Rassegna stampa formazione e catechesi

Intervista con il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Per rispondere ai quesiti di oggi

luis ladaria ferrerNicola Gori

Maiorchino e gesuita, il teologo Luis Ladaria, creato cardinale nel concistoro dello scorso 28 giugno, è dal 2017 prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dopo esserne stato per oltre un ventennio consultore e poi segretario. In un disteso colloquio con chi scrive e con il direttore dell’Osservatore Romano ha parlato dei suoi studi e della sua lunga docenza, della teologia e del lavoro del dicastero, della Commissione teologica internazionale, di cui è stato membro e segretario generale, del rapporto della Congregazione con il Papa e dell’urgenza di formare dei fedeli.

Chi è Luis Ladaria? E come è nata l’idea di farsi gesuita?
Sono nato a Manacor, nell’isola di Maiorca, da una famiglia originaria di quella zona. Mio padre era medico e io sono il primogenito di cinque figli: tre femmine e due maschi. Della mia infanzia e adolescenza ho ricordi molto belli e piacevoli. Dopo la scuola secondaria ho fatto l’università a Madrid, dove ho studiato giurisprudenza. Finita l’università, ho deciso di diventare gesuita e così, a ventidue anni compiuti, il 17 ottobre 1966 sono entrato nella Compagnia di Gesù. Sette anni più tardi, il 29 luglio 1973, sono stato ordinato sacerdote.

Qual è stata la sua formazione?

Ho studiato filosofia e teologia alla Pontificia università Comillas, che si era appena trasferita a Madrid. Sono poi passato a Francoforte, in Germania, per continuare teologia nella celebre Philosophisch-theologische Hochschule Sankt Georgen. A quel tempo vi insegnavano grandi maestri, nomi grandissimi della teologia tedesca: basti ricordare Karl Rahner, del quale ho seguito un corso, e Alois Grillmeier, storico dei concili e autore della grande sintesi di riferimento sulla cristologia antica, poi cardinale. Ed è stato proprio Grillmeier a suggerirmi di venire a Roma per un dottorato in patrologia, che ho poi ottenuto alla Gregoriana con una tesi su Ilario di Poitiers diretta da Antonio Orbe, ovviamente ben conosciuto dal suo confratello e collega tedesco.

Come è nato l’interesse per i padri della Chiesa?

Durante le lezioni di teologia a Francoforte leggevamo spesso i testi patristici. Così è nato l’interesse, poi cresciuto a Roma alla scuola di padre Orbe, che aveva una straordinaria conoscenza dei testi antichi. Tra l’altro, conservo un particolare ricordo di Eugenio Romero Pose, anche lui suo allievo, poi vescovo ausiliare di Madrid, morto prematuramente. Era un caro amico e una persona molto preparata, la cui scomparsa è stata una perdita enorme.

Conclusi gli studi, quale strada ha intrapreso?

Ho iniziato a insegnare a Comillas e poi nella Pontificia università Gregoriana, dove nel 1984 sono diventato ordinario di teologia dogmatica. Della Gregoriana sono stato anche vicerettore dal 1986 al 1994. E ho continuato a insegnarvi ancora per un anno, dopo che il 9 luglio 2004 Giovanni Paolo II mi ha nominato segretario della Congregazione per la dottrina della fede.

Come ricorda il periodo in cui ha lavorato accanto al prefetto, il cardinale Ratzinger?

Dobbiamo fare un passo indietro perché sono stato nominato membro della Commissione teologica internazionale nel 1992 e vi sono rimasto fino al 1997. Dal 1995 sono stato anche consultore della Congregazione per la dottrina della fede. Poi dal 2004 ho ricoperto l’incarico di segretario generale della Commissione teologica internazionale. Come consultore lavoravo a contatto diretto con il segretario del dicastero, piuttosto che con il prefetto. Questo servizio è stato un’esperienza molto buona, che riuscivo a conciliare, come tutti gli altri consultori, con le esigenze della docenza, mentre questo è divenuto impossibile una volta nominato segretario.

Quali materie ha insegnato?

Essenzialmente teologia dogmatica, eccetto l’area di ecclesiologia e sacramenti. Naturalmente il mio insegnamento era basato sulla Scrittura, i padri della Chiesa, la tradizione e il magistero della Chiesa. E ovviamente seguivo le indicazioni teologiche del concilio Vaticano II, che si è svolto mentre studiavo diritto a Madrid.
Rispetto alla stagione del concilio, ritiene che oggi la teologia sia un po’ in declino?
Non direi. Tuttavia, ci sono sempre stati dei grandi momenti, e quello del concilio è da considerare uno di questi. Al Vaticano II c’erano illustri teologi e alcuni di loro li ho poi conosciuti di persona. Oggi mancano questi grandi nomi. Ma non significa che non ci sia un alto livello teologico nelle università, e in ogni caso non credo che la teologia sia in declino. Siamo piuttosto in un momento di assimilazione e di critica dopo il concilio.

Per secoli la teologia è stata soprattutto europea. E ora?

A questo proposito è molto interessante considerare la composizione attuale della Commissione teologica internazionale. Da quando è stata istituita, quasi mezzo secolo fa, al suo interno è cresciuta la presenza di persone che provengono da paesi non europei: asiatici, africani, americani. Negli ultimi decenni la teologia, così come la Curia romana, è diventata più universale. Da quando nel 1992 sono entrato nella commissione, la novità più grande è stata comunque la presenza di alcune donne, che hanno portato la loro specifica competenza. Credo tuttavia che i membri non vadano scelti in quanto uomini o donne, ma perché si dimostrano capaci e competenti. E l’attenzione al ruolo delle donne nella Chiesa da parte del dicastero si è manifestata concretamente anche con l’organizzazione di un seminario su questo tema nel 2016, seminario di cui già sono usciti gli atti.

Di quali temi si sta occupando la Congregazione per la dottrina della fede?

Essenzialmente di quelli a cui il dicastero è tenuto a dare risposte: ora in particolare di ecclesiologia, libertà religiosa, sacramenti. E stiamo concludendo una riflessione sull’antropologia biblica, dalla quale ci attendiamo risposte per i quesiti del nostro tempo. Va ricordato anche il recente documento su morale ed economia Oeconomicae et pecuniariae questiones, che ha avuto un’ampia risonanza anche in ambienti laici.

Nel lavoro del dicastero che spazio occupa la comunicazione?

Dopo il concilio Vaticano II, oltre alla tutela e alla difesa della fede, alla congregazione è stato affidato anche l’incarico di promuoverla. Non dimentichiamo però che i nostri interlocutori diretti sono i vescovi e i teologi. È difficile che i nostri documenti arrivino al grande pubblico ma non è questo, in fondo, il nostro scopo.

Tra le questioni emerse in questi ultimi tempi c’è quella degli abusi sessuali su minori da parte di ecclesiastici. Quali sono i compiti del dicastero?

Tra le sue competenze la congregazione ha quella di studiare e giudicare i casi di abusi commessi da chierici. Noi autorizziamo i vescovi a procedere contro un presunto colpevole. Devo dire che molti casi che arrivano al dicastero in materia di abusi sui minori sono riferiti a decenni fa. Questo potrebbe far sperare che si tratti soprattutto di un fenomeno del passato, ma non abbiamo purtroppo certezza che sia esaurito.

Un altro tema cruciale è quello ecumenico. A che punto è il recente dibattito sulla questione della comunione al coniuge non cattolico nei matrimoni misti?

