Rassegna stampa formazione e catechesi

L’imprevedibilità dello Spirito

È per me un grande onore e motivo di gratitudine essere stato invitato a tenere questa conferenza. Lo è soprattutto perché ho dovuto rileggere Evangelii gaudium. Avevo dimenticato quanto è gioioso e creativo quel documento. In questa conferenza dobbiamo focalizzarci su come è stato accolto e su ciò che ancora ci invita a fare. L’intero documento è una meditazione sullo Spirito Santo quale protagonista dell’evangelizzazione. Inizierò spiegando brevemente perché ciò non può non essere preoccupante per tutti noi; troppo, per qualcuno. Poi esaminerò più da vicino i paragrafi dei quali mi è stato chiesto di parlare, ovvero i numeri 34-39 e 115-118.

Giotto, «Pentecoste»  (1303-1305)

Se lo Spirito Santo è il protagonista dell’evangelizzazione, dobbiamo lasciarci trascinare nella sua «libertà inafferrabile» (n. 22). Non possiamo avere il controllo totale della nostra vita. Gesù dice a Nicodemo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Giovanni 3, 8). È questo al centro della spiritualità del Papa. Francesco scrive: «Non c’è maggior libertà che quella di lasciarsi portare dallo Spirito, rinunciando a calcolare e a controllare tutto, e permettere che Egli ci illumini, ci guidi, ci orienti, ci spinga dove Lui desidera» (n. 280).

Ciò è una sfida diretta allo spirito della nostra società, dominata da quello che Francesco definisce il «paradigma tecnocratico». Ogni cosa deve essere amministrata, misurata, controllata. Ma il discepolato è un faccenda rischiosa. Non sai dove ti porterà, né che cosa esigerà. In inglese diciamo: «Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti».

La nostra società ha paura del rischio. Cinquecento anni fa, gli ordini religiosi mandavano gente giovane a predicare il Vangelo in Asia, sapendo che molti di loro sarebbero morti a causa di malattie, catturati da pirati e, se arrivavano a destinazione, martirizzati. Oggi avremmo il coraggio di fare altrettanto? Alcune risposte a Evangelii gaudium, dunque, nascono dalla sfida inquietante che propone. È preoccupante finire nelle mani del Dio vivente (Ebrei 10, 31)! Il domenicano Herbert McCabe, soleva dire: «Se ami, verrai ferito e forse ucciso. Ma se non ami sei già morto».

L’avventura della fede non è abbandonarsi a un destino meramente casuale. Francesco usa la suggestiva immagine di «processi» che danno la priorità al tempo sullo spazio. «Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci» (n. 223). Lo Spirito Santo è generativo nella nostra vita, dispiegandola con una fecondità che non possiamo anticipare. È questa imprevedibilità dello Spirito che alcuni trovano inquietante.

Esaminiamo ora il primo gruppo di paragrafi che gli organizzatori mi hanno chiesto di approfondire, i nn. 34-39, e guardiamo che tipo di processi occorre abbracciare. Qui Papa Francesco ribadisce che la nostra evangelizzazione deve proclamare con la massima chiarezza l’essenza della nostra fede. Cito: «Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza!» (n. 39). Non dobbiamo permettere alle sfumature e alle sottigliezze della nostra teologia morale, per quanto buone esse siano, di oscurare il messaggio fondamentale. Dio ci ama!

Esiste una gerarchia della verità. La verità secondaria non deve oscurare il messaggio centrale. Nei social media, con la loro trasmissione istantanea di slogan semplificati e di frasi ad effetto, le sfumature si perdono. Papa Paolo VI ha scritto un’enciclica sensibile, ricca e umana, l’Humanae vitae. Con suo grande orrore essa è stata sintetizzata in un solo titolo: “Il Papa vieta la pillola!”.

La focalizzazione inequivocabile sull’amore e la misericordia sconfinati di Dio spaventa alcuni perché potrebbe essere fraintesa. Se ci apriamo ad accogliere i divorziati e risposati, ciò non potrebbe forse essere percepito come un minare l’istituzione del matrimonio? Se il Papa dice degli omosessuali «chi sono io per giudicare?», qualcuno non potrebbe forse pensare che i rapporti omosessuali e perfino i matrimoni omosessuali vadano bene? Focalizzarsi sulla centralità assoluta dell’amore potrebbe creare confusione riguardo alla dottrina morale della Chiesa. Chi desidera la sicurezza non ama la “perplessità”. Quando ero Maestro dei domenicani, ogni volta che venivo convocato in Vaticano mi aspettavo di sentire questa parola: “perplessità”!

