Rassegna stampa formazione e catechesi

La bellezza scritta nell’universo. Dizionario montiniano

autografo3 56676436Giacomo Scanzi

«Questo mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde la gioia nel cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste all’usura del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione». Come il linguaggio dell’amore, il linguaggio della bellezza è per Paolo VI il linguaggio originario di Dio che, affidato alle mani creative della natura e dell’uomo, diviene narrazione ontologica, sguardo riassuntivo della storia e prefigurazione di un destino, sapienza sintetica del bello e del buono. Dunque è linguaggio ed esperienza morale. Lo annuncia agli artisti il messaggio conciliare. È l’8 dicembre 1965.

Il tema della bellezza è tema squisitamente montiniano che riecheggia costantemente nella riflessione personale come nel magistero pontificio. Attiene alla bellezza la scoperta della propria vocazione sacerdotale che si innesta nella storia di una famiglia e di una terra, quella bresciana, ma che coglie immediatamente nella dimensione della separazione amorosa la questione centrale, il nucleo della bellezza presbiterale: «I soli nella cui compagnia mi piacerebbe essere ora — scrive Montini poco più che adolescente — sono gli artisti e coloro che hanno sofferto; quelli che sanno ciò che sia la bellezza e quelli che sanno ciò che sia il dolore: tolti questi, nessuno mi interessa». Parole giovanili, innestate sulla lettura di Oscar Wilde, ma che dicono il senso della specifica chiamata al servizio di Dio. Non vi è alcunché di scontato, di normale, di ovvio nella scelta che si sta compiendo nel giovane Montini. La vocazione sovverte l’ordine costituito e immette su una strada stretta ma bellissima. «Io me ne sto godendo questi bei giorni di vacanza: incomincio finalmente a gustare la meravigliosa bellezza della natura trovandovi la mano del Creatore: se avessi visto in queste sere che luna! Non mi sarei stancato mai di guardarla: quante bellezze in questo mondo! Chissà nell’altro! […] Abbiamo tanto bisogno di avere attorno a noi la bellezza, ciò che ci piace, ciò che soddisfa la nostra povera anima, che quando troviamo una briciola di ciò che cerchiamo, non finiamo di contemplarla e di sfruttarla per impossessarci totalmente di lei». Sono ancora note giovanili, ma vi è già prefigurato un magistero e si intrecciano mirabilmente con il pensiero più maturo: quello del Pensiero alla morte: «Questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente; un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio, e in gloria: la vita, la vita dell’uomo!».
E ancora si disvela la meraviglia del Papa, ormai anziano e tuttavia mai ripiegato su se stesso e sempre aperto sulla bellezza scritta nell’universo, nelle cose, nella realtà creata: «Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non averlo ammirato abbastanza questo quadro, di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità! Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, qui per Ipsum factus est, che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo».
La bellezza non è dunque pertinente semplicemente a un universo estetico, ma attiene semmai al misterioso linguaggio di Dio, da sondare, studiare, ammirare e attualizzare di volta in volta attraverso la sapiente e amorevole mano dell’uomo. La questione si gioca sul piano del tutto e del particolare, dello sguardo onnicomprensivo e cercatore della ragione prima e del modello contro ogni sguardo traverso, «quasi di contrabbando, a valori diversissimi, non sempre veramente umani, come alla semplice forma estetica, ovvero alla vibrazione del piacere, ovvero all’arte separata dalla solidarietà con la vita, all’espressione sensibile offensiva al pudore, alla disonestà, alla delinquenza» (Angelus, domenica 19 agosto 1973).
Unità è la parola chiave della bellezza. Quell’«unità architettonica del mondo cosmico, della società civile ed ecclesiastica, della storia, della lingua, della scuola, della cultura; unità, sinfonia, armonia, equilibrio delle facoltà e delle energie della persona umana, chiamate a cospirare in quella sintesi che si chiama bellezza; unità, cioè, che trae la sua origine e il suo modello da Dio, punto focale di tutto l’universo, fonte di vita e di luce e di unità» (31 gennaio 1966), che avevano colto il sommo poeta Dante e l’intero medioevo.
Un modello di bellezza svetta su ogni altra espressione e diviene pietra di paragone di ogni ricerca, di ogni esperienza: il volto di Maria, la tota pulchra, «punto focale di bellezza, nel quale i raggi, umili ma puri, della sfera terrena s’incontrano con quelli sovrani, ma resi accessibili, della sfera celeste: abbiamo bisogno di questa bellezza, per restaurare in noi, nelle nostre menti, e anche fuori d’intorno a noi, nei nostri costumi, l’idea e il gaudio, che sono propri di ciò che è veramente bello» (Angelus, 19 agosto 1973).
E se la bellezza come l’amore sono bisogni essenziali alla felicità dell’uomo, è necessario superare ogni equivoco semantico e di senso, ogni tentazione mistificatrice che divide, che separa, offrendo all’umano parvenze di felicità, ombre, monadi. L’appello di Paolo VI riconduce alla radice: «Voi cercatori di bellezza, che troppo spesso cercandola nello squilibrio fra carne e spirito, la deturpate, ricordatevi della coincidenza fra purità e bellezza» (Angelus, 8 dicembre 1974).
È quello del Magnificat il linguaggio più adatto a celebrare la vera natura umana e divina della bellezza e soprattutto la giusta relazione tra le ansie dell’uomo e le risposte di Dio. Tornano i pensieri giovanili, la fascinazione monastica in cui la bellezza trovava modo di esprimersi col suo linguaggio essenziale e maestoso. Un canto capace di dire l’ineffabile.
«Ero in estasi!», ricorderà Paolo VI di quel suo primo incontro con i monaci benedettini. E la scoperta di quella voce che lo chiamava trovava proprio nel Magnificat le sole parole pertinenti per sillabare una risposta: «Provo le vibrazioni del Magnificat, che Maria m’ha insegnato, col Vangelo, a ripetere dal primo giorno che ho sperimentato i disegni di Dio e che ho capito di lodarlo attraverso la folle bontà che voleva d’un infermo, un eletto».
Sono le parole di un Montini poco più che ventenne alla vigilia della sua prima messa.

© Osservatore Romano - 8 agosto 2018


Share this post

Submit to FacebookSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Iscriviti alla Newsletter

Iscriviti alla mailing list di cristiano cattolico. Conforme al Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n.196, per la tutela delle persone e e il rispetto del trattamento di dati personali, in ogni momento è possibile modificare o cancellare i dati presenti nel nostro archivio. Vedi pagina per la privacy per i dettagli.
Per cancellarsi usare la stessa mail usata al momento dell'iscrizione.