Rassegna stampa formazione e catechesi

L’eremita e la schiava

Francesco Chiabotti

Ritirarsi dal mondo può costituire un pericolo ben più grave del mondo stesso. La solitudine, credersi assieme a Dio, cela il male invisibile dell’illudersi di una tale mistica vicinanza. Come credersi vicini a Dio, lontani dalle sue creature?
Quando apparvero i primi testi di mistica islamica, i loro redattori dovettero trasformare in dottrina e pedagogia spirituale una lunga serie di esperienze che avevano attraversato i primi secoli dell’islam. Ecco che il ritiro dal mondo viene visto come una prima fase nel cammino del discepolo, e vi si pongono delle condizioni. La prima, essenziale: non ci si ritira dal male del mondo, si ritira dal mondo il proprio male. La storia che segue è attribuita a un personaggio enigmatico della mistica islamica.
Dhu l-Nûn d’Egitto è un maestro del IX secolo. Nacque e morì nei pressi del Cairo, ma trascorse la maggior parte della sua vita in costanti peregrinazioni, lasciando che una strada mai tracciata si facesse occasione d’incontri straordinari. I suoi insegnamenti sono stati trasmessi per via orale, processo che rese di certo possibili attribuzioni apocrife, ma la sola incertezza filologica non basta a spiegare e capire l’immenso numero di vicende di cui fu protagonista. Nella sua singolarità fece scuola, e v’è una coerenza di fondo nel personaggio che la tradizione ha tramandato, nella pluralità di scienze che egli incarnò, dall’ascesi ai primordi della mistica, dai pareri giuridici alle scienze più occulte. Il suo stesso nome, Dhu l-Nûn, “l’uomo della lettera nûn” è una reminiscenza coranica della figura di Giona e la balena, storia di diluvio e salvezza. Furono numerose le donne che, nonostante la brevità degli incontri, si rivelarono fondamentali nel suo percorso spirituale. Il «sommo maestro» Ibn ‘Arabi l’andaluso, morto a Damasco nel XIII secolo, descrisse la biografia di alcune di loro nella sua opera dedicata al nostro personaggio, la Vita di Dhu l-Nûn d’Egitto.
Ma procediamo con ordine. Nell’episodio che riferiamo, il problema della solitudine è illustrato grazie a un incontro con un essere ancora più solitario di Dhu l-Nûn, una schiava nera, la liutista Su`ûd.
Racconta Dhu l-Nûn che passò un anno ritirato in una foresta, nutrendosi di piante selvatiche e abbeverandosi alle fonti. Descrive il suo stato come un’insondabile pienezza spirituale, che scoprì tuttavia fragile il giorno in cui un gemito, proveniente da un antro del bosco, gli ricordò la fraternità umana. Fu come preda di un raptus, incapace di opporvisi, e si ritrovò nei pressi di un’ombra scura, che avvolgevano feroci leoni, senza nuocerle. Si avvicinò e scorse una donna dal colore nero. Si avvicinò ancora e i leoni fuggirono. Lei lo chiamò per nome, come se lo conoscesse da sempre. «Dhu l-Nûn! Per colui che è intimo di Dio, estraneo a ciò che Dio non è, ogni cosa è amica, ma tutto rifugge colui che ha nostalgia della sua specie, nel cui cuore i sensi sono penetrati!». Non era la prima volta che sul suo cammino si imbatteva in una figura femminile misteriosa, e non era la prima volta che una tale figura lo riconosceva, chiamandolo per nome. Gli era successo già nei pressi di Antiochia, dove una giovane serva folle, vestita di lana grezza, lo aveva interrogato sull’opera spirituale. In un’altra peregrinazione una donna viandante gli aveva rimproverato di essersi presentato a lei come «uno straniero»: esiste forse «estraneità» assieme a Dio?
Su`ûd continuò: «Dhu l-Nûn, eravate tu e lui, perché mi hai messa di mezzo fra voi due?» Si rivolse ai leoni e chiese loro di restare. «Lui è Dhu l-Nûn, non temete». Dhu l-Nûn voleva andarsene, la presa di coscienza era troppo forte e le lacrime impossibili a trattenere. Ma lei gli chiese dove avesse l’intenzione di dirigersi. Quasi impotente, rispose: «Non è forse abbastanza ciò che è appena successo?» Rispose: «No, caro amico! Hai ricercato un’intimità con altri da Dio per amore dell’intimità di Dio, e quando gli esseri cari si riuniscono nel ricordo del comune Amato, non abbandonano per questo l’intimità dell’amore!». Dhu l-Nûn si sedette allora con lei, si raccontarono i loro esili rispettivi, l’abbandono dei fratelli e delle sorelle, i loro ritiri lontano dagli uomini. Dhu l-Nûn descrive così il loro stato: «Camminavamo come ebbri, mi interrogò sul motivo della mia conversione a Dio e le