Sì, il Papa potrebbe essere frainteso, ma è accaduto anche a Gesù. «I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”» (Luca 15, 2). Se permettiamo alla “libertà inafferrabile” dello Spirito Santo di agire nella nostra vita, saremo spinti a fare cose che verranno fraintese. Se preghiamo con persone di altre confessioni, o andiamo incontro alla comunità gay, o abbracciamo i poveri, o cerchiamo un modo per andare avanti per i divorziati e risposati, verremo fraintesi. Ma se non accettiamo questo rischio, non predicheremo mai il Vangelo. Poi, i media senz’altro fraintenderanno il Papa, ma questo non significa che lo farà anche il popolo di Dio. Affermare che le persone pensino che questo messaggio di amore incondizionato e di misericordia sia una licenza per un’immoralità senza limiti significa provare disprezzo per i battezzati. È un atto di snobismo clericale.

Più avanti nell’esortazione leggiamo: «Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile in credendo. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza. Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede — il sensus fidei — che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio» (n. 119). Pertanto, la Chiesa deve fidarsi del fatto che quando accettiamo il rischio di proclamare il messaggio centrale, i battezzati comprenderanno, malgrado le rappresentazioni errate dei media e di chi critica il Papa.

Qualcuno ha reagito con sospetto all’insistenza sul proclamare il messaggio centrale del Vangelo, poiché pensa che sia una pericolosa semplificazione. La nostra ricca tradizione di dottrina morale non è forse più sofisticata? Ma dobbiamo distinguere tra semplicità e superficialità. Papa Francesco ci mette in guardia contro la superficialità della cultura contemporanea: «Nella cultura dominante, il primo posto è occupato da ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto all’apparenza» (n. 62). Adolfo Nicholas, ex superiore generale dei gesuiti, considerava la «globalizzazione della superficialità» la più grande minaccia al mondo. I social media, con i loro pollice su e pollice verso istantanei, propongono un mondo che è irreale, distante dalla complessità dell’essere umani.

In un mondo del genere, il Vangelo può essere udito solo se la nostra proclamazione è semplice. Ciò non la rende superficiale. Indica il mistero ineffabile dell’amore divino. È la semplicità di Dio ad andare oltre ogni parola. G. K. Chesterton riporta che una signora di sua conoscenza «prese un libro di brani scelti commentati di san Tommaso d’Aquino e, speranzosa, iniziò a leggere un capitolo che recava l’innocente titolo La semplicità di Dio. Poi ripose il libro con un sospiro e disse: “Beh, se questa è la sua semplicità, mi domando com’è la sua complessità”». La semplicità divina si manifesta più in quel che facciamo che in quel che diciamo. G. K. Chesterton scrive che «le cose fatte [da san Francesco d’Assisi] erano più immaginose delle cose dette… Dal momento in cui si strappò le vesti e le gettò ai piedi del padre fino al momento in cui nella morte si distese sulla nuda terra formando la croce, la sua vita fu costituita da questi atteggiamenti inconsci e gesti risoluti».

Francesco, come Giovanni Paolo II prima di lui, ha un talento per i gesti che parlano della nostra salvezza. Dal momento in cui si è inginocchiato sul balcone chiedendo la benedizione della folla, passando per la lavanda dei piedi alla giovane musulmana il giovedì santo, fino all’abbraccio dato all’uomo ricoperto di terribili tumori, le sue azioni dicono più delle parole. Egli cita san Tommaso d’Aquino: «L’elemento principale della nuova legge è la grazia dello Spirito Santo, che si manifesta nella fede che agisce per mezzo dell’amore» (n. 37). Gesti semplici incarnano verità profonde.

La nostra fede è nell’evento di Dio in mezzo a noi. Francesco scrive che la sua, di Cristo, Risurrezione «non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali» (n. 276). La nostra evangelizzazione non è comunicazione di informazioni, bensì una sorta di partecipazione a tale evento adesso. È quello che il domenicano Cornelius Ernst, ha definito «il momento genetico». «Ogni momento genetico è un mistero. È alba, scoperta, primavera, rinascita, venire alla luce, risveglio, trascendenza, liberazione, estasi, consenso sponsale, dono, perdono, riconciliazione, rivoluzione, fede, speranza, amore». «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Apocalisse 21, 5).

