Rassegna stampa formazione e catechesi

L’umiltà di Dio

buscardi HERMANN GEISSLER

Come si potrebbe descrivere il nucleo centrale della nostra fede?
Con il beato John Henry Newman (1801-1890) possiamo affermare: «L’eterno Verbo, il Figlio unigenito del Padre, si è spogliato della sua gloria, è sceso su questa terra per esaltarci al cielo. Sebbene Dio, si è fatto uomo; sebbene Signore dell’universo, si è fatto servo; sebbene ricco, si è fatto povero per noi, perché noi diventiamo ricchi per mezzo della sua povertà (cfr. 2 Corinzi , 8, 9)».
Queste riflessioni si ispirano a un discorso su «Il mistero della divina condiscendenza», tenuto da Newman, poco dopo la sua conversione, per cattolici e altri credenti. Al fine di comprendere un po’ il grande mistero della venuta di Dio sulla terra, dobbiamo considerare innanzitutto la sua infinita grandezza.
Newman è convinto che molti non riescono a cogliere il significato profondo dell’incarnazione perché non si rendono conto nel modo dovuto chi è colui che si è spogliato della sua gloria per entrare in questo mondo. Ci ricorda in primo luogo che Dio ha creato tutto dal nulla: «Egli è uno; egli non ha nessun rivale; non c’è nessuno uguale a lui. Egli è diverso da tutti gli altri esseri, egli è sovrano, egli può fare ciò che vuole. Egli è invariabile dall’inizio fino alla fine; egli è completamente perfetto; egli è infinito nel suo potere e nella sua sapienza, altrimenti non avrebbe potuto creare questo mondo immenso che vediamo giorno e notte». Dio è onnipotente come professiamo quando recitiamo il Credo. Newman parla poi dell’eternità di Dio: «Di lui non si può dire in senso stretto che era o che sarà, ma solo che egli è: egli è sempre; egli è sempre lo stesso». Con infinita sublimità egli sta al di sopra di noi. «Dall’eternità egli è sempre in azione, sebbene sempre nella quiete; sì, certo, sempre nella quiete e nella pace, in modo profondo e indicibile, e nello stesso tempo vivo nello spirito, sveglio, potente in se stesso, consapevole di tutto. Sempre era in pace, ma in se stesso: era fonte di vita di se stesso, il suo proprio fine, il suo proprio ammiratore, la sua propria felicità». Questo Dio grande ed eterno ha creato, per bontà sovrabbondante, un mondo che può riflettere la sua gloria; un mondo nel quale ci sono esseri liberi, da lui fatti, che possono anche separarsi da lui. Dio, comunque, non dipende in nessun modo dalle sue creature, egli è santo, totalmente perfetto in se stesso. Sebbene egli ama tutte le creature, visita tutti gli uomini, senza eccezione, con la sua grazia, è tutto per loro, essi non possono aumentare la sua beatitudine quando si salvano, e non diminuirla quando si perdono. Egli porta tutte le creature nelle sue mani, altrimenti cadrebbero nel nulla, ma le creature non possono aumentare la sua grandezza. Meditando sull’onnip otenza, sull’eternità e sulla santità di Dio, Newman esclama davanti ai suoi ascoltatori: «Questo è il Dio grande, totalmente sufficiente di sé, totalmente beato in sé, così sublime sopra ogni creatura, così imperscrutabile, così inaccessibile. Chi può vederlo? Chi può comprenderlo? Chi può muoverlo? Chi può cambiarlo, chi può anche solo parlare di lui? Egli è santissimo, pazientissimo, serenissimo, verissimo. Egli parla e agisce, egli pazienta e esegue, egli ammonisce e punisce, egli ricompensa, egli perdona secondo il suo eterno consiglio; in lui non c’è nessuna imperfezione, nessuna incertezza, nessuna oscillazione». Oggi ci troviamo talvolta nel pericolo di misconoscere la maestà, la grandezza e la santità di Dio, di pensarlo in modo troppo umano, di creare una propria immagine di lui eliminando tutto ciò che è misterioso, incomprensibile, terrificante. Ma «Dio è diverso!», scrisse madre Giulia (Verhaeghe), la fondatrice della famiglia spirituale L’Opera. Dio è più grande e glorioso di come noi lo immaginiamo. Non dobbiamo quindi cedere a questa tentazione di un dio “fatto da noi”, occorre aprirsi sempre di nuovo a ciò che la rivelazione ci insegna sul Dio vero, tre volte santo (cfr. Isaia , 6, 3). Newman, comunque, afferma a questo punto della sua riflessione: «So come egli è buono verso tutte le sue opere. Ma come posso credere che egli si degna di pensare a me personalmente, di occuparsi di me? Non arrivo al suo amore, egli mi vede come un atomo nel grande universo [...], è un desiderio della mia natura di avere qualcuno che pianga con me e si rallegri con me e, per così dire, mi serva; ma sarebbe una presunzione o una cosa peggiore avere la speranza di trovare tutto ciò presso il Dio infinito ed eterno». Il profondo desiderio di un Dio che, malgrado la sua grandezza e santità, sia anche vicino, pianga e si rallegri con noi, si avvicini a noi e ci attiri al suo cuore, è divenuto realtà nell’incarnazione. Molti pensano, come afferma Newman, che «Dio e l’uomo non potrebbero mai diventare uno, l’uomo non potrebbe sopportare lo sguardo e la vicinanza del suo Creatore, e nel contempo il Creatore non potrebbe chinarsi verso la debolezza della creatura». Egli però continua dicendo: «Ma ora arrossite e vergognatevi, voi cuori scoraggiati e irrequieti, nel sentire che egli si è abbassato dal suo trono sublime e si è degnato di avvicinarsi alla sua creatura perché la creatura possa trovare lo slancio e la forza di elevarsi a lui». Tramite il suo discendere in questo mondo, per mezzo dell’incarnazione in Gesù Cristo, il Figlio di Dio ha mostrato che «anche l’umiltà, se si può dire così, appartiene ai suoi attributi, assumendo la natura di Adamo e rivelandosi in essa agli uomini e agli angeli». Dio non avrebbe potuto avvicinarsi di più all’uomo, non avrebbe potuto fare di più per noi, non avrebbe potuto mostrarci il suo amore in modo più affascinante. Newman ci invita a stupirci di quest’umiltà di Dio e a contemplare con gioia l’Emanuele, il Dio-con-noi: «Sì, il vostro Dio ha assunto la vostra natura, preparatevi dunque a veder brillare nella carne umana quella gloria e bellezza che gli angeli contemplano. Poiché dovete contemplare l’Emanuele, che come “riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà” ( Sapienza , 7, 26) vuol camminare sulla terra, poiché le varie perfezioni dell’Infinito vorrebbero rivelarsi ai vostri occhi attraverso canali materiali e l’agire di un’anima umana, poiché egli, la cui contemplazione causa solo confusione nella vostra natura, vuol venire per attirarvi a lui tramite un modo di apparire che vi è familiare e nel contempo vi è una prova del suo amore verso ciascuno di voi: abbiate dunque attese alte perché certamente non possono essere deluse». Newman, tuttavia, mostra di nuovo che Dio è diverso da come noi spesso lo immaginiamo, è più grande di come noi lo possiamo pensare. Secondo l’uomo, Dio dovrebbe venire in questo mondo con gloria e splendore. Egli però viene nella forma del piccolo, del debole, del sofferente: «Invece della ricchezza egli ha scelto la povertà; invece dell’onore l’ignominia, invece della beatitudine la sofferenza. Sin dalla nascita egli è esposto alla sofferenza e al disprezzo; la sua tenera figura è stata estenuata dal freddo e dal caldo, dalla fame e dalle veglie; le sue mani sono ruvide e ferite dagli strumenti di lavoro. Egli cammina da villaggio a villaggio; è amico dei peccatori. E alla fine viene legato, trascinato qua e là, bastonato, sputato, schernito, maledetto, flagellato e martirizzato. Viene svestito e inchiodato sulla croce dura; qui è esposto agli occhi sfacciati, impuri e furenti; uno scherno per lo spirito cattivo che aveva cacciato nell’inferno». In Cristo il Figlio di Dio si è umiliato fino alla morte, alla morte di croce (cfr. Filippesi , 2, 8). Questa confessione dell’umiltà di Dio viene respinta dall’uomo egocentrico come quella della sua santità. «O uomo vacillante», Newman quindi esclama, «prima scontento che Dio è così lontano da te, e ora di nuovo scontento che ti si è avvicinato, prima lamentandosi che egli è così sublime, ora di nuovo lamentandosi che è sceso così basso. O uomo superbo! Quando cesserai di fare di te stesso il centro di tutto, quando imparerai che Dio è infinito in tutto ciò che fa, infinito quando governa nel cielo, infinito quando serve sulla terra, che egli chiede a noi di adorarlo in mezzo ai cori dei suoi angeli e di venerarlo in mezzo ai peccatori?». Quando l’uomo si libera dalla superbia e inizia a imparare l’umiltà, può riconoscere che il Crocifisso aspira amore e suscita amore: il suo corpo martirizzato, il suo capo coronato di spine, le sue mani ferite, il suo cuore trafitto. «Tu non puoi cambiarti, Gesù; come sei ancora un mistero, così sei sempre stato amore. Io non ti posso comprendere meglio di come ti ho compreso quando ti ho visto sulla croce: ma ho imparato la mia lezione. Ho la prova davanti agli occhi che, malgrado la tua natura sublime e le nuvole e il buio attorno a te, tu pensi a me con amore personale. Tu sei morto perché io possa vivere. “Noi amiamo”, scrive l’apostolo, “perché egli ci ha amati per primo” ( 1 Giovanni , 4, 19). Ora ti posso amare dall’inizio fino alla fine sebbene non ti posso comprendere dall’inizio fino alla fine. Come io ti posso adorare nella tua umiltà, o amante delle anime, così ti voglio ammirare abbracciando la tua infinita ed eterna potenza». Dio è grande, così grande da farsi piccolo, prima come bambino, poi come crocifisso. Così egli ci attira nell’amore al suo cuore aperto e ci unisce nel suo corpo che è la Chiesa.

© Osservatore Romano - 13 ottobre 2018



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