Rassegna stampa formazione e catechesi

Intervista concessa da Mons. Agostino Marchetto al Dr. Stefano Nitoglia

concilio vaticano II attorno a CristoIl 29 luglio u.s. il Dr. Stefano Nitoglia fa pervenire le sue domande per una intervista a S. Ecc. za Mons. Agostino Marchetto per una accordata intervista il cui testo apparirà sul numero di settembre di "Cristianità". Con il consenso dell'autore ne anticipiamo lo svolgimento perché il tema risulta fondamentale nell'attuale momento ecclesiale.

Stefano Nitoglia: Eccellenza, le recenti critiche dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò e il successivo intervento chiarificatore del card. Walter Brandmüller hanno riacceso i riflettori mediatici sul Concilio Ecumenico Vaticano II. Lei, che è stato definito da papa Francesco il miglior interprete del Concilio, ci potrebbe dire come mai, a cinquantacinque anni dalla sua conclusione, esso susciti ancora sentimenti così contrastanti?

Agostino Marchetto: Debbo constatare anzitutto che pure con una bibliografia vertiginosa, per numero, sul Vaticano II anche negli ultimi tempi, non pochi erano coloro che attestavano la caduta di interesse - diciamo così - per tale ultimo Magno Sinodo, - come io l'ho sempre chiamato -, nonostante di fatto io negavo la cosa.
Orbene dall'inizio di questa estate si assiste al dispiegarsi di un interesse che si rivela anche in rapporti contrastanti.
Lei mi domanda il perché e Le rispondo facendo una premessa. Ricordo infatti che Yves Congar ebbe a dichiarare, alla fine del Vaticano II - e lo ha ricordato lo stesso papa Francesco due volte -, che ci sarebbe voluto un secolo per compiere la sua ricezione. Tale punto di vista fu poi confermato da Karl Rahner, il quale, contemplando la volta del soffitto della sala dove teneva una conferenza, sul quale erano dipinte le fatiche d'Ercole, attestò che "anche quelle per la ricezione del Vaticano II saranno fatiche simili, dello stessa difficoltà". Esse erano dunque previste da teologi.
Ebbene perché una tale previsione? Penso che nonostante la quasi unanimità nelle votazioni finali sui documenti conciliari, il ricordo delle difficoltà di unire i pensieri e le convinzioni di maggioranza e minoranza del Concilio, ottenuta fondamentalmente grazie all'opera straordinaria di mediazione di Papa Paolo VI, facevano prevedere che entrambi gli schieramenti - anche per l'esistenza in essi di estremisti apparsi con maggior virulenza dopo la chiusura del concilio - potevano far prevedere l'affiorare di sentimenti e di atteggiamenti così contrastanti, come costatiamo e come Lei li chiama.
E così è stato, e in questa situazione ancora ci troviamo, purtroppo. Per capirlo un po' di più si deve pensare alla natura eminentemente pastorale del Concilio, che nulla toglie alla solennità e grandezza ecumenica del suo Magistero e all'impegno novello che si volle in relazione al mondo contemporaneo che portò la Chiesa a chiedersi Chi essa stessa fosse. Compito arduo, e si potrebbe dire paragonabile alle fatiche d'Ercole. Ma lo Spirito viene sempre al soccorso della sua Chiesa.


Stefano Nitoglia: Vi sono stati altri Concili, nella storia della Chiesa, che hanno avuto un postconcilio così travagliato?
 
Agostino Marchetto: Chi ha dimestichezza con la storia dei Concili ecumenici,  espressione massima della "comunione" che è la Chiesa, conosce la difficoltà che ci furono a tale riguardo (della koinonia) durante e dopo la chiusura di grandi sinodi. Ci furono dunque molti postconcili travagliati. Non è possibile qui approfondire, ma basta ricordare quelli di Nicea, (un chiarimento venne con il Costantinopolitano del 381) di Calcedonia (il quale causò una più lunga contestazione che i tre Sinodi successivi cercarono di superare, connettendone i testi con quelli di Efeso (a. 431). Ma pensiamo pure a ... Costanza, a Firenze, a Trento, al Vaticano primo e ora al Vaticano II. In ogni caso molti Concili che abbiamo nominati hanno avuto un postconcilio più travagliato del nostro. Per rincuorarci forse potremmo pensare al primo cosiddetto Concilio di Gerusalemme, e al felice suo esito, che aprì la porta del Cristianesimo ai Gentili e a tutti gli uomini di buona volontà chiamati alla fede in Cristo Salvatore del mondo intero.
Il travaglio del cammino della Verità e della sua accoglienza è sempre arduo ma alla fine il Signore Gesù ha vinto il mondo e il suo Spirito ha raccolto in unità i chiamati.


Stefano Nitoglia: Il card. Brandmüller, sulla scia del famoso discorso di papa Benedetto XVI alla Curia romana del 22 dicembre 2005, parla di “riforma nella continuità” e di “ermeneutica della continuità”. Ci potrebbe spiegare di cosa si tratta?

Agostino Marchetto: Con questa domanda Lei ci porta al punto fondamentale della discussione o del travaglio postconciliare, cioè alla interpretazione ermeneutica (spiegazione, si potrebbe dire) del magno avvenimento, e da ciò deriva altresì la lunghezza della mia risposta. Si tratta del secondo dei tre gradini di conoscenza conciliare.
Il primo è la sua storia, il II° è appunto l'ermeneutica e il III° è la ricezione (realizzazione, accoglienza). Sono tre gradini nessuno dei quali può essere saltato.
Orbene a proposito del primo gradino, quello storico, di storia della Chiesa peraltro, è rimasto il grave condizionamento iniziale storico-ideologico della visione del Vaticano II come "evento", (v. la storiografia francese, per la visione di esso, specialmente, dopo  Les Annales, diciamo così), che porta fuori strada la interpretazione corretta. A questo riguardo - come meglio ho potuto presentare a suo tempo nella prima storia della storiografia del Concilio (v. il mio "Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia", L.E.V., Città del Vaticano 2005, p. 407) è risultato che l'opera della "Scuola di Bologna", è stata in gran parte pubblicata con grandi lacune storiche e ideologiche, sia per quel che riguarda i Diari conciliari privati, ma soprattutto perché compiuta senza il sostegno di Documenti ufficiali fondamentali per la comprensioni del Magno Sinodo, quali gli Atti dei suoi Organi Direttivi e della Segreteria Generale. Oggi poi, possiamo ricorrere a quella fonte straordinaria di conoscenza del Papa Paolo VI che è il Diario Felici, Segretario del Concilio, pubblicazione da me curata.
Aggiungo, e dilato la questione, dai miei studi in effetti (oltre al volume citato sopra, vedasi pure quello dal titolo "Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica", L.E.V., Città del Vaticano 2012, p. 380) traggo la convinzione che anche chi richiama, lodandole,  altre tendenze ermeneutiche, quella di Peter Huenermann, per es , o di John W. O'Malley, di Gilles Routhier, o di Christoph Theobald, di fatto portano acqua ermeneutica inquinata allo stesso mulino bolognese. Anzi si è passati alla fattuale rivendicata ricezione del Magno Sinodo saltando il gradino intermedio della ponderazione ermeneutica, forse pensando, erroneamente, che "cosa fatta capo ha". 
In effetti  la "crisi" attuale di cui soffre la Chiesa Cattolica penso sia causata appunto dall'abbandono della questione della sua corretta ermeneutica, quella di tutti i Papi conciliari e post, annunziata con precisione finale da Papa Benedetto XVI, e cioè non "della rottura e della discontinuità, ma della riforma e del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto Chiesa".
Orbene a tale proposito oggi piuttosto si tace sulla necessità di non rottura (accettata invece dalle posizioni estreme radicalizzatisi dopo il Vaticano II, con indebolimento della interpretazione intermedia - quella per intenderci dell' et-et della ermeneutica, cioè dei cosiddetti "tradizionali" -, una ben altra categoria rispetto a coloro che son chiamati "tradizionalisti"), e poco rilievo inoltre della "continuità dell'unico soggetto Chiesa". Non è questione di lana caprina ma di essere e rimanere cattolici.
Nella Chiesa vi è certo la possibilità di uno sviluppo finanche del dogma ma esso deve essere organico ed omogeneo, cioè senza rottura.