L’evento della grazia può essere raccontato al meglio attraverso il teatro, i dipinti drammatici di artisti come il Caravaggio, o la recente opera teatrale di un giovane domenicano francese, Adrien Candiard, Pierre et Mohamed, che esplora l’amicizia tra il beato Pierre Claverie, uno dei martiri algerini, e Mohamed Boukichi, il suo giovane autista musulmano, anche lui ucciso. L’opera è stata rappresentata la sera delle beatificazioni in Algeria, alla presenza della madre di Mohamed, che ha baciato l’attore che recitava la parte di suo figlio.

Quindi, se ci arrendiamo allo Spirito Santo, verremo condotti fuori dalla nostra profondità e spinti a dire e a fare cose che sconcertano e provocano i nostri contemporanei. Abbiamo il coraggio di Extinction Rebellion? Quali gesti possiamo compiere, che siano capaci di toccare l’immaginazione dei nostri contemporanei, affinché il cuore arda nel loro petto (cfr. Luca 24, 32)? Gesù ha mangiato e bevuto insieme a prostitute e pubblicani; Papa Francesco ha fatto pizza-party per i più poveri tra i poveri in piazza San Pietro. Che cosa dobbiamo fare noi, anche a rischio di essere fraintesi? Non limitiamoci a scrivere un altro documento! C’è bisogno di gesti audaci!

La seconda serie di paragrafi che gli organizzatori mi hanno chiesto di commentare sono i nn. 115-118. Questi sono incentrati sull’evangelizzazione della cultura. La cultura «tratta dello stile di vita di una determinata società, del modo peculiare che hanno i suoi membri di relazionarsi tra loro, con le altre creature e con Dio. Intesa così, la cultura comprende la totalità della vita di un popolo» (n. 115). Ogni cultura è una maniera di essere vivi. In che modo lo Spirito Santo si relaziona con tutti i molteplici modi in cui vive la gente?

Mi concentrerò brevemente su tre domande. In che modo la nostra vita dà testimonianza dello Spirito Santo? In che modo il Vangelo viene arricchito da ogni cultura e come la critica? E infine, in che modo la Chiesa abbraccia la diversità delle vite umane e dei modi di pensare?

Ogni cultura è un modo di essere vivi. Come tale è una manifestazione dello Spirito Santo, che nel Credo professiamo essere colui «che dà la vita». Elizabeth Johnson scrive: «La parola latina tradotta come Datore di Vita, vivificantem, accende un riflettore sul dinamismo sotteso. Lo Spirito è il vivificatore, colui che accelera, anima, muove, ravviva, dona vita anche adesso, mentre genera la vita del mondo che verrà».

Qui il Vangelo incontra la sete di molti giovani. Essi vogliono vivere veramente. Nelle zone di guerra del mondo, la sopravvivenza è forse l’unica cosa in cui si può sperare, ma una volta che si raggiunge una sicurezza di base, la domanda diventa: come posso essere pienamente vivo? Guardando sui loro IPhone quello che sta accadendo altrove, cercano l’azione, la vita vera! Il Beatle John Lennon ha scritto: «La vita è ciò che ti accade quando sei intento a fare altri progetti». Non è molto distante dal monito di san John Henry Newman: «Non temere che la vita giunga a una fine, temi piuttosto che non abbia mai inizio».

È questa la paura di milioni di giovani. Quindi, l’evangelizzazione è il nostro incontro con colui che ha detto «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Giovanni 10, 10). Ciò contraddice quella che Francesco definisce la «psicologia della tomba» che «poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo» (n. 83). Se siamo vivi nello Spirito, attireremo tutti coloro che hanno fame di vivere. Come si presenta tutto ciò?

Per un cristiano essere vivo è un paradosso. Amiamo talmente tanto la vita da essere pronti a morire. I martiri danno testimonianza della pienezza ultima della vita, che è diventare un dono. Il film di Xavier Beauvois sui monaci di Tibherine in Algeria, Des hommes et des dieux (“Uomini di Dio”), ha acceso l’immaginazione di milioni di persone. Una piccola comunità di monaci trappisti è rimasta coinvolta nella violenza in Algeria negli anni Novanta dello scorso secolo. Sono rimasti pur sapendo che sarebbe costato loro la vita. Sono stati beatificati un anno fa. Mentre affrontano la morte, diventano vivi, ognuno nel suo modo unico.

Lo Spirito, che dà la vita, ci invita a rischiare tutto. Il cristianesimo non è una religione sicura. Dovrebbe riportare avvertenze per la salute e la sicurezza. Il gesuita Daniel Berrigan amava dire: «Se vuoi seguire Gesù, sarà meglio che stai bene sul legno». Solo pochi di noi saranno chiamati a morire per la propria fede, ma ognuno di noi rende testimonianza al Signore che dà la vita diventando dono. Magari correndo il rischio di donarsi a un’altra persona per la vita nel matrimonio, o entrando a far parte di un ordine religioso, o avendo il coraggio di fare l’insegnante in una scuola del centro città. È quello che il beato Pierre Claverie chiamava «martirio bianco», diventare un dono in tutto ciò che si fa e che si è. Come dice Papa Francesco: «Io sono una missione su questa terra» (n. 273). Ciò fa eco al nome divino: Io sono colui che sono.

L’incontro del Vangelo con altre culture comporta una certa reciprocità. La verità di fede deve essere proclamata e anche scoperta. Noi portiamo la ricchezza della nostra fede, ma scopriamo che lo Spirito Santo è già stato all’opera prima di noi, in attesa di essere chiamato per nome. La cultura è uno stile di vita, e tutto ciò che vive veramente è un frutto dello Spirito. Nella preghiera eucaristica diciamo «fai vivere e santifichi l’universo».

Anzitutto dobbiamo avere il coraggio di predicare. Francesco cita Giovanni Paolo II: «non vi può essere vera evangelizzazione senza l’esplicita proclamazione che Gesù è il Signore» (n. 110) Lo Spirito Santo è lo spirito di verità. Osiamo proclamare le verità della nostra fede, che un uomo che è divino è nato da una vergine, e che è morto ma risorto a nuova vita! Non ci rideranno in faccia? Qualche volta sì. Ma osiamo proclamare questi insegnamenti perché crediamo che sono veri e che gli esseri umani sono fatti per la verità. Nelle Costituzioni domenicane si dice che gli esseri umani hanno una propensio ad veritatem, una propensione alla verità. Confidiamo che essi risuoneranno, a qualche livello profondo, nella mente di chi ci ascolta, forse solo come un sussurro. Gli esseri umani hanno bisogno della verità per vivere, proprio come gli uccelli hanno bisogno dell’aria e i pesci dell’acqua.

Edith Stein è cresciuta in una famiglia di ebrei osservanti, ma poi è diventata atea e filosofa. È però rimasta in piedi tutta la notte per leggere l’autobiografia di santa Teresa d’Avila. Terminata la lettura ha detto: «Questa è la verità». L’istinto umano per la verità ha riconosciuto qui ciò che cercava.

Una grande sfida per la nostra evangelizzazione è trovare vie per proclamare i grandi insegnamenti della Chiesa, soprattutto il Credo, in modi che risuonino nel cuore di chi ci ascolta. Essi incarnano la verità per la quale siamo creati. Sono profondamente critici dinanzi ai modi in cui la cultura contemporanea viene distorta da quello che Francesco chiama il «paradigma tecnocratico». Si tratta di un argomento che qui non abbiamo il tempo di esplorare.

Ma il predicatore va alla ricerca della verità nelle altre culture. Qualunque cosa sia creativa, nuova e immaginosa è, senza saperlo, un frutto dello Spirito Santo che ci ha preceduti. Citando ancora Giovanni Paolo II: «i valori e le forme positivi» che ogni cultura propone «arricchiscono la maniera in cui il Vangelo è annunciato, compreso e vissuto». In tal modo «la Chiesa, assumendo i valori delle differenti culture, diventa “sponsa ornata monilibus suis”, “la sposa che si adorna con i suoi gioielli” (Isaia 61, 10)» (n. 116).

Chiunque riesce a penetrare la meravigliosa, caotica, complessa vita degli esseri umani è nostro alleato, sia egli credente o no. Chiunque comprende la gioia e la sofferenza dell’innamorarsi, creare una famiglia, fare errori e cercare di rialzarsi ha una verità da raccontarci. Quindi abbiamo bisogno sia di fiducia per proclamare le verità della nostra fede, sia di umiltà per imparare ciò che significano da ogni persona saggia. Il poeta Rainer Maria Rilke ha descritto il suo ruolo come «essere in mezzo a ciò che è umano, per vedere tutto e rifiutare nulla». Niente di ciò che è umano è estraneo a Cristo. San Domenico ha voluto che i suoi fratelli fossero mendicanti, ansiosi di accettare la saggezza di tutti coloro che incontrano. Ogni verità è dello Spirito Santo.

