Rassegna stampa formazione e catechesi

Indomabilmente obbediente

Chiara di Assisi e la povertà

Un cadavere da abbigliare riccamente fu tutto quel che Chiara abbandonò in potere al mondo quando si avviò definitivamente a Dio, nuda nella libertà, nell’anno 1253. Il corteo tutto maschile di vescovi, cardinali e frati ne prese possesso per scortarlo alla tomba in San Giorgio avvolto in un drappo sontuoso rosso ed oro, adagiato su un baldacchino principesco, finalmente docile alle esigenze mondane e non più inflessibile strumento dell’altissima povertà costruttrice del Regno di Dio. Dalