santi innocentithumb150x150Fabrizio Bisconti

Solo l’evangelista Matteo racconta l’eccidio dei bambini di Betlemme inferiori ai due anni di età, voluto da Erode per scongiurare il temuto avvento del re dei giudei, annunciato dai magi (cfr. Matteo 2, 1-18). L’arte cristiana più antica, restia ad accogliere episodi violenti e drammatici, non conosce traduzioni figurate della tragica storia.

Assente nella pittura delle catacombe, la strage spunta solo negli anni centrali del IV secolo, in perfetta sintonia con lo sviluppo di un’esegesi specifica nell’omiletica greca e latina, che stabilisce un suggestivo parallelismo tra il battesimo e il martirio, trovando nella strage degli innocenti una testimonianza del «battesimo di sangue», come puntualizzano Agostino nei Sermones (219 e 221) e Giovanni Crisostomo (nella nona omelia su Matteo).
Un culto per i santi innocenti, secondo Ireneo (Adversus haereses 3, 16, 4) e Cipriano (Epistulae 58, 6), nasce precocemente, tanto che si conosce, sin dal tempo della costruzione della basilica della Natività a Betlemme, sorta presso la grotta della nascita di Gesù, una cappella dedicata ai bambini fatti uccidere da Erode. Se questo culto entra nella predicazione natalizia di Gregorio Nazianzeno, Gregorio Nisseno e Ottato di Milevi, il tema tra il IV e il V secolo giunge a Roma e in Africa, collegandosi soprattutto alla festività dell’Epifania.
Figurativamente la scena compare per la prima volta nel sarcofago policromo e in parte non finito, in un ambiente ipogeo delle catacombe di San Sebastiano. Nell’estrema sinistra del registro inferiore della fronte dell’arca marmorea si indovina uno schema assai semplice, costituito da tre gruppi di persone: Erode che impartisce l’orribile ordine; un soldato che scaglia ai piedi del re un bambino tenuto per un piede, mentre un secondo giace a terra già morto; una madre, che innalza le braccia, in segno di lutto e di terrore.
Tra il IV e il V secolo nell’arca marmorea di Saint-Maximin e nel sarcofago di Saint-Martin a Saint-Remy la scena si affolla di personaggi, quasi a emulare le situazioni figurative classiche di caccia e di battaglia. Il tema approda anche nell’arte eburnea, a cominciare dal celebre dittico di Berlino, riferibile al V secolo, con tre riquadri che accolgono, oltre la strage degli innocenti, il battesimo del Cristo e le nozze di Cana. Erode in trono impartisce il crudele ordine eseguito da un soldato che, dinanzi alle madri terrorizzate, con le braccia levate e i capelli sciolti, afferra un bambino nudo per un piede, mentre un altro è già steso a terra esanime.
Il tema trova una dettagliata manifestazione nell’ipogeo di Santa Maria in Stelle presso Verona, dipinto agli esordi del V secolo e, dopo il concilio di Efeso del 431, riapproda a Roma, nell’arco ora trionfale della basilica di Santa Maria Maggiore, commissionato da Sisto III (432-440). Nell’ambito del manifesto efesino che nel mosaico si ispira all’Infantia salvatoris, con addizioni apocrife anche rare e audaci, il quadro propone una situazione più pacata, con le madri, tristi, dai capelli sciolti, che recano come automi i figli verso l’inevitabile sacrificio.
Mancano sicuramente molti anelli di una catena iconografica che comporta l’uccisione per annegamento, oltre quello a colpi di spada. Dopo un vuoto figurativo più o meno assoluto, il tema torna nell’ottoniano Codex Egberti, del X secolo, e nella Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto (1267-1337), dove Erode impartisce l’ordine su un’alta tribuna, innescando un agghiacciante faccia a faccia tra gli sgherri del re, che eseguono il comando con estrema freddezza, e le madri disperate che difendono inutilmente i loro piccoli, i quali, in parte, giacciono in un orribile mucchio di corpi nudi in primo piano.
Le madri dolenti sono le protagoniste della tavola dipinta da Duccio di Boninsegna (1255-1319), mentre in un pannello del pulpito della chiesa di Sant’Andrea di Pistoia, scolpito da Giovanni Pisano, si assiste a un dramma reso da un complicatissimo groviglio di figure.
Nel Rinascimento con Domenico Ghirlandaio (1449-1494) si attualizza il convulso episodio, ambientato dinanzi a un arco di trionfo, mentre, in primo piano le donne tentano la fuga con i loro bambini. L’affresco, che decora una parete di Santa Maria Novella a Firenze, trova il suo culmine drammatico nella donna, vestita di rosso, che afferra per i capelli lo sgherro, il quale aveva già afferrato il figlio. Il tema è ancora più attualizzato nel quadro di Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569), dove la scena si svolge in un paesaggio fiammingo dove gli armati a cavallo organizzano una strage determinata e implacabile.
La drammaticità dell’episodio ispira Nicolas Poussin (1594-1655) e Guido Reni (1575-1642). Il primo, in una tela del Musée Condé a Chantilly, ferma l’attenzione su un soldato che sta per vibrare un fendente su un fanciullo dinanzi alla madre che urla e tenta invano di fermarlo.
Il secondo, in una tela della Pinacoteca Nazionale di Bologna, propone una situazione più pacata, come se l’urgenza del dramma, si raggelasse.
La tragedia risiede tutta nei gesti e nella tensione sfrenata della lotta; gli sguardi si intrecciano; il pathos, la rassegnazione, il dolore trattenuto inondano il dramma, che si consuma tutto in un primo piano dolente, su uno sfondo da cui svettano i palazzi del potere. I corpi nudi dei bambini, distesi al suolo, sembrano dolcemente composti e presi da un sonno dolcissimo, fornendo un pendant grazioso con la coppia di piccoli angeli, che preparano la palma del martirio da offrire a quelle vittime innocenti.
  © Osservatore Romano -  27-28 dicembre 2017

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