Infine, lo Spirito è colui che crea l’armonia dalla differenza. La Evangelii gaudium al n. 117 afferma: «Lo stesso Spirito Santo è l’armonia, così come è il vincolo d’amore tra il Padre e il Figlio. Egli è Colui che suscita una molteplice e varia ricchezza di doni e al tempo stesso costruisce un’unità che non è mai uniformità ma multiforme armonia che attrae». La differenza riconciliata è feconda. La differenza genera vita. Siamo tutti frutto della differenza tra maschile e femminile. Senza differenza, non ci sarebbe vita!

Ma la cultura globale incoraggia la paura della differenza. Gli algoritmi di Google e Facebook ci indirizzano verso persone che la pensano come noi. Lo scrittore americano Jonathan Franzen afferma che «le voci dissonanti rimangono in silenzio per paura di essere flammate, trollate o vedersi tolta l’amicizia. Il risultato è un silo nel quale, qualunque sia la parte dalla quale ti trovi, senti di avere assolutamente ragione di odiare quel che odi».

La paura della differenza alimenta il populismo e la polarizzazione. La modernità è caratterizzata dal paradosso che in un mondo di comunicazione globale istantanea ci sia una crescente tribalizzazione e polarizzazione. Questo affligge anche la Chiesa. Specialmente negli Stati Uniti, stanno emergendo grandi divisioni tra persone di visioni teologiche opposte. Ci sono aspre critiche perfino al Papa, che dieci anni fa sarebbero state impensabili. Ci sono minacce di scisma. Come dobbiamo reagire?

Anzitutto, questa paura della differenza è totalmente estranea al cattolicesimo. Il piacere della differenza fa parte del nostro Dna. Quattro Vangeli in un Nuovo Testamento, e una Bibbia che abbraccia sia l’Antico sia il Nuovo Testamento. Il nostro Salvatore abbraccia la differenza inimmaginabile di Dio e uomo. È questo il centro della nostra fede donatrice di vita, feconda di salvezza. Lasciare che le nostre menti siano catturate dal tribalismo del presente sarebbe una resa di ciò che è più cattolico. Non abbiamo paura di chi ha un modo diverso di vedere la Chiesa!

In secondo luogo, questi conflitti non riguardano mai solo le idee. Alla loro base c’è sempre una competizione per il potere. Il libro della Genesi è il racconto di un susseguirsi di rivalità: la percezione che Adamo ed Eva hanno di Dio come loro rivale; la rivalità assassina tra Caino e Abele; e poi le madri di Isacco e Ismaele, Esau e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli. La nostra storia inizia con la rivalità tra fratelli, smascherata e vinta.

Lo Spirito Santo ci chiama al di là della rivalità e dei giochi di potere. La potenza dello Spirito è il fecondo abbraccio della differenza. Cediamo alla potenza dello Spirito rifiutando di vedere gli altri come nostri antagonisti. È certamente per questo che il Papa si rifiuta di controbattere ai suoi critici, poiché ciò significherebbe fare lo stesso gioco di potere. Sono nostri fratelli e sorelle nel Signore. Se ci arrendiamo alla potenza dello Spirito, chissà dove verremo condotti.

Quindi, abbiamo il coraggio di imbarcarci nella rischiosa avventura della fede! In questo tempo di frasi a effetto, dobbiamo proclamare il messaggio centrale dell’amore infinito e del perdono. Ciò può essere espresso al meglio attraverso quello che facciamo, sorprendenti gesti d’amore. Verremo fraintesi, ma dobbiamo fidarci del popolo di Dio. Ha ricevuto lo Spirito. Comprende.

Proclamiamo le verità della nostra fede, fiduciosi che non sono estranee al cuore umano. Ma dobbiamo anche essere aperti a chiunque comprende la verità dell’esperienza umana. Infine, lo Spirito ci invita a essere liberi da ogni rivalità e gioco di potere. Dove c’è l’incontro con la differenza c’è vita.

di Timothy Radcliffe

© Osservatore Romano - 5 dicembre 2019


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