Magno Sinodo.

E tutto questo è vissuto all’interno della Curia, che l’Autore mostra di conoscere bene nelle sue malattie e intossicazioni, cioè la superbia, l’arrivismo (10/11/61), le ambizioni (Papa Roncalli “le riprova anche quelle che egli deve soddisfare”: 12/2/61; v. anche 10/3/61, con lettura di un passo su come devono essere i Vescovi secondo S. Lorenzo Giustiniani), il poco spirito sacerdotale (13/6/61). E questo è segno di distacco almeno da una parte della minoranza, pur non correndo noi il rischio di identificarla con essa.

Dunque la visione della Curia nel “Diario” non è idilliaca poiché risultano evidenti le sue “malattie spesso rilevate, con dolore, da Felici, cioè, ripetiamo, invidia, gelosia, corsa ai posti di “comando”, carrierismo insomma. Il 31/12/62 egli perciò scrive che la Chiesa ha bisogno di una riforma e per quella necessaria su se stesso ci sono prove in continuazione nel Diario, dove l’Autore rivela una profonda spiritualità (16/9/61, 15/10/61, 26/11/61, 26/9/61 con citazione sintetica di Rosmini: “orazione e croce”). Potrei aggiungere tradizionale a spiritualità, con aggettivo che nulla toglie a profondità e autenticità, anzi. E ciò indica forse un altro distacco dalla maggioranza. A questo proposito approfitto per rilevare la distinzione fra tradizionale e tradizionalista, cosa che non si fa da parte di molti, anche fra gli storici.

Certo che se l’Autore non avesse affrontato con perseveranza a fine giornata la scrittura delle sue memorie, diciamo così, (“che fatica”! 19/11/59) ci mancherebbero vicende sinodali vissute dal di dentro, in un posto di straordinario servizio e di visione complessiva delle cose.

Le difficoltà insomma furono tali che sorse in lui perfino la tentazione di dimettersi (7/5/62). Il Papa gli rispose “Per carità no, non ci pensi neppure”. Esse nascono anche con la Segreteria di Stato, con il Card. Testa22, e con Staffa23 e Palazzini24 (3/10/61), e per la nomina dei Sottosegretari (14/10/62). Significativamente per le relazioni esistenti all’interno della minoranza, che giungono a farci dire che ci sono minoranze e minoranze, Felici, un uomo in essa particolarmente qualificato, in effetti una volta arriva a fare tutta la lista delle sue proposte non accolte (15/10/62), anche perché si sappiano quali furono le sue reali responsabilità nelle decisioni poi prese dai Superiori. Per le contrarietà sofferte egli formula anche una sua critica a quelle ricevute (27/12/62). C’è menzione perfino del Card. Montini25 (che lo definisce “il gancio a cui è appesa tutta la preparazione del Concilio”. Felici risponde: “Sono il facchino”, invece: 4/11/61) e lo è per maggioranza (pur tenendo in conto la questione Dossetti26) e minoranza.  In ogni caso all’inizio del concilio ricorda: “Ora non sono più a me stesso, sono della Chiesa, del Concilio, del Papa” (10/10/62 e 1/1/63). Non appartiene dunque in voto né alla minoranza né alla maggioranza.

Intanto ecco il giorno di apertura del Concilio che il Segretario Generale descrive con molta semplicità (11/10/62). Al termine della prima sessione il Papa ha uno sguardo positivo sul Magno Sinodo e rassicura (17/12/62; v. il 7/12/62: vi è una specie di bilancio), nonostante la difficoltà iniziale della votazione sugli elenchi dei componenti le Commissioni conciliari (v. nota 4 del 13/10/62; basta comunque alla fine la maggioranza: 19/10/62, nota 13, come pensava Felici). Egli in questa occasione “si confessa” (22/10/62).

Vi è anche menzione, nel “Diario”, all’origine del messaggio dei Padri al Popolo di Dio (20/10/62) e alla decisione sul de Fontibus (20 e 21/11/69) con validi giudizi.

