Rassegna stampa formazione e catechesi

L’affannosa ricerca dell’immagine, guarita solo dal Cuore di Cristo

come sigillo sul cuoreLa summa di ogni estetica veramente etica è data dalla sacra umanità del Verbo Incarnato e dal partecipare al “pensiero di Cristo”.


Dopo la colpa di origine si è aperta la ferita delle ferite, quella che distacca la Similitudine dall’Immagine, e dunque la nostra volontà e la nostra capacità operativa di aderire all’Immagine donata, la Similitudine, si è fortemente indebolita, ferita, obnubilata.

Pertanto siamo sempre alla ricerca dell’Immagine e di adeguarci ad essa così come la abbiamo ricevuta.

Con tentativi non solo goffi ma falsi, se non talvolta ridicoli.

Questo capire chi sono, inclina a tutta una serie di “compensazioni”. Le vanità di ogni tipo sono questo tentativo goffo di dare una risposta profonda. Le micro e le macro ideologie di ogni tempo, anche sul versante antropologico, fanno parte di questo tentativo.

I social in questo non sono la cura ma l’evidenza e l’ampliarsi di una malattia; persino nelle occasioni più sante.

Può capitare, nella vita e nel mondo virtuale dei social, di stigmatizzare e questo ci fa sentire nel giusto, solidi, compatti, certi.

Ma Cristo morendo sulla croce come un peccatore stravolge questo paradigma. Accogliendo la peccatrice stravolge le nostre certezze. Nascendo a Betlemme e crescendo a Nazareth rivoluziona il “pensiero dell’uomo”, tutto carnale.

Nel contempo, non chiamando il peccato, il male ed il delirio con il suo nome, cadiamo nello stesso tranello di chi stigmatizza le persone (e non i comportamenti come dovrebbe), ed anche qui rassicuriamo la nostra sete ferita sentendoci “buoni”, “misericordiosi”, “dialoganti”, e, Dio non voglia, alla moda. Quanto fa male oggi questo sentire, così come lo ha fatto, sovente, nella storia della Chiesa.

Cambia solo il vestito ma la ferita è la stessa.

Occorre invece avere il pensiero di Cristo che ama infinitamente ogni persona e detesta il male ed il peccato che la deturpa rovinosamente.  

È “il pensiero di Cristo” che commuove profondamente il Signore alla tomba di Lazzaro, constatando di come la morte sia entrata con il peccato, ed abbia distaccato, diviso, l’uomo dentro di sé e non solo da Dio e dai fratelli. Creando il sospetto su Dio, sui fratelli ma anche dentro di sé. Omicidio di ogni Speranza e fonte di ogni putridume. Di come la morte abbia dissociato l’equilibrio dell’Immagine e della Somiglianza creando dei naufraghi in balia del vento delle vanità, delle miserie, delle piccinerie, delle ideologie.

La morte entra nella nostra vita e vi permane sia che stigmatizziamo le persone, e non i comportamenti e le idee malsane o, al contrario quando, per non stigmatizzare alcunché, bestemmiamo l’Incarnazione e la Redenzione in una sola rassicurante e vanitosa scelta.

Perché il “motore” degli integerrimi che individuano con chiarezza il nemico o di coloro che lo abbracciano senza amarlo realmente è lo stesso: la vanità.

Una affannosa ricerca dell’immagine perduta.

Ma il “pensiero di Cristo”, è un dono, un regalo immeritato che si accoglie inaspettatamente e con la violenza dell’umiltà e delle sante quotidiane umiliazioni.

Lungo è il cammino nella Grazia per adeguare la “Somiglianza” all’Immagine e non cadere nella disperazione eterna.

Bene lo aveva compreso il santo, forse, più alter Christus della storia:

“tanto quanto vale l’uomo davanti a Dio, tanto vale, e non di più” ( Ammonizione XIX, FF 169)

Il ché non è solo un memento alla nostra infima pochezza ma anche uno slancio, carico di Speranza, alla immensa grandezza, tanto profondamente desiderata, mendicata. Purtroppo rattoppata con i sussidi, le difese, le miserie, le costruzioni, i fantasmi, le ideologie, i convegni, le umane celebrazioni, i libri, le conferenze, le spirituali riflessioni, i profili social compulsivi, le dichiarazioni pubbliche video, la sindrome del leader e del salvatore, la sindrome della crocerossina, i volontarismi, le rigidità, i misericordismi, e tutto ciò che è vanità costruita dal puramente umano, per quanto profondo e per quanto, per sola apparenza, bello.

No! Tu il tuo “valore” è raggiungibile solo per il dono di collaborare quotidianamente con lo Spirito del Signore. Spirito che restituisce, nella fatica dello schiudere e del rinascere, il cuore di carne capace di amare come Cristo, per Cristo ed in Cristo. Con il Suo Cuore.

“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv. 19,37)

E dire Amen con la tua vita; non con i sentimenti, i desideri, le parzialità della tua persona, ma con l’intera tua carne. Perché diventi la carne di Cristo, assimilata da Lui e Lui solo.

E finalmente renderla bella, vera, autentica, tanto quanto appartieni, tutto e senza zone d’ombra, all’unica vera Immagine (Ef. 1,1ss) che tutto paradigma di significato: Cristo amore, Cristo amore, Cristo amore.

L’apostolo Paolo scrive ai fedeli di Efeso ed a noi:

“Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e di conoscere l'amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.” (Ef. 3,17-19)

E che cos’è l’essere ricolmi se non, grazie a Cristo, ritrovare la nostra Immagine? Se non farvi aderire, in Somiglianza, la nostalgia profonda che abbiamo ricevuto?

“Un abisso chiama l’abisso” (Sl. 42,8), ed il cuore desidera il Cuore. Il Cuore Suo!

Non è forse l’opera mirabile a cui conduce il Sacratissimo Cuore di carne di Cristo?

Così sia, nel silenzio umile, laudativo e giusto, di Maria e di Giuseppe, che hanno avuto la loro Immagine grazie a Gesù, centro di ogni quotidiana attenzione.

 Paul Freeman


Oggi su La Croce Quotidiano

7 giugno 2018

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