Rassegna stampa formazione e catechesi

La croce secondo John Henry Newman

martiri 2di HERMANN GEISSLER

Quattro anni prima della sua conversione, nella domenica delle palme 1841 (9 aprile) John Henry Newman predicò un sermone su «La croce di Cristo, la misura del mondo». Il contenuto di quest’omelia mostra il fascino del mistero essenziale della fede cristiana. In tale sermone Newman parte dal fatto che gli uomini pensanti si pongono la domanda circa il significato e la retta interpretazione degli avvenimenti del mondo, del corso della storia e degli eventi della propria vita.
Cercano, in breve, una “chiave” per la comprensione del mondo. Che cosa è la retta chiave, l’interpretazione cristiana del mondo? Newman risponde: «La morte in croce del Figlio di Dio. La morte dell’eterno Verbo fatto carne ci insegna precisamente che cosa dobbiamo pensare e che cosa dobbiamo dire di questo mondo. La sua croce ha assegnato il giusto valore a tutto quanto vediamo». Newman applica questa chiave in modo concreto a vari ambienti della vita umana. Inizia con la ricerca umana dell’onore, del lusso e dell’influsso sugli altri: «Vai alla corte dei sovrani e vedi i tesori e il genio di interi popoli raccolti per onorare un semplice uomo; osserva come le folle si sottomettano a pochi individui; pensa alle formalità e al cerimoniale, al lusso esteriore, ai gradi e alle etichette, e non dimenticarti della vanagloria: vuoi sapere che cosa valga tutto questo? Guarda la croce di Cristo». Il predicatore si rivolge poi alle gelosie, invidie ed egoismi nel mondo politico, economico e sociale: «Osserva le gelosie vicendevoli delle nazioni, le rivalità commerciali, gli eserciti e le flotte schierati per il combattimento; esamina i diversi ceti in cui la società è divisa, i suoi partiti e le sue lotte interne, le macchinazioni degli ambiziosi e gli intrighi dei potenti. Quale sarà la fine di tutto questo agitarsi? La tomba. Quale ne è la misura? La croce». Newman parla quindi dell’o rg o glio e della superbia dell’intelletto e della scienza: «Pensa alle meravigliose scoperte cui l’uomo è intento, agli sviluppi tecnici che ne scaturiscono, alle realizzazioni quasi miracolose che mostrano il suo potere; ma nello stesso tempo rifletti sull’orgoglio e sulla sicurezza della ragione e sul supremo culto per le cose materiali che ne consegue. Vuoi formarti un retto giudizio di tutto ciò? Guarda la croce». Newman non dimentica neanche il mondo disperato della povertà e della miseria: «Prendi contatto con i poveri e con gli abbandonati, con gli oppressi e con i prigionieri; vai dove il cibo è insufficiente e gli alloggi malsani; pensa alla sofferenza, alle malattie prolungate e a quelle più dolorose, a tutto quanto infonde paura e repulsione, e guarda la croce, se vuoi sapere che cosa devi pensare di tutto questo». Il sottotitolo di questo sermone è una parola di san Giovanni: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» ( Giovanni , 12, 32). Basandosi su questo detto, Newman è convinto che nella croce tutto e tutti si incontrano: «Tutto ad essa è subordinato e legato. Essa ne è il centro e la spiegazione, perché Gesù vi fu innalzato per trarre a sé tutto, uomini e cose». Si constata comunque, così Newman continua, che questa chiave di interpretazione non è accessibile a tutti. Il mondo appare spesso più attraente degli austeri principi cristiani; gli uomini pensano di essere creati per godersi le cose del mondo. La dottrina della croce sembra rendere incompatibili tra loro i due elementi di un sistema che sembrano invece fatti l’uno per l’a l t ro , allontanando il frutto da colui che è destinato a mangiarlo e la gioia da colui che invece dovrebbe goderne. Newman risponde a quest’obiezione accennando alla tentazione nel paradiso. Sedotta dal demonio, Eva si accorse che il frutto dell’alb ero proibito era buono a mangiarsi e dilettoso all’aspetto (cfr. Genesi , 3, 6). Mangiò del frutto e ne diede anche ad Adamo. «Cosa c’è di strano dunque», Newman si interroga, «che anche noi, discendenti dei progenitori, ci troviamo in un mondo dove cresce il frutto proibito, che la nostra prova