Rassegna stampa formazione e catechesi

La chiesa che ispirò a Pio IX il dogma dell’Immacolata

beato Pio IXIgor Traboni

«In questa chiesa ci ricordiamo degli occhi di Pio IX che hanno incrociato la Tua immagine, ma certo non Ti dimentichi dei nostri occhi un po’ smarriti perché hanno smarrito l’infinito, e che ogni volta Ti incrociano e ti salutano con un’Ave Maria per avere forza, per quelle persone che amiamo e che a volte ci sembrano così vuote e che non sappiamo più aiutare, un’Ave Maria per noi, per le nostre preoccupazioni, perché vogliamo sentire su di noi gli occhi di una Madre». Con questa preghiera l’arcivescovo di Gaeta, Luigi Vari, nel pomeriggio della festa dell’Immacolata Concezione, ha aperto la porta santa e l’anno giubilare per il 700° della fondazione della Santissima Annunziata, chiesa madre dell’arcidiocesi di cui è rettore don Antonio Centola.
Per l’occasione, la Penitenzieria Apostolica ha concesso la possibilità di poter ottenere l’indulgenza plenaria fino a tutto l’8 dicembre 2020, «confortati dalla benedizione» e dall’«incoraggiamento del Santo Padre».
La concomitanza con la festività dell’Immacolata Concezione non è affatto casuale essendo il santuario della cittadina laziale legato alla proclamazione del dogma, ispirata a Pio IX proprio mentre si trovava in questa chiesa. Correva l’anno 1848 e, dopo l’insediamento della Repubblica romana, il 24 novembre Papa Mastai Ferretti lasciò Roma per andare in esilio a Gaeta. Qui, pregando come era solito fare nella “Cappella d’oro” della Santissima Annunziata, davanti alla Annunciazione di Scipione Pulzone, il Pontefice ebbe l’ispirazione del dogma. Il 2 febbraio 1849 scrisse quindi la lettera enciclica Ubi primum per consultare l’episcopato cattolico in merito alla definizione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, proclamandolo poi ufficialmente l’8 dicembre del 1854, con la bolla Ineffabilis Deus.
Un legame indissolubile quello con Maria, in una Gaeta che Giovanni Paolo II, in occasione della visita nel 1989, volle definire «città di Maria, città dell’Immacolata». Un legame che l’arcivescovo Vari ha ricordato nella cerimonia di apertura della porta santa, affermando tra l’altro: «Viviamo in un tempo in cui si riducono le idee, i sogni, si riduce l’amore. Questa cultura della riduzione riguarda soprattutto i più giovani — ha aggiunto il presule — a volte vittime di una cultura cinica che squalifica i sogni, soprattutto quelli più grandi. Già sanno che forse dovranno lasciare la loro terra per avere un po’ di futuro, e sembra abbiano rinunciato a dare un po’ di spazio nel loro cuore a pensieri e parole che aprano all’infinito e all’eterno. E allora abbiamo bisogno di grandi maestri di infinito che ci facciano considerare che siamo piccoli e insignificanti se non respiriamo di infinito. Abbiamo bisogno di Maria — ha rimarcato monsignor Vari — che accoglie nel suo piccolo corpo Dio infinito, non lo riduce a se mai lo custodisce. Custode dell’infinito è ogni sua parola e ogni gesto di amore e di pietà, di ordinaria quotidianità e di straordinaria grandezza. Dagli umili gesti che faceva nella casa di Nazareth a quelli eroici sotto la Croce, tutto ci sembra prezioso e indimenticabile di Maria. Quello che rende questa piccola ragazza di Nazareth, una donna che noi immaginiamo, insieme a tutti gli artisti di tutti i tempi, bellissima, è l’infinito. Come siamo brutti senza infinito, siamo come parole spezzate, non sappiamo dire le parole giuste; come diventa tutto brutto senza una goccia di sogno e di infinito».
Dopo avere elevato la preghiera alla Vergine Immacolata, l’arcivescovo di Gaeta ha concluso: «Signore, aiutaci in questo tempo a entrare in questa chiesa, nella Cappella d’oro, a metterci per un po’ seduti da una parte a cercare gli occhi di Maria, perché in quegli occhi si nascondono e si affacciano gli occhi di Dio».

© Osservatore Romano - 14 dicembre 2019