Rassegna stampa formazione e catechesi

La Chiesa della kenosis di Cristo

Una riflessione sulle parole di Papa Francesco

Caravaggio, «Flagellazione di Cristo» (1607, particolare)

Il 24 gennaio scorso Papa Francesco ha tenuto un discorso ai vescovi del Centroamerica sul tema «La Chiesa è la Chiesa della kenosis di Cristo, altrimenti non è».

L’affermazione rimandava a un’omelia di monsignor Oscar Romero, il vescovo santo, morto martire, per il quale «sentire con la Chiesa è prendere parte alla gloria della Chiesa, portando nel proprio intimo tutta la kenosis di Cristo. Nella Chiesa Cristo vive tra di noi, e perciò essa dev’essere umile e povera, perché una Chiesa arrogante, una chiesa piena di orgoglio, una Chiesa autosufficiente non è la Chiesa della kenosis» (cf. Omelia, 1° ottobre 1978). «Portare dentro di sé la kenosis di Cristo» — ha aggiunto il Papa — è «una vocazione, un invito (...) non una cosa del passato, ma una garanzia attuale per sentire e scoprire la sua presenza operante nella storia (...). La kenosis di Cristo ci ricorda che Dio salva nella storia, nella vita di ogni uomo, che questa è anche la sua storia e lì ci viene incontro». 

 

Il compito che ne consegue è così esplicitato dal Successore di Pietro: «È importante che non abbiamo paura di accostare e toccare le ferite della nostra gente, che sono anche le nostre ferite, e questo nello stile del Signore. Il pastore non può stare lontano dalla sofferenza del suo popolo; anzi, potremmo dire che il cuore del pastore si misura dalla sua capacità di commuoversi di fronte a tante vite ferite e minacciate. Farlo nello stile del Signore significa lasciare che questa sofferenza colpisca e contrassegni le nostre priorità e i nostri gusti, l’uso del tempo e del denaro e anche il modo di pregare». Si avverte qui la vicinanza a quanto afferma lo stesso Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium: «Usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo (...). Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti (...). Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata» (n. 49). La kenosis di Cristo esige di abbandonare la virtualità dell’esistenza e dei discorsi per ascoltare il rumore e il richiamo costante delle persone reali, che ci provocano a creare legami veri.
Come realizzare quest’uscita da sé incontro alla realtà? La sfida si pone su molti livelli ed esige un’autentica conversione pastorale delle nostre comunità. L’aspetto che vorrei qui approfondire è quello relativo al protagonista divino di questa kenosis, il Consolatore, lo Spirito Santo. È la via indicata dal Concilio Vaticano ii, lì dove parla di una “non debole analogia” fra il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio e il mistero della Chiesa: «Infatti, come la natura assunta è a servizio del Verbo divino come vivo organo di salvezza, a lui indissolubilmente unito, in modo non dissimile l’organismo sociale della Chiesa è a servizio dello Spirito di Cristo che lo vivifica, per la crescita del corpo (cf. Ef 4, 16)» (Lumen Gentium 8). L’anima vivificante della Chiesa è la stessa della vita trinitaria: la carità di Dio, l’amore personale donato dal Padre e ricevuto dal Figlio, lo Spirito Santo. Senza questo amore, partecipatole attraverso il dono del Paraclito, la Chiesa sarebbe un corpo senz’anima: esso non è il frutto della fatica dell’uomo, ma l’offerta gratuita di una grazia, che non è né meritata né prevedibile e va accolta con uno stile di vita contemplativo ed eucaristico. Lì dove Dio è adorato nell’attesa perseverante e si celebra il rendimento di grazie nella memoria potente che attualizza la presenza del Crocifisso Risorto fra i suoi, lì irrompe lo Spirito, suscitando la Chiesa oriens ex alto, coperta come la Vergine Madre dalla Sua ombra. Perciò la Chiesa è oggetto di fede — “credo Ecclesiam”, si dice nel Credo — e va riconosciuta e resa presente mediante il discernimento del mistero, della gloria cioè nascosta e rivelata sotto i segni della storia.
L’indole contemplativa dell’essere e dell’agire ecclesiale non significa però in alcun modo fuga dal mondo o paura di impegnarsi in esso: se il Dio della Chiesa si è fatto totalmente dentro alla vicenda umana, la Chiesa di Dio non potrà restare spettatrice della storia, chiamandosi fuori dalle sofferenze e dalle speranze degli uomini. Come il Suo Sposo entrato nella carne, così la Sposa vive nella storia: la Trinità mette le sue tende nel tempo, abitandovi nella Chiesa con tutti i limiti e i condizionamenti che possono derivare dalla contingenza storica e mondana. Di questa kenosis artefice principale è lo Spirito: «Lo Spirito Santo — scrive il teologo ortodosso Vladimir Lossky — si comunica alle persone, segnando ogni membro della Chiesa con il suggello di un rapporto personale e unico con la Trinità, divenendo presente in ogni persona. Come? Qui permane un mistero: il mistero dell’esinanizione, della kenosis dello Spirito Santo veniente nel mondo. Se nella kenosis del Figlio la persona ci è apparsa mentre la divinità rimaneva nascosta sotto “le sembianze del servo”, lo Spirito Santo, nel suo avvento, manifesta la natura comune della Trinità, ma lascia che la sua persona sia dissimulata sotto la divinità. Rimane non rivelato, nascosto per così dire dal dono, affinché il dono ch’Egli comunica sia pienamente nostro, fatto proprio dalle nostre persone» (Vladimir Lossky, La teologia mistica della Chiesa d’Oriente. La visione di Dio, 1967).

Lo Spirito è la dimensione storica del mistero: è Lui che dona alla Chiesa di essere il volto — storicamente determinato e soggetto a cambiamento — della vita divina che viene dall’alto ed è effusa per tutti. Grazie a questa kenosis il Dio vivente si fa solidale e presente nei poveri e negli ultimi, partecipe delle loro sofferenze, assetato del rispetto della loro dignità, della giustizia per tutti e della salvaguardia dell’ambiente in cui sono chiamati a vivere. Incontrare, amare e servire questo Dio significa incontrare, amare e servire i poveri. In particolare — ha sottolineato il Papa alla Giornata Mondiale della Gioventù di Panama — questa kenosis ci è chiesta riguardo «alla realtà dei nostri giovani, realtà piena di speranze e desideri, ma anche profondamente segnata da tante ferite. Con loro potremo leggere in modo rinnovato la nostra epoca e riconoscere i segni dei tempi perché, come hanno affermato i Padri sinodali, i giovani sono uno dei luoghi teologici in cui il Signore ci fa conoscere alcune delle sue aspettative e delle sue sfide per costruire il domani (cf. Sinodo sui Giovani, Documento finale, 64). Con loro possiamo vedere meglio come rendere il Vangelo più accessibile e credibile nel mondo in cui viviamo; essi sono come un termometro per sapere a che punto siamo come comunità e come società». Più che altrove, nei giovani la kenosis di Cristo attende un’alba di resurrezione, a cui tutti dobbiamo contribuire e nessuno ha il diritto di sottrarsi.

di Bruno Forte



© Osservatore Romano - 20 giugno 2019