Considerato il ruolo dei giornalisti che seguono l’avvenimento varrà ricordare che la loro “questione” inizia nel luglio ’61. Il Papa vuole un ufficio all’altezza del Magno Sinodo e dell’importanza dell’impegno (16/5/61). Felici ha difficoltà di procedere (17/6/61).

Occhieggia qui anche qualche giudizio rilevatore del suo stato d’animo. Fra i Cardinali ci sono dei “garibaldini” e Cicognani27 più che a trascinare tende a farsi trascinare”, nota Papa Giovanni XXIII (12/10/61). In mortem di Tardini il Papa lo aveva definito “un vero galantuomo”. (30/7/61) e Felici: “un angelo tutelare per il mio lavoro in preparazione del Concilio” (5/11/61; v. però altresì 21/5/64). Sono indicazioni preziose per “situare” Felici stesso.

Ma arriva purtroppo anche la fine, nella figura di questo mondo, del pontificato giovanneo e siamo all’“interregno” e l’A. prende nota di due suoi dialoghi, con il Card. Döpfner e poi con Spellman28. L’Arcivescovo di Monaco ha “qualche preoccupazione per l’avvenire, e ciò è naturale avendo fino ad ora – nota Felici – i Cardinali esteri avuto un peso non piccolo nei lavori del Concilio” (10/06/63). È segno di dove non pende il cuore di Felici?

Spellman, invece, asserisce che “non credeva di trovare a Roma una opposizione, ‘così atroce’, alla candidatura del Card. Montini” (11/6/63). Ma “L’orazione di Tondini pro eligendo non è felice, mette troppo in evidenza le critiche degli ambienti curiali sul trascorso pontificato. Certamente creerà reazione in molti Cardinali esteri e influirà sul Conclave. Conoscendo la stima di cui gode presso di loro e la campagna che fa in suo favore il Card. Micara29, sono ormai sicuro della sua [di Montini] elezione” (19/6/63). E così è.

Il nuovo Papa vuole presto vedere l’A. e lo accoglie con un significativo “Io ho in lei piena fiducia” (5/7/63). Rispondendo al suo invito, Felici, il 29/8/63, gli propone che la direzione del Magno Sinodo sia affidata a 4 o 5 Eminentissimi, ma il Segretario di Stato fa aggiungere allo scritto che il Consiglio di Presidenza rimanga come organo supremo. Finalmente il Segretario Generale spiega la sua formula propositiva “che finì per piacere”, mentre invece egli si dichiara poco convinto delle modifiche apportate al Regolamento. A proposito, poi, dei Moderatori, l’A. dichiara al Segretario di Stato che alcuni erano uomini di parte e quindi poco adatti a “moderare”. Sono aperture rivelatrici di dove stia Felici.

A questo proposito egli stesso si esamina, più tardi (21/6/64), osservando quasi con distacco (è questo però uno dei passi più chiari e utili e sinceri per il nostro tema sulla minoranza): “Talora io penso come possa essere toccato a me l’ufficio di Segretario del Concilio Ecumenico. Un po’ per carattere, un po’ per formazione, un po’ per ministero esercitato con certi orientamenti, io mi trovo a condividere nella dottrina e nella pratica alcune posizioni che si è convenuto chiamare tradizionali, pur guardando con serenità – così mi sembra – a delle aperture, che possono migliorare gli spiriti e renderli più adatti alla diffusione del vero e del bene.

In Seminario, particolarmente, ho cercato di correggere (più che combattere) alcune ideologie di marca tedesca o francese, riguardanti l’ascetica, la liturgia, la formazione spirituale, la morale, ecc.