È un tema che va studiato attentamente e a cui si deve dare una risposta a livello universale. Senza dimenticare che la questione, emersa in Germania, è di competenza di tre dicasteri: quello per la promozione dell’unità dei cristiani, quello per i testi legislativi e, naturalmente, il nostro. Credo che si studieranno norme generali.
Siete coinvolti anche nei lavori del prossimo sinodo sui giovani?
Certamente. Il tema giovani, fede e discernimento vocazionale ci chiama direttamente in causa. Naturalmente saremo impegnati insieme con gli altri dicasteri, in primo luogo, con la segreteria generale del Sinodo dei vescovi. D’altronde, la trasmissione della fede è sempre una questione di grande attualità. Anche nel sinodo sull’Amazzonia, in programma nel 2019, questo nodo si è imposto con grande forza. E ovviamente non si tratta di una preoccupazione limitata a certe aree geografiche: non c’è bisogno di allontanarsi da Roma per constatare quanto sia di attualità.

Sino alla fine del concilio Vaticano II il Papa era prefetto della congregazione. Oggi che rapporti ha con il dicastero?

Paolo VI ha voluto un prefetto anche per il dicastero, ma di fatto prima del concilio, anche se il Papa era formalmente il prefetto, a svolgere questo ruolo nel concreto era il segretario. Comunque, questo non significa che ora il Pontefice segua con meno interesse l’attività della congregazione. E posso testimoniare che, con Benedetto XVI e con Francesco, il Papa ha sempre seguito e segue il nostro lavoro, direttamente e con una grande attenzione.

Esiste l’urgenza della formazione dei fedeli a cui si è riferito spesso Benedetto XVI e a cui richiama oggi il Papa?

Sì, certo. Molti non hanno avuto una catechesi e oggi occorrono uno sforzo e un impegno maggiori in questo percorso formativo. Negli ultimi decenni la secolarizzazione è stata molto forte soprattutto nei paesi europei. In Asia e in Africa, invece, c’è una vera fioritura di vita cristiana e di vocazioni, soprattutto in alcune nazioni come Vietnam e Corea.

Il cardinale Ratzinger, con viaggi in diversi continenti, ha iniziato a portare la congregazione nel mondo. È continuata questa novità?

Sì, come segretario sono già stato in Tanzania, in India, in Ungheria. E abbiamo in progetto altri viaggi fuori dall’Europa. E parlo al plurale perché con il prefetto c’è sempre il segretario e alcuni officiali del dicastero.



Due maestri gesuiti
È stato soprattutto l’incontro con due maestri, entrambi gesuiti, a segnare l’itinerario di studio di Luis Ladaria. Giunto a Francoforte dalla Spagna, il giovane confratello maiorchino ha seguito infatti dapprima i corsi di Alois Grillmeier (1910-1998), e questi in seguito gli ha suggerito per il dottorato di andare a Roma a lavorare sotto la guida di Antonio Orbe (1917-2003). Lo studioso tedesco, creato cardinale nel 1994, aveva curato con Heinrich Bacht un’importante opera in tre volumi (1951-1954) sul concilio di Calcedonia ed era stato membro della commissione teologica del Vaticano II. Nel 1979 iniziò a uscire in Germania la sua fondamentale storia della cristologia antica, completata nel 2002, quattro anni dopo la sua morte, grazie alle cure della teologa Theresia Hainthaler, tradotta in diverse lingue e pubblicata in Italia dall’editrice Paideia in sei volumi, ora finalmente conclusi (Gesù il Cristo nella fede della Chiesa, 1982-2018). Altrettanto rilevanti gli studi del patrologo spagnolo che insegnò alla Gregoriana. Lettore e conoscitore straordinario delle fonti antiche, pagane, giudaiche e cristiane (in particolare degli scritti gnostici e del loro grande avversario cattolico, Ireneo di Lione), l’instancabile ricercatore pubblicò oltre settecento studi, per un totale di trentamila pagine. Tra questi, i sei volumi degli Estudios valentinianos (1955-1966), e nel 1987 un’originalissima Introducción a la teología de los siglos ii y III in due volumi, editi anche in italiano (Piemme) nel 1995 e in francese (Cerf) nel 2012. (g.m.v.)

© Osservatore Romano - 11 agosto 2018


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