raccontai la mia storia, e io le domandai, a mia volta, di raccontarmi la sua». Ed ella raccontò dunque la sua vicenda. Su`ûd era una schiava che apparteneva a un potente vizir alla corte del califfo a Bagdad. Tale vizir amava bere e organizzava feste e banchetti nel corso dei quali lei cantava e suonava, e lui la rivestiva degli abiti che più gli piacevano. Nel corso di una di queste feste qualcuno bussò alla porta del palazzo. Prima di aprire, chiesero chi fosse. «Un povero giunto a chiedere qualcosa in nome di Dio!». Il vizir acconsentì. «Fatelo entrare, che si serva secondo il suo desiderio!». Ma il povero rifiutò di avanzare, per zelo e scrupolo, in un palazzo nel quale si beve e le schiave danzano e suonano. «Datemi da mangiare qua fuori, se non volete che me ne vada!». Il vizir in persona gli portò un piatto di pietanze e un piatto di frutta, ma il povero gli ordinò di imboccarlo. Il vizir si spazientì: «Basta con questi vezzi! Come ti permetti?». «Se ti sembro viziato», rispose il povero, «sappi che Lui mi vizia anche più di così». Quando sentì le parole del mendicante, Su`ûd gridò al suo padrone: «Questo tesoro è per te, non fartelo sfuggire!». Lui la guardò: «Se hai capito questo, vuol dire che il tesoro è per te. Non tornerai più, vero?». «È così», disse lei, «non tornerò più».
Dhu`nûn si congedò per ritornare al suo luogo di ritiro, ma non riusciva a smettere di pensare a lei e alla sua storia. Le mancava. Provò a viaggiare, ma la peregrinazione lo riportava nel luogo del loro incontro, e lei non era più là. Come ritrovarla? Si disse che se ci doveva essere un luogo degno di riunirli, esso non poteva che essere la dimora sacra di Dio alla Mecca, durante il pellegrinaggio annuale. Non la trovò presso la Kaaba, si diresse allora verso la moschea dove riposa il Profeta, a Medina, dove lui, l’Amato, avrebbe saputo riunire gli amanti. E infatti la ritrovò li. Quando lei lo scorse, gli rivolse la parola, una parola severa: «Ti ho visto girare attorno alla Kaaba, ma era attorno a me che giravi! Avrei voluto parlarti ma qualcosa mi ha impedito di farlo e sono stata sospinta verso la moschea del Profeta. Finalmente, ora posso parlarti. Dhu l-Nûn, che cosa hai imparato dai tuoi viaggi?». Rispose: «Essere soddisfatto di Lui, saper accettare vicinanza o distanza, unione o esilio, povertà o agio, gloria o umiliazione, la vita o la morte». Su`ûd gli diede un ultimo insegnamento. «Non avresti potuto essere soddisfatto di Dio se prima Dio non fosse stato pienamente soddisfatto di te». E recitò un versetto del Corano, ripetuto in diversi passaggi del libro: «Dio si compiace degli uomini, e gli uomini si compiacciono dunque di Lui...». Certo, il testo sacro pone tale sguardo di grazia nell’aldilà, ma Su`ûd sapeva che le cose dello spirito non hanno tempo, o meglio, che tempo e spazio sono riflessi contingenti dell’eternità. «Dhu l-Nûn, da quando ci incontrammo, nel nostro ritiro, non desidero altro che incontrare Dio, ma non ho nessun merito che potrei vantare in sua presenza, ti scongiuro, imploralo tu per me, che mi accetti!». Una voce invisibile si intromise, che solo Dhu l-Nûn udì: «Non farlo! Lei appartiene a Dio che ama udire il suo gemito, non metterti di mezzo fra loro due». Allora realizzò cosa fosse quel gemito che lo aveva fatto uscire dalla sua solitudine con Dio, o meglio, adesso capì che quel gemito, in realtà, non lo aveva mai fatto uscire dalla solitudine con Dio. «Dhu l-Nûn, non preghi per me?». «No, non posso intromettermi fra l’amante e l’amato». Si separarono, e la storia non ci dice se si rincontrarono mai un giorno.
La vicenda di Su`ûd, la liutista nera, maestra di Dhu l-Nûn, è paradossale perché insegna a cercare la conoscenza nell’umano, ma in un umano mai separato da Dio, in un’unione che solo povertà, indigenza e tristezza possono realizzare. Non un luogo di trascendenza, il tempio della Kaaba, poteva riunirli, ma la presenza umana del Profeta, nel quale la tradizione riconosce l’amante perfetto. La storia di Dhu l-Nûn è straordinaria, e si perde nella leggenda. Ma per concluderla, gli antichi biografi ricercarono quali furono le sue ultime parole. In una versione egli disse: «Conoscerlo, anche solo un istante prima di morire!». C’è una parte dell’insegnamento di Su`ûd, in questo testamento spirituale.

  © Osservatore Romano - 4-5 giugno 2018




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