Rassegna stampa formazione e catechesi

La caccia agli untori

Rappresentazione della morte per epidemia in una stampa d’epoca

Giovanni Verga e il colera

27 maggio 2020

«Il colera mieteva la povera gente colla falce, a Regalbuto, a Leonforte, a San Filippo, a Centuripe, per tutto il contado — e anche dei ricchi». Così comincia la novella di Giovanni Verga Quelli del colera, pubblicata in Fantasticheria del 1887, dove vengono narrati i fatti che erano accaduti a San Martino e a Miraglia durante un’epidemia che era esplosa nella Sicilia orientale cinquant’anni prima, nel 1837.

La parte iniziale della storia affronta la descrizione dei casi di contagio che si erano verificati nei dintorni dell’abitato di San Martino. Il narratore riporta le voci popolari della morte del parroco di Canzirrò, di un mercante di bestiame alla fiera di Muglia, di un focolaio che si era acceso a Rosegabella, una frazione di non più di venti case, di un altro a Catenavecchia, fino «alla Broma, a cinque miglia soltanto da San Martino». Nonostante quelli del posto avessero preso tutte le precauzioni e se ne fossero rimasti rintanati nelle loro case, lentamente «lo scomunicato male andavasi avvicinando di giorno in giorno, tale e quale come una creatura col giudizio, che faccia le sue tappe di viaggio, senza badare a guardie e a fucilate».

Il primo a morire di colera a San Martino fu il portalettere. Il quale improvvisamente si era sentito male dopo che aveva terminato il giro della consegna della posta. Forse il morbo l’aveva preso quando si era seduto sul muretto di un ponte, dove prima aveva fatto sosta un viandante «il quale si era asciugato il sudore con un fazzoletto turchino». Le cause potevano essere tante, fatto sta che tra quelli del posto, chi poteva era fuggito via, in base all’antico motto che vigeva in tempo di peste: «Cito. Longe. Tarde», ovvero fare presto, andare lontano e tornare il più tardi possibile.

Tra coloro invece che erano rimasti in un primo momento si erano messe in atto pratiche di venerazione in particolare alla statua «dell’Addolorata, coi sette pugnali di stagno» e a quelle di «san Gregorio Magno, tutto una spuma d’oro» e di «san Rocco miracoloso che mostrava col dito il segno della peste, sul ginocchio». Tra la gente si erano notati anche comportamenti che facevano pensare a una revisione di vita in segno di penitenza come nel caso di Giuseppe Maria che aveva condonato un debito a dei suoi inquilini e di Angelo il Ciaramidaro che aveva ripreso ad  «andare a messa e a comunione come un santo». Tuttavia, malgrado queste pie pratiche si fossero diffuse, i paesani non si sentivano sicuri e avevano preferito stare attaccati ai loro fucili, come se stessero facendo la guardia a un nemico visibile perché «volevano morir piuttosto di una schioppettata, o d’altra morte che manda Dio. Ma il colera, no, non lo volevano!».

Poi una mattina successe un fatto strano: «Si vide una cosa nuova nel Prato della Fiera, appena fuori del villaggio. Era come una casa di legno, su quattro ruote, con certe figuracce brutte dipinte sopra, e là vicino un vecchio carponi, che andava cogliendo erbe selvatiche». Si trattava del carro di alcuni commedianti di passaggio, ma tanto bastò a gettare nel panico i paesani che subito sospettarono che potesse essere quella povera compagnia di attori a tramettere il contagio. Ne ebbero pressoché la certezza quando la notte successiva alla loro comparsa in paese a casa di Zanghi c’era stato un altro morto di colera. Allora uno della folla «colla faccia stralunata» aveva preso a raccontare come il morto «avesse acchiappato il male» nella loro baracca. La rabbia era cominciata a montare, la gente ad accalorarsi e a niente erano serviti gli inviti del Capo Urbano alla calma e che «quei poveri diavoli di comici» non c’entravano niente. La massa inferocita allora si diresse verso il baraccone di quei «forestieri» che sicuramente erano gli spargitori del male, mise a soqquadro tutto quanto era contenuto in esso, «i burattini, gli scenari, i cenci, la poca paglia fradicia dei sacconi» e dopo, quando non ebbero più dove cercare, «fecero un mucchio d’ogni cosa, e vi appiccarono il fuoco». Il povero capocomico, commenta il narratore, avrebbe preferito che in quel falò fosse bruciato anche lui per la disperazione di non sapere come mantenere la sua «famigliuola tutta pesta e malconcia, scampata per miracolo alla strage».

Diversamente erano andate le cose a Miraglia, un paesino lì vicino. Anche qui un certo giorno si erano viste «facce nuove per la via dove da un mese non passava un cane». Si trattava di una famiglia di zingari che si portava tutto quello che aveva «in un carretto sconquassato, coperto da una tenda a brandelli, che veniva avanti traballando, tirato da un somarello sfinito». In tutto erano quattro persone, un uomo che «che si dava per calderaio», «la moglie che diceva la buona ventura» e la figlia che «portava attaccato al petto cascante un bambino affamato e macilento». La gente del posto non aveva voluto farli entrare perché tutti erano convinti che fossero loro a portare il contagio e li avevano tenuti lontani dal paese benché questi avessero protestato «che venivano da lontano, che li avevano scacciati da ogni dove, che erano affamati». Ma non ci fu verso di convincere quelli di Miraglia anzi quando presero il capofamiglia che frugava in un mondezzaio, la reazione fu violenta e quel piccolo gruppo di zingari inermi cadde sotto i colpi della cieca violenza dei paesani. 

Racconta Edmondo De Amicis che episodi simili di «forsennatezza» si erano ripetuti in Sicilia anche in occasione dell’epidemia di colera del 1867: «A Via Grande, a Belpasso, a Gangi, a Menfi, a Monreale (...) intere famiglie, accusate di veneficio, venivano improvvisamente aggredite di notte da turbe di popolani, e vecchi, donne, bambini cadevano sgozzati gli uni ai piedi degli altri senza aver tempo di scolparsi o di supplicare; si ardevano le  case e se ne sperdevano le rovine» (L’esercito italiano durante il colera del 1867, Milano, 1869). Quello che De Amicis registra in quanto giornalista militare e che Verga testimonia nella novella, che nella una redazione precedente (1884) aveva intitolato molto più semplicemente Untori, è in che modo il mostro della paura possa facilmente trasformarsi nella paura dell’altro, e non di un altro qualsiasi, ma — cosa che accade spesso in tutte le persecuzioni — di quello più debole e più indifeso, e come gli inermi di questa storia, i commedianti e gli zingari, e quelli di sempre corrano il rischio reale di cadere vittime di un contagio ancora più funesto che è quello del pregiudizio collettivo.

di Lucio Coco

© Osservatore Romano - 28 maggio 2020


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