Ora invece mi trovo al Concilio a dover fare l’imparziale fra diverse tendenze; e quello che fa la voce più grossa è quello a cui io ho guardato con una certa preoccupazione. Il guaio è che in pratica la preoccupazione è anche dei Superiori, nonostante che anche loro debbano guardare con una certa imparzialità a questo fiorire di cervelli e talora ne sentano il fascino. Naturalmente chi deve eseguire (senza poter dire la fonte) è il Segretario Generale, il quale dovrebbe combinare cose in pratica assai scombinate. Nonostante ciò io ho piena fiducia nella grazia del Signore e nel tempo. Nelle mie capacità confido molto poco. Andiamo avanti, in nomine Domini, da cui viene l’aiuto”.

Il 29/X/63 il Segretario Generale scrive che avrà d’ora in avanti udienza papale ogni giovedì, prima dei Moderatori. A loro proposito, molto interessante è quanto Felici affida al suo “Diario”, conferma di una difficoltà di rapporti, poiché essi seguirono non una sola volta vie poco prudenti, volendo far da sé. Ciò si manifesta a vista di tutti (v. nel “Diario” ottobre ’63) per la questione famosa dei quesiti da sottoporre ai Padri, con distruzione delle prime schede preparate dai Moderatori, e votazione del 30/X/63: “pagina poco onorevole”, commenta Felici.

Questo nodo nelle relazioni ritorna più volte nelle “memorie”, legato soprattutto alla questione della collegialità, con citazioni significative, al riguardo, di Papa Paolo30 (23/1/64, 31/1/64, 12/3/64, 23/3/64, 27/3/64, 1/4/64, 9/4/64, 6/5/64, 14/5/64, 16/5/64, 18/5/64, 3/6/64, 10/6/64: un po’ di dispiacere papale per la posizione assunta da Mons. Parente31, 17/6/64: nuovo testo e suggerimenti di Felici, 5/8/64: egli avrebbe “preferito una maggior precisione di linguaggio e una più esatta documentazione di fonti”, 9/9/64: il capitolo della collegialità, per Paolo VI, “è una spina”, 17/9/64: nota lettera di Cardinali ed altri Padri intesa a sospendere la votazione sul cap. III del De Ecclesia; per Felici, invece, bisogna continuare, 22/9/64: “il Papa non ci ha dormito”; 23/9/64: Il Segretario Generale gli suggerisce un intervento di Philips32 e non di Ruffini33, come invece pensava Paolo VI, per una mediazione anche sul De Beata. Felici conclude (30/9/64): “molti ‘nodi’ per il cap. III De Ecclesia approvato. “Speriamo che alcuni punti vengano migliorati o corretti. Altrimenti il primato del Papa, per quanto venga affermato fino a stancare, avrà certamente un colpo non lieve. V’è tutto uno sforzo per condizionare in qualche modo l’azione pontificale del Papa”. Anche questo è pensiero di minoranza, che sostiene il Primato pontificio e tutto ciò che lo difende.

Il Segretario Generale affronta altresì la difficoltà sorta per gli strumenti di comunicazione sociale, ricevendo la solidarietà del Pontefice (1/1/64, 9/4/64, 21/5/64). Certamente nel riportare avvenimenti e giudizi, nel suo Diario, Felici rimanda a quanto “già messo” in archivio, ma quel che scrive qui sui punti caldi sinodali rivela il pensiero dell’A. con chiarezza e anche le sue contrarietà. Peraltro il suo ruolo in più momenti appare decisivo, come attesta la scelta della formula di conferma papale dei documenti finali sinodali, nonostante quanto affermato finora da molti.

Per il fatto poi, che Paolo VI affida al Segretario Generale sempre più gravi incombenze, con il passare del tempo e con il crescere della fiducia e per la generosità di Mons. Felici nell’adempiere i compiti affidatigli, egli deve “seguire” periti ed esperti (2/1/64: “disappunto papale per P. Congar”34, 23/1/64: a causa dei gesuiti olandesi e di “Concilium”, 27 e 28/2/64 per P. Murphy: “sappia che lavora contro la Chiesa” (15/1/64): per R. La Valle35 e G. Alberigo36, attraverso il Card. Lercaro37, 9/4/64: dunque vigilanza, 3/6/64: il Papa “è preoccupato per l’intraprendenza e l’inobbedienza di alcuni periti”). Da seguire è altresì il nuovo organismo (“Consilium”) per la Liturgia (9/1/64, 4/2/64, 13/2/64: il Papa è dispiaciuto per l’atteggiamento poco equilibrato del Card. Lercaro, e per Mons. Carli38 “così polemico e poco comprensivo”. Ancora è la volta di alcuni periti (31/12/64, 18/2/65, 18/3/64: su Küng39 10/2/65: “insubordinazione e ribellione”, 18/2/65: circa gli Osservatori, 10/6/65: di nuovo sui periti, 10/2/65 riguardo a Mons. Parente). Tutto questo è rivelatore soprattutto di peoccupazioni che possiamo chiamare di minoranza anche se espresse dal Papa, che pur con equilibrio si colloca nella sua responsabilità massima di Successore di Pietro.

Paolo VI e il Segretario Generale concordano inoltre un testo finale riguardante gli ebrei (21/5/64 e 2/7/64: non piace la proposta Lercaro, v. pure 12/2/65), mentre il Papa si rivela non completamente soddisfatto dello schema XVII che si chiamerà poi XIII nei giorni 7/10/64: “raffazzonato e di esito assai incerto”, secondo Felici, 11/5/65, 2/12/65 e 5/12/65: sulla guerra).

A Papa Paolo non piace molto altresì lo schema De Libertate (24/9/64, 13/10/64, 15/10/64, v. poi 18/11/64, 19/11/64, 25/3/65, 16/9/65, 17/9/65, 20/9/65, 2/12/65). L’orientamento del Pontefice sarebbe stato pure di chiudere il Magno Sinodo nel ’64 (12/3/64; 26/8/64, ma il 9/4/64 aveva detto a Felici: “si prepari alla IV sessione”).

Degno di attenta lettura per intravvedere minoranza e maggioranza è inoltre quanto l’Autore scrive su alcuni snodi delicati del Concilio nei suoi due ultimi anni.

In primo luogo il capitolo III di Lumen Gentium e la Nota Explicativa Praevia (11/11/64: il Papa chiede modifiche del testo altrimenti non potrà approvare, 8/11/64, 16/11/64, 21/11/64: “trionfo del Papa e della Madonna”, commenta Felici, rivelando il suo animo e quello della minoranza; ma, 28/1/65: bisognerà “evitare polemiche e far parlare i documenti” nota il Segretario Generale, 10/2/65: Paolo VI si lamenta degli interventi di Mons. Parente sulla questione della Nota Praevia. Il 4/3/65 Felici conclude: “A mio giudizio il S. P. si preoccupa troppo e mostra di aver paura. Non c’è di peggio, mi sembra, per un governo davanti a delle persone talora violente”. Queste parole peraltro sono da leggere tenendo in conto le altre di ammirazione proprio per la fortezza del Papa (21/11/64 e 18/11/64).

Passando (26/11/65) alle proposte fatte da Paolo VI nella questione del matrimonio il Papa esprime il suo disappunto per la reazione provocata nella Commissione. Comunque egli accetta pure altre formulazioni, purché rispondano al suo pensiero; se gli altri hanno la coscienza, anche Paolo VI ha la sua, e deve seguirla, “per non compromettere la vera dottrina della Chiesa, che in tutto lo schema non è sempre esposta con la dovuta limpidezza (anche qui la preoccupazione per la dottrina, che è piuttosto caratteristica della minoranza). E poi cosa è tutto questo parlare di amore, amore, amore senza dire che il fine primario del matrimonio è il bonum prolis? E perché non denunziare gli antifecondativi e i contraccettivi quando si condanna, l’aborto e l’infanticidio?” La posizione di Paolo VI è dunque chiarissima e sboccerà nella Humanae Vitae.

“Le parole del Papa mi danno tanto conforto e glielo dico”, aggiunge Felici. Fa da sfondo a questo discorso quello del Cardinale Suenens sulla limitazione delle nascite (29/10/64), poi da lui rettificato (7/11/64).

Di rilievo altresì sono alcuni tratti del Diario sul de Oecumenismo, già approvato, che non “dà sicurezza al Papa e quindi non potrà passare in questa sessione”. La cosa invece avviene (16/11/64), poiché il Cardinale Bea40 e Mons. Willebrands41 accettano tutte le modifiche proposte da Paolo VI (18/11/64).

Sulla Divina Rivelazione varrà ricordare inoltre una sua costante, come risulta dal Diario, e cioè la sua volontà che lo schema parli di più e più chiaramente della Tradizione come fonte costitutiva della Rivelazione stessa. Così il 23/9/65 il Pontefice incarica Felici di notificarlo alla Commissione. Anche in questo siamo nella linea della minoranza conciliare

Ad ogni modo (14/10/65) il Papa, “delle modifiche fatte dalle Commissione Teologica nello schema, dietro suo suggerimento, non è completamente entusiasta; avrebbe desiderato di più, comunque si contenta”. In tal giorno Paolo VI fa cenno al Segretario Generale di due lettere scritte da Em.mi in cui si critica il suo modo di intervenire presso la Commissione Teologica. “Ha loro risposto affermando che il Papa non può limitarsi ad approvare o no, alla fine; ma deve anche in itinere, consigliare, persuadere, ecc”. Felici aggiunge qui un Optime! Di approvazione.

Per quanto riguarda la questione della condanna del comunismo e del relativo ricorso di Mons. Carli, la proposta di soluzione di Mons. Felici è accettata dal Pontefice e da tutti (26/11/65). Questo dice delle divisioni all’interno anche della minoranza, come è del resto nella maggioranza. In entrambi le “ali” del Concilio vi sono delle estremità renitenti al continuo sforzo pontificio di condurre al consensus, che diventerà alla fine quasi unanimità. In effetti sulla questione di merito (circa la condanna del comunismo) si è d’accordo di non rinnovarla espressamente, ma nella Relazione si dirà che i suoi errori son già condannati nel testo, come del resto lo sono dal Magistero della Chiesa; e se si evita di entrare esplicitamente ora nella questione, è per sfuggire a interpretazioni politiche; nel testo conciliare (in nota) poi si richiameranno le Encicliche ove il comunismo stesso è apertamente denunziato e condannato.

Potremo anche rilevare l’accoglienza, definirei cordiale, un apprezzamento, da parte di Felici, della riforma liturgica conciliare, di un grande latinista come lui. E qui di nuovo abbiamo un esempio di sensibilità diverse all’interno della minoranza. “Il nuovo rito riesce bene” scrive il 19/3/65, “la partecipazione dei fedeli è più intensa”, ciò lo porta a difendere l’italiano introdotto in S. Pietro in opposizione ad alcuni Capitolari che vorrebbero la Messa continuasse tutta in latino. Così la minoranza contraria appare anche in S. Pietro.

Interesserà altresì qualche aspetto della relazione specialmente del Segretario Generale con i Moderatori, che non furono del tutto serene, come già sappiamo.

Il 15/10/64 Felici manifesta l’impressione che tre di loro stiano sia al governo che all’apposizione. “I Moderatori bisogna moderarli” osserva Paolo VI (il 13/10/64, scherzando, ma non troppo). Il Segretario Generale asserisce che i Moderatori “hanno fatto altolà al Papa”. Peraltro successivamente c’è un dialogo di chiarimento con Döpfner. Felici osserva (19/10/64): “I Moderatori praticamente influenzano il Papa; hanno capito che non è un carattere forte e deciso. Ho detto scherzando che in questa maniera si viene instaurando di fatto un conciliarismo. Mi auguro che questi pensieri siano sciocchi. Ma chi sa!”

Significativo comunque è quanto Felici suggerisce a Paolo VI, il 6/5/65, cioè di “lasciare gli organi direttivi del Concilio già come sono; solo si dovrebbe raccomandare ai Moderatori di essere veramente tali; non dovrebbero prendere posizione per questa o quell’altra tendenza, né esprimere opinioni personali. E il Santo Padre è d’accordo; è il suo pensiero”.

Il 10/6/65 il Papa esprime ancora la sua preoccupazione per i Moderatori, ma vede anche di poco buon occhio alcune iniziative della CEI e del Coetus Internationalis Patrum42 (13/8/65).

Però oltre ai Moderatori pure la Segreteria di Stato crea – secondo Felici – qualche difficoltà, cosicchè auspica (15/10/64) che essa “non si interessi più direttamente dei problemi conciliari (ogni volta che lo ha fatto, ha messo confusione)”. Implicito risulta qui la diversità di visione fra il Sostituto Mons. Dell’Acqua e il Segretario Generale del Concilio.

A completamento indicativo, e testimonianza delle divisioni nella minoranza conciliare, e all’interno della Curia stessa, ricordo un altro “sfogo” di Felici affidato al Diario per quanto concerne l’accusa a lui rivolta di essere appunto “il manutengolo della Curia Romana” (19/10/64). “Se sapessero costoro - si lagna fra sé e sé- quanto ho dovuto soffrire per alcuni suoi Prelati”! E aggiunge “se la campagna [denigratoria] continuerà potranno cambiarmi mestiere e ne ringrazierei Iddio” (19/10/64).

Queste “sono le spine che ci capitano nel nostro lavoro” (15/10/64), esclama a questo proposito il Papa e aggiunge con pena: “non mi fanno più dormire”, e non è la prima volta che così confessa la sua tensione, si badi bene (v. 8/11/64).

Ci avviciniamo nel Diario alla fine del Concilio e già vi è scambio di vedute del Papa con Felici per la fase post-conciliare. Per questa ragione qui raccogliamo anche noi, prima di concludere, una lode al magno Sinodo da parte di Felici stesso e ciò controbilancia e sfuma tante cose da lui scritte di getto e sotto  pressioni e angustie giornaliere, specialmente nei periodi particolarmente duri e faticosi, trascorsi con difficoltà anche psicologica. Ecco le sue precise parole di apprezzamento: “Forse nessun Concilio ha avuto una fine così bella e promettente (8/12/65), coronata – mi sia lecito ricordarlo - da un pranzo con Paolo VI, che aveva invitato in quel giorno di chiusura anche i Monss. C. Colombo43 e Willebrands. Il Papa vi si mostrò molto soddisfatto del Magno Sinodo ed ebbe altresì, il 17/12/65, parole altamente elogiative per la Segreteria Generale ricevuta in udienza.

Una osservazione di saggezza, di vita anche sinodale, vorrei infine menzionare, scritta alla fine del 1965 (28/12/65): “Purtroppo le nomine bisogna farle più per contentare persone che per servire bene la causa. Il Concilio plura me docuit anche in questo”. Con tale dura considerazione ritorniamo a quel che diceva Papa Giovanni, riferito nelle prime pagine del Diario. La terra gira, gira, ma le umane debolezze rimangono, a condizionare pure il cammino della Chiesa verso il Regno di cui essa è però il germe e l’inizio (cfr. L.G. 5).

Profitto di questa “combinata” papale di responsabilità per confermare, al termine, il mio giudizio storico sui due Pontefici conciliari che vi stanno molto bene insieme e hanno operato per la sua riuscita, ciascuno certo con la propria fisionomia, per l’aggiornamento, la riforma, il rinnovamento ecclesiale, ma non certo nella linea della rottura, sebbene nella continuità dell’unico soggetto Chiesa.

E posso aggiungere che anche la minoranza ne ha avuto il merito.

                                                                                   + Agostino Marchetto

 


1 Cfr. L’Osservatore Romano del 14/2/14.

2 Vincenzo Carbone (†), Il ‘Diario’ conciliare di Monsignor Pericle Felici (a cura di Agostino Marchetto), L. E. V., Città del Vaticano 2015)

3 Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, pp. 765.

4 Pontificia Università Lateranense, Roma 1971, XLVIII; pp. 312.

5 Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, pp. 771.

6 Vedi Mario Sensi, Monsignore Michele Maccarrone e la Scuola storica lateranense, in Lateranum, 69 (2003), pp. 343-400 e Mons. Michele Maccarrone e l’apporto della scuola storica lateranense al Vaticano II, in Centro Vaticano II: Ricerche e Documenti, 5 (2005), pp. 51-75.

7 Vedasi la più importante bibliografia “antica”, del Maccarrone, in Agostino Marchetto, Episcopato e primato pontificio, o.c., p. XXXIV.

8 Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992, pp. 272. V. anche AA. VV., Il Cardinale Pericle Felici (1911-1982). Convegno di studio nel ventennale della morte. Diocesi suburbicaria di Velletri-Segni, Città del Vaticano, L.E.V. 2003.

9 Il Cardinale Pericle Felici, o.c., pp. 159-194. Ib. pp. 23-95 la biografia e la nota bibliografica curata da Mons. Vincenzo Fagiolo che sarà poi creato cardinale.

10 Vedi nota 8, pp. 195-223.

11 Estratto da AV.VV., Il Cardinale Pericle Felici, Convegno di studio nel ventennale della morte, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2003, pp. 33-49.

12 Agostino Marchetto, Il ‘Diario Conciliare di Monsignor Pericle Felici. Addendum, L. E. V., Città del Vaticano 2016.

13 Ai volumi in precedenza citati, che riguardano il Vaticano II, aggiungo Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2005, pp. 370, e Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2012, pp. 380.

14 V. Contrappunto, voce Giovanni XXIII e Roncalli A. G., p. 397 e 401 e Per la sua corretta ermeneutica, o.c., stesse voci, p. 371 e 376.

15 Cfr. Contrappunto p. 402 e Per la sua corretta ermeneutica p. 377.

16 V. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica p. 369.

17 Contrappunto p. 400 e Per la sua corretta ermeneutica p. 374.

18 Contrappunto p. 403 e Per la sua corretta ermeneutica p. 377.

19 V. Contrappunto p. 402 e Per la sua corretta ermeneutica p. 377.

21 Cfr. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica p. 370.

22 V. Contrappunto p.402 e Per la sua corretta ermeneutica p. 377.

23 Cfr. Contrappunto p. 402 e Per la sua corretta ermeneutica p. 377.

24 V. Per la sua corretta ermeneutica p. 374.

25 Cfr. Contrappunto p. 399-400.

26 V. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica p. 370.

27 V. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica, p. 369.

28 Cfr. Contrappunto, p. 402 e Per la sua corretta ermeneutica, p. 377.

29 V. Per la sua corretta ermeneutica p. 374.

30 V. Contrappunto, p. 400 e Per la sua corretta ermeneutica p. 375.

31 V. Contrappunto, p. 400 e Per la sua corretta ermeneutica p. 375.

32 Cfr. Contrappunto p. 400 e Per la sua corretta ermeneutica p. 375.

33 V. Contrappunto p. 401 e Per la sua corretta ermeneutica p. 376.

34 Cfr. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica p. 369.

35 V. Contrappunto p. 398.

36 V. Contrappunto p. 393 e Per la sua corretta ermeneutica p. 367.

37 Cfr. Contrappunto p. 399 e Per la sua corretta ermeneutica p. 373.

38 V. Contrappunto p. 394 e Per la sua corretta ermeneutica p. 368.

39 Cfr. Contrappunto p. 398 e Per la sua corretta ermeneutica p. 372.

41 Cfr. Contrappunto p. 403 e Per la sua corretta ermeneutica p. 378.

42 V. Per la sua corretta ermeneutica p. 369.

43 Cfr. Contrappunto p. 395 e Per la sua corretta ermeneutica p. 369.

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