consista proprio nell’averlo a portata di mano e che la nostra felicità stia nel sapervi rin u n z i a re ? » . Il teologo di Oxford aggiunge che è superficiale ritenere che la vita in questo mondo sia fatta per il piacere. Chi non si ferma all’a p p a re n z a delle cose e degli avvenimenti, ma guarda nel profondo, vede presto la realtà assai diffusa della miseria, della sofferenza, della tristezza, del peccato. «La croce di Cristo non fa quindi che insegnarci anticipatamente quale sarà la nostra esperienza del mondo. Essa ci chiede, è vero, di pentirci dei nostri peccati mentre tutto attorno a noi è sorriso e attrattiva; ma se non ce ne curiamo, a lungo andare, sarà lo stesso duro castigo del peccato a costringerci al pianto». Possiamo ammettere che la dottrina sulla croce non appaia evidente al mondo. «Le verità che essa ci rivela sono nascoste e a prima vista ci spaventano, tanto che possiamo essere tentati di ribellarci. Può essere che anche noi diciamo, come san Pietro: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai” ( Ma t t e o , 16, 22). Eppure il suo insegnamento è veritiero: la verità non sta alla superficie ma nel profondo». Similmente, i veri cristiani non dicono a tutti il proprio segreto, ma vivono «nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» ( Galati , 2, 20). E il digiuno cristiano, ad esempio, deve essere nascosto in modo tale che l’altro non si accorge ( Ma t t e o 6, 17). Così la verità del Crocifisso è, secondo le parole di san Paolo, un mistero della sapienza «nascosta» di Dio ( 1 Corinzi , 2, 7) — nascosta per il mondo, nascosta nell’anima del credente. Per queste ragioni Newman chiama la sublime dottrina della croce «il cuore della religione» e spiega: «Si può dire che il cuore sia la sede della vita; è la fonte del movimento, del calore, dell’attività: dal cuore il sangue circola fino alle parti più periferiche del corpo. Il cuore fa sì che l’uomo rimanga forte e possa usare le sue facoltà; dona al cervello la forza di pensare; e se si ammala e non funziona più, l’uomo muore. Allo stesso modo la santa dottrina del sacrificio espiatorio di Cristo è il principio vitale dal quale il cristiano vive, e senza di cui il cristianesimo non esiste». Rinunciando a questa dottrina farebbe vani tutti gli altri insegnamenti della fede. Credere alla divinità di Cristo, alla sua umanità, alla santa Trinità, al giudizio futuro e alla risurrezione della carne non sarebbe fede autenticamente cristiana senza aderire anche alla dottrina del sacrificio di Cristo. Infine, Newman mette in evidenza che il cristianesimo non è una religione triste. È vero che la fede cristiana ci impedisce di diventare superficiali e di perderci nei godimenti passeggeri e vani di questo mondo. La croce di Cristo dapprima si dimostra dolorosa, ma, piano piano, dalla sofferenza germoglieranno pace e consolazione. Così la croce ci apre la via verso la risurrezione, la gioia, la vittoria pasquale. Newman pertanto afferma che non dobbiamo confidare nel mondo, non dobbiamo incominciare dal mondo, «ma dalla fede, dal Cristo, dalla sua croce e dall’umiliazione a cui essa ci conduce. Cerchiamo prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose ci saranno date in aggiunta (cfr. Ma t t e o , 6, 33). Solo chi ha scelto il mondo invisibile come punto di partenza, potrà realmente godere anche del mondo visibile. Solo chi prima ha digiunato, potrà poi rallegrarsi. Solo chi ha imparato a non abusare dei beni della terra, potrà poi farne uso. Solo chi interpreta le realtà terrene come immagini delle realtà future e quelle lascia per amore di queste, diverrà erede di tutto». In conclusione, secondo Newman l’umiltà di Dio si mostra nel fatto che l’Onnipotente è divenuto impotente, l’Eterno temporale, il Dio grande un piccolo uomo, un crocifisso. Proprio attraverso la sua condiscendenza, per mezzo dei vincoli dell’amore, ci attrae a sé, ci accoglie come suoi figli e ci unisce nella sua Chiesa. La croce è la chiave per la comprensione della nostra vocazione cristiana nel mondo.

© Osservatore Romano 31 ottobre 2018


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