Rassegna stampa formazione e catechesi

Inedito abbraccio

Civiltà del diritto e civiltà della fratellanza

Nel corso del XX secolo, sconvolto, non da uno, ma da due conflitti mondiali, la globalizzazione della violenza, fino all’obbrobrio eugenetico delle camere a ga

francesco abbraccia il lebbroso

s, ha imposto alla coscienza umana un’opera di globalizzazione della pace, basata sui diritti fondamentali della persona umana: «Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato sofferenze indicibili all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nel valore e nella dignità della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne (...) abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini» (Carta delle Nazioni Unite, 26 giugno 1945).

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, intendeva ergersi a baluardo contro ogni tentativo di violazione della dignità della persona umana. Un vero segno dei tempi, la definisce Giovanni xxiii nella Pacem in terris, superando le remore di alcuni ambienti ecclesiastici piuttosto critici: «Non vi è dubbio che il documento segni un passo importante nel cammino verso l’organizzazione giuridico-politica della comunità mondiale. In esso infatti viene riconosciuta, nella forma più solenne, la dignità di persona a tutti gli esseri umani; e viene di conseguenza proclamato come loro fondamentale diritto quello di muoversi liberamente nella ricerca del vero, nell’attuazione del bene morale e della giustizia; e il diritto a una vita dignitosa». 

 

La Dichiarazione proponeva una svolta, non solo nella globalizzazione della non violenza, poi risuonata nel grido di Paolo vi «mai più la guerra», ma, in senso positivo, postulava la globalizzazione della pace. Papa Francesco, nella Laudato si’, ripartendo proprio da questa acquisizione, ne allarga ulteriormente la prospettiva. Egli afferma la necessità, non solo del diritto alla pace, ma del diritto ad abitare una «casa comune», dove non ci siano più «scartati», dove la ricerca del bene comune coincida con l’opzione per i poveri, dove non manchino cure per ogni fragilità, non esclusa naturalmente quella denunciata dalle ferite, sanguinanti e urlanti di nostra sorella e madre terra. 

 

Si tratta in sintesi del diritto alla fraternità universale, già enunciato nell’articolo primo della stessa Dichiarazione del 1948: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». Il vocabolo fratellanza, coniato dal diritto universale per definire la qualità parentale delle relazioni tra i membri della famiglia umana, offre l’avallo dell’ordinamento giuridico internazionale alla «cura della casa comune», auspicata dalla Laudato si’. Si deve purtroppo constatare però, che l’etica parentale, principio di radicale umanizzazione del diritto, non giunge ancora a includere le relazioni tra la persona umana e sorella madre terra. Nell’elenco dei Patti internazionali del 1966, ad esempio, non figura alcun diritto all’ambiente salubre, né un diritto allo sviluppo. Segni di speranza, al riguardo, si percepiscono unicamente a livello regionale o, talora, continentale, come, ad esempio, nel caso della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli. La ragione di questa imperdonabile mancanza si deve ascrivere a un regime economico neoliberista, imposto alla stessa politica mondiale da organizzazioni internazionali orientate al solo profitto.
La fratellanza universale, che fissa lo stile delle relazioni tra membri della casa comune, quasi anticipando il concetto stesso di “cura”, si radica in un’antropologia aperta a un pluralismo relazionale, inclusivo dell’intera comunità umana; un’antropologia integrale, intessuta di relazioni multidirezionali: con sé stessi, con il proprio corpo, con gli altri; relazioni con tutti, a partire dai più fragili e indifesi; relazione con un mistero trascendente, che è la condizione per escludere ogni dominio e per vivere, invece, decentrati, in un atteggiamento di servizio, intriso di tenerezza. La medesima richiede, perciò, anche un concetto di cittadinanza, che superi le restrizioni dettate da appartenenze anagrafiche nazionali, da sovranità statali. L’ascrizione alla fraternità universale della famiglia umana fonda, infatti, una cittadinanza plurima, speculare, d’altro canto, all’identità multipla, di cui fruisce, più o meno inconsapevolmente, ogni essere umano. La pace stessa esige la costituzione di un ordine mondiale interculturale, di una unità, pur culturalmente e religiosamente, diversificata.
Se di fronte alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della Rivoluzione francese, la Chiesa si è sentita defraudata della propria universalità religiosa, spirituale, derivante dalla Rivelazione, e solo con Leone xiii ha cominciato a riconoscere la validità dei diritti degli operai, violati dai soprusi di una industrializzazione schiavizzante, si è dovuto attendere fino al pontificato di Giovanni xxiii perché essa entrasse in piena sintonia con l’intero genere umano, proteso alla difesa della pace. Papa Francesco percorre, ora, il nuovo sentiero del Vangelo della creazione, abbandonando l’antico confronto Chiesa-Stato e proponendone uno nuovo, quello tra mondo e Vangelo: il mondo, da intendersi come casa comune, e il Vangelo come statuto della sua governance, le cui modalità applicative sono simili a quelle espresse dalla fraternità universale, enunciata dalla Dichiarazione del 1948.
In effetti, il riferimento agli Stati decade anche nello Ius novum del diritto internazionale, che predilige la centralità della persona umana, resa protagonista della scena globale, che dal borgo rurale si estende fino agli estremi fines terrae. Si ritiene ormai superata la prospettiva stato-centrica della cosiddetta pace di Westfalia, atto di nascita del vecchio diritto internazionale, che considerava il diritto alla guerra superiore di quello alla pace, la ragion di Stato superiore all’individuo, e lo stesso individuo valutato come oggetto del diritto anziché soggetto di esso. Con la Dichiarazione del 1948, l’etica viene, perciò, a prevalere sul diritto, reso strumento della medesima, in vista di un’estensione di essa a tutti i campi delle convivenza sociale, da quello dell’economia a quello della politica. L’universalizzazione dell’etica, cioè, viene a esaltare l’integralità dell’essere umano, materia e spirito, corpo e anima e, quindi, l’indivisibilità e l’interdipendenza dei diritti umani. Civiltà del diritto e civiltà della fratellanza, in nome dell’integrità della persona, si incontrano perciò in un abbraccio inedito. Anche l’ecologia integrale della Laudato si’, a salvaguardia della pienezza della natura umana, riceve dal diritto universale uno statuto giuridico positivo di eccezionale importanza.

di Giuseppe Buffon

© Osservatore Romano - 20 gennaio 2019

vd anche
http://www.antonianum.eu/it/news/5513/Religious-Voices--Human-Dignity-and-the-Making-of-Modern-Human-Rights

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