Stefano Nitoglia: Nella sua interpretazione si può parlare, come fanno alcune frange della discontinuità, soprattutto quelle della cosiddetta “scuola di Bologna”, di un “concilio-evento”, o bisogna riferirsi soltanto ai suoi documenti?

Agostino Marchetto: Per il Concilio - Lei mi chiede - si può parlare di un suo spirito? Quello che io ho sempre sostenuto, e i miei libri lo testimoniano, è la necessità che esso sia lo spirito tratto dai documenti conciliari finalmente approvati e debitamente confermati dal Presidente del Concilio stesso, il Papa Paolo VI. Quello che ho sempre disapprovato è il sostenere l'evento (e ho già detto il rischio che questa parola storicamente ha) svalutando il testo conciliare, frutto di un dialogo, nonostante tutto, tra maggioranza conciliare e sua minoranza.


Stefano Nitoglia: Nella sua recente “circolare ad amici e conoscenti”, pubblicata il 27 luglio scorso sul blog di Sandro Magister “Settimo cielo”, a proposito del poco rilievo che si dà attualmente alla “continuità dell'unico soggetto Chiesa". Lei afferma che “ciò è dovuto specialmente per l'introduzione di "nuovi parametri" o di "nuova pragmatica ecclesiale" che di tale continuità non si preoccupa troppo, grazie altresì alla valutazione esorbitante dei "segni dei tempi”. Cosa significa?

Agostino Marchetto: In precedenza ho affermato che oggi, alla " continuità dell'unico soggetto Chiesa" della corretta formula benedettina di ermeneutica conciliare,  si dà poco rilievo e attenzione.  Ciò è dovuto specialmente all'introduzione di "nuovi parametri" o di "nuova pragmatica ecclesiale" che proprio di tale necessaria e corretta continuità non si preoccupa troppo, grazie altresì alla valutazione esorbitante dei "segni dei tempi".
Questo meriterebbe un lungo discorso, e  un richiamo per esempio alla posizione di Mons. Wojtyla in seno alla Commissione  sinodale "Gaudium et Spes" (chiamiamola così). Essi infatti non possono essere considerati quasi fossero una nuova, aggiunta Rivelazione. E qui troviamo la grande questione della loro interpretazione (discernimento), anzi alla fin fine potremmo dire del rapporto critico della Chiesa con la modernità, meglio, con il mondo contemporaneo, con l'oggi.
Io credo cioè che si dovrebbe esaminare se quel "nuovo", proposto, va nella linea della "riforma e del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto Chiesa" e non sia invece una "rottura nella discontinuità".



Stefano Nitoglia: Papa Benedetto XVI e altri autorevoli ecclesiastici, tra i quali il card. Brandmüller, sostengono che il Concilio Vaticano II va letto alla luce della Tradizione e del successivo magistero postconciliare. Potrebbe dirci qualcosa in merito?

Agostino Marchetto: Pilastri della Parola di Dio per il discernimento in questione sono per noi la S. Scrittura e la Sacra Tradizione e quindi anche  il Concilio Vaticano II, come tutti i Sinodi, va letto alla luce della Tradizione e del successivo Magistero pontificio postconciliare e del collegio dei Vescovi a lui uniti in comunione gerarchica.
Una volta detto questo, oso citare un esempio concreto di realizzazione di quanto così attestato citando, mi si perdoni, un mio lavoro sulla tanto contestata, da alcuni, Dichiarazione    Dignitatis Humanae. Il titolo è già significativo, pur con punto interrogativo finale che stuzzica l'appetito del lettore, così spero, ed è questo: "La dichiarazione Dignitatis Humanae, rottura o riforma e rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto Chiesa?" (A. H. C. 48 (2016/17) p. 377-395).
Le scansioni dello studio portano i seguenti titoli: Introduzione. La corretta ermeneutica conciliare: il Concilio come evento o avvenimento?; Evoluzione omogenea della dottrina pontificia; Nuovo status quaestionis; Elementi essenziali del diritto alla libertà religiosa; Rapporto tra libertà religiosa e poteri pubblici; Educazione all'esercizio alla libertà religiosa; Alla luce della Rivelazione; Cenni alle sequele della "Dignitatis Humanae".






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