Rassegna stampa formazione e catechesi

L’umiltà fuori dagli schemi. E per questo troppo libera.

IsabellaGabriella Zarri

L’umiltà fuori dagli schemi. E per questo troppo libera.

Alla scoperta della figura misteriosa di Isabella di Francia (1225-1270)

Tradotto da Marco Bartoli e con la prefazione di Jacques Dalarun, Isabella di Francia Sorella di san Luigi (Padova, Editrici Francescane, 2023, pagine 306, euro 27) è davvero interessante per l’opportunità che offre di incontrare una figura femminile poco conosciuta anche nel contesto accademico.

Non solo in Italia: come si apprende dalla bella introduzione di Sean Field, neppure nella sua terra natale Isabella aveva ricevuto grande attenzione. Eppure aveva tutte le carte in regola per poter divenire quasi una eroina nazionale, come le due nobildonne contemporanee che, affascinate dall’esempio di Francesco, avevano abbandonato le loro ricchezze e il loro status sociale per vivere religiosamente in clausura o nel secolo: la principessa Agnese di Praga e la figlia del re d’Ungheria, Elisabetta.

Agnese fondò in Boemia il primo convento di Frati Minori e poco dopo un monastero di monache Clarisse; Elisabetta, vedova appena ventenne con tre figli, non volle risposarsi e visse come penitente, spendendo la sua dote per la costruzione di un ospedale e curando ella stessa gli ammalati. Entrambe venerate dal popolo, Elisabetta fu proclamata santa nel 1235, quattro anni dopo la morte, Agnese dovette invece attendere secoli il riconoscimento papale della santità, ma la fama di beate ed eroine nazionali rimase costante nella memoria dei loro popoli, e le tenne in vita.

Non fu così per Isabella di Francia. Forse perché offuscata dalla fama del fratello Luigi, il crociato, il riformatore, il santo? O emarginata perché troppo libera, perché visse sempre fuori dagli schemi? Sono domande a cui gli storici non potranno dare una risposta documentata, ma che potranno sempre porsi come interrogativo per tentare di comprendere il silenzio della nazione e il riconoscimento tardivo della sua santità. Isabella fu infatti proclamata beata da Leone x nel 1521, ben tre secoli dopo la sua morte. Queste domande se le pongono anche gli autori del libro e, non potendo dare una risposta, fanno quello che debbono fare i grandi storici: ci offrono una notevole quantità di documenti affinché ciascuno di noi possa conoscere Isabella, del casato dei Capetingi, e farsi un’idea personale.

Il volume è composto di due parti. La prima introduce il lettore nel contesto storico e culturale in cui è vissuta Isabella di Francia, mentre la seconda presenta una raccolta di documenti attinenti: la vita e le opere, in particolare l’istituzione dell’Ordine delle Sorores minores inclusae, la più importante delle sue realizzazioni.

Gli autori del volume sono storici famosi, profondi conoscitori di santa Chiara e delle Clarisse dei primi secoli. Dalarun si segnala per l’attenzione da lui sempre prestata a figure femminili dell’ordine francescano, come Chiara da Rimini e le donne che attorniavano e seguivano Francesco, oltre agli importanti studi su Francesco e le sue fonti storiche; Sean Field è il massimo studioso di Isabella. A lui si deve una importante monografia sulle donne sante capetinge, dopo una lunga serie di articoli che hanno portato in luce molti documenti sconosciuti su Isabella. Marco Bartoli è uno specialista di Chiara e dei suoi scritti. Guidati da loro, anche noi cerchiamo di penetrare nel mondo della figlia di Luigi viii e Bianca di Castiglia.

Conosciamo la principessa capetingia attraverso la Vita della beata Isabella di Agnese di Harcourt, l’ultimo dei documenti pubblicato in questo volume. Scritto una quindicina d’anni dopo la sua morte, questo testo è notevole per molti motivi. Pur non essendo esente da intenti agiografici, è una fonte attendibile dal punto di vista biografico perché l’autrice, appartenente alla nobiltà normanna, era stata dama di compagnia di Isabella e ne aveva condiviso la giovinezza, per poi seguirla anche nel suo percorso religioso; inoltre è la prima vita di una santa donna scritta da un’altra donna, direttamente in francese senza ricorrere a un modello latino. La prima parte ha forma narrativa e ripercorre in ordine cronologico l’esistenza di Isabella. La seconda parte riporta quaranta miracoli attribuiti alla principessa. Interessante è anche il supporto materiale del documento: il testo è stato steso su fogli di pergamena cuciti insieme e poi piegati a rotolo. Il prologo e i primi paragrafi sono stati probabilmente aggiunti alla fine del lavoro e si sono rivelati un adattamento da una leggenda di Elisabetta di Ungheria, quasi a sottolineare la continuità tra due donne di sangue reale, ma presumibilmente anche per dare maggiore autorevolezza alla vita di Isabella, esemplata su quella di una santa appena canonizzata. Ricerche recenti hanno inoltre dimostrato che nella vita di Agnese di Harcourt vi sono prestiti di una vita di santa Chiara in francese antico.

Da Agnese impariamo che Isabella era bella e colta e che, oltre all’apprendimento del latino e la lettura della Sacra Scrittura, trascorreva le sue giornate in silenzio dedicandosi al lavoro del cucito e della seta. La mamma amava vestirla elegantemente e la educava in vista del matrimonio. I genitori l’avevano destinata in sposa a Corrado, figlio dell’imperatore Federico ii, ma Isabella rifiutò, lasciando intendere che voleva vivere in verginità. Infatti dopo la morte della madre e con il sostegno del fratello divenuto re con il nome di Luigi ix decise di dedicare la sua vita alla cura dei poveri e dei malati e di impiegare la sua dote per la costruzione di un monastero.

Prima del 1254 Isabella, come la madre e il fratello, era spiritualmente vicina all’ordine cistercense, ma in quell’anno ricevette la lettera-trattato di Gilberto di Tournay e attuò la “svolta francescana” che la principessa seguì poi fino alla morte, avvenuta nel 1270. Gilberto era stato maestro delle arti all’Università di Parigi prima di entrare nell’ordine francescano, acquisì poi il dottorato in teologia e insegnò nello studium dell’Ordine francescano a Parigi. Nell’epistola spirituale, che segue di un anno un’altra lettera del papa Innocenzo iv che invitava la principessa a consacrare la sua verginità con un voto, il teologo francescano esprime il medesimo auspicio indirizzando ad Isabella una esposizione del salmo 44, dandone una interpretazione mistica. Nel commentare il versetto “Tutta la gloria di questa figlia del re viene dall’interno in frange d’oro, avvolta nella varietà”, Gilberto distingue cinque parti: l’eredità celeste, la purezza, la verginità, l’umiltà e la condotta onesta della figlia del re. Alla figlia di un re spettano infatti vesti regali: la gloria che viene da dentro indica purezza interiore.   

Pubblicato in Quattro pagine. Approfondimenti di cultura, società scienze e arte, inserto  L’Osservatore Romano, martedì 14 maggio 2024, p. IV.