Rassegna stampa formazione e catechesi

La beatificazione a Forlì di Benedetta Bianchi Porro. Dalla croce alla luce

Benedetta Bianchi PorroUna vita segnata dalla sofferenza, dalla malattia, dall’umiliazione, nella quale si inserisce preponderante la presenza di Cristo che offre una ragione di vita a una situazione umana apparentemente senza via d’uscita: e così quello che è un fallimento si trasforma in ricchezza per sé e per gli altri. È questa l’esperienza vissuta da Benedetta Bianchi Porro (1936-1964) che sabato mattina, 14 settembre, proprio nella festa dell’esaltazione della Croce, viene beatificata nella cattedrale di Forlì. A presiedere il rito è il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco.Benedetta nasce a Dovadola, in provincia di Forlì, l’8 agosto 1936. Viene battezzata subito dopo un difficile parto dalla madre. Il 13 agosto, il parroco nella chiesa della Santissima Annunziata compie i riti prescritti in questi casi. All’età di tre mesi viene colpita dalla poliomielite, che la renderà zoppa per tutta la vita.
Ma le sofferenze non finiscono qui: è veramente impressionante l’elenco delle malattie e degli interventi chirurgici che deve affrontare. Dal 1945 è costretta a usare scarpe ortopediche pesanti che le provocano grandi dolori. A tredici anni è costretta a indossare un busto ortopedico. Poi sopraggiungono le varie forme di reumatismo che le impediscono di scrivere e le causano dolori al ginocchio, febbri, cefalee. Nonostante queste difficoltà, Benedetta si dimostra una ragazza molto intelligente e riesce a superare tali problemi con forza di volontà, sebbene in molte occasioni non manchino le umiliazioni. A 16 anni si accorge di non udire più bene. Nel suo diario annota: «Ma sentirò sempre la voce dell’anima mia: è questa la vera guida che devo seguire».
Frequenta le scuole elementari a Dovadola e poi a Forlì, nell’istituto delle suore Dorotee. Quindi continua le medie all’istituto Flavia Biondo, dove frequenta anche il ginnasio. Nel 1950 compie un pellegrinaggio a Loreto, Roma e Assisi, in occasione dell’Anno santo. Trasferitasi con la famiglia a Desenzano sul Garda nel 1951 si iscrive al liceo. Gli studi le costano grande sacrificio. Cerca anche di coltivare la sua formazione musicale e artistica. Dopo aver trascorso vari anni a Milano, decide di iscriversi alla facoltà di medicina dell’Università statale, dopo aver tentato gli studi di fisica. Purtroppo, a causa della sordità, fa molta fatica a seguire le lezioni e a ottenere buoni risultati scolastici. Sia i familiari, sia le persone amiche, cominciano a pensare che tali disturbi siano di origine nervosa e quindi per due anni la spingono a seguire le cure di uno psicoterapeuta. Alla fine del 1956, in seguito a difficoltà visive, le viene diagnosticata «papilla di stasi». Benedetta poi si accorge di essere affetta da una neurofibromatosi o morbo di Recklinghausen. Si tratta di un’invasione di minuscoli tumori che paralizzano gradualmente i centri nervosi dell’attività sensitiva e motoria.
La diagnosi viene confermata nel febbraio 1957, anche se non è condivisa da suo fratello Gabriele, medico, che conosce il decorso della malattia. Dopo un intervento chirurgico mal riuscito al cervello, in cui viene leso il nervo facciale, metà del volto le rimane paralizzato. Benedetta accetta tutto con rassegnazione. I dolori si moltiplicano e per camminare deve aiutarsi con un bastone.
Intanto, diviene completamente sorda. Nonostante ciò, riesce a proseguire con successo gli studi, fermandosi solo all’ultimo esame, che non riesce a superare. Si iscrive al sesto corso di medicina, ma le è impossibile proseguire. Nel 1959 viene colpita da una iniziale paresi bilaterale agli arti inferiori. Rimane quasi totalmente paralizzata, perdendo anche la sensibilità in tutto il corpo a eccezione di una parte della faccia e del braccio destro. Alla fine di febbraio del 1963 resta totalmente cieca. I medici prescrivono nuovi interventi chirurgici, che tuttavia, invece di risolvere, peggiorano la situazione. Benedetta si affida a Dio e si reca due volte in pellegrinaggio al santuario mariano di Lourdes e visita anche padre Pio da Pietrelcina. Questi pellegrinaggi non fanno altro che confermarla nella volontà di abbandonarsi totalmente alla misericordia di Dio.
Alle apparenze la vita di Benedetta è quasi vegetativa. Dal punto di vista spirituale, invece, la donna è diventata un gigante. Accetta il suo stato come un segno della volontà di Dio, e nonostante il dolore e l’impotenza, riesce a gioire per la consapevolezza di essere creatura di Dio conformata al Crocifisso. Mentre rimane continuamente unita a Gesù, comunica con il mondo esterno soltanto con la mano destra. Attraverso un particolare alfabeto concordato con la madre e con gli amici, riesce a colloquiare. Molti di questi amici, spesso appartenenti alla Gioventù studentesca, fanno a turno per farle compagnia. E mentre prestano una compagnia e un servizio caritatevole, ricevono molto dall’esempio di Benedetta, che infonde in loro pace, serenità e fede. Intorno al suo letto i giovani imparano a vivere in amicizia con Dio, a riscoprire la contemplazione, l’amore per la natura e le creature.
Gli ultimi mesi di vita le fanno raggiungere grandi vette spirituali. Poco prima di morire afferma: «Grandi cose ha fatto di me Colui che è potente!». L’ultima sua parola è un «grazie» rivolto a Dio per averla voluta con lui inchiodata sulla Croce. Dopo la confessione, il sacramento dell’unzione degli infermi e la Comunione, muore la mattina del 23 gennaio 1964. Termina così il suo calvario per raggiungere la gioia dell’eternità.

© Osservatore Romano - 14 settembre 2019




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