Rassegna stampa formazione e catechesi

La Madre di Gesù nei Vangeli

La devozione mariana è da sempre uno dei pilastri della pratica religiosa cattolica e ortodossa. Il Concilio di Trento volle sottolineare l’importanza del ruolo della Mater Dei nella concezione romana della fede, mentre il Monte Athos è dedicato per intero alla Panaghia, la Santissima.

Beato Angelico «Annunciazione» (1435)

Anche in ambito musulmano la figura della Madonna gode di un prestigio indiscusso. Quella che la tradizione indica come la sua casa, la Meryem Ana Evi, nei pressi di Efeso, custodita da monache cristiane e posta dinnanzi alla basilica nella quale si tenne il Terzo Concilio Ecumenico, è una meta di pellegrinaggio interreligioso. Nel Corano, Maometto si riconosce peccatore, mentre afferma l’immacolata concezione di Maria, ben prima della promulgazione del dogma cattolico, insieme alla sua purezza da ogni colpa.

A un così grande e vasto apprezzamento non si accompagna una tradizione di approfondimento teologico nei riguardi delle apparizioni, e delle parole, mariane all’interno delle scritture, in particolare per quanto concerne una loro considerazione complessiva. Conosciamo bene l’attenzione rivolta ad altre ricostruzioni interscritturali, fra le quali spiccano le Sette Parole di Gesù sulla Croce, che hanno dato luogo sia a una imponente trattatistica che a una ricerca artistica, sviluppata soprattutto in ambito musicale, fra gli altri da Pergolesi, Haydn e Mercadante, che prosegue ancora fiorente.

Le sei citazioni dirette di parole mariane presenti nei vangeli, quattro in quello di Luca e due contigue in Giovanni, sono costituite dalle due frasi da lei rivolte all’Arcangelo Gabriele nel corso dell’Annunciazione, il Magnificat, il rimprovero a Gesù ritrovato che discute con i dottori nel tempio, e le due parole, una al Figlio e una ai servi, alle nozze di Cana.

Non si conoscono analisi complessive di esse paragonabili a quelle dedicate alle Sette Parole di Gesù sulla Croce anche se lo splendido Magnificat gode di un riconoscimento indiscusso, molto forte nel campo artistico, in ambito musicale fra i più estesi della tradizione scritturale.

La teologa Francesca Cocchini ha dedicato a Le Sei Parole di Maria un agile volume (Bologna, Edizioni Dehoniane, 2019), uscito in libreria da poche settimane. L’intento dell’opera, dichiarato fin dal titolo, è proprio quello di considerare nell’insieme gli interventi della Madonna che la tradizione evangelica ha ritenuto di importanza così pregnante da riferirli in modo letterale. Ovviamente il senso di questa letteralità non va inteso sulla base di categorie storiche, ma teologiche, considerando il carattere ispirato della scrittura, così che i rimandi testuali tra Vecchio e Nuovo Testamento costituiscono occasioni interpretative e sottolineature di continuità spirituali.

Questo vale in particolare per il Magnificat, nel quale si sente risuonare una tradizione innologica che proviene da profondità temporali, e si ripropone in maniera stringente anche per la sesta parola, il “fate quello che vi dirà”, indirizzato da Maria ai servi delle nozze di Cana, che riproduce alla lettera la Genesi (41,55) quando Faraone ordina a tutti gli egiziani “andate da Giuseppe e fate quello che vi dirà”.

La considerazione complessiva delle Sei Parole consente a Cocchini di allargare i termini della riflessione a comprendere elementi finora molto poco considerati, a cominciare proprio dal numero delle parole mariane, sei, particolarmente interessante se messo a confronto con quello delle parole di Cristo sulla Croce, sette. Se quest’ultima cifra rappresenta la pienezza, il sei la precede immediatamente e la anticipa. Possiamo quindi riconoscere una continuità, nascosta e forse sconosciuta agli autori materiali delle redazioni, tra le due tradizioni che possiede una forza propria.

Francesca Cocchini è una studiosa di patristica e immagino abbia sviluppato il gusto ad avvicinare le scritture con queste modalità libere e inaspettate attraverso la sua frequentazione dei testi alessandrini, e di Origene in particolare.

La rivalutazione complessiva della patristica, per alcuni aspetti a spese della scolastica post-tomistica, è uno dei tratti dominanti della riflessione teologica contemporanea e una delle strade indicate dal Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo i per un ulteriore avvicinamento tra cattolici e ortodossi, per mezzo della comune rivisitazione del patrimonio di riflessione maturato in epoca precedente allo scisma.

di Sergio Valzania

© Osservatore Romano - 8 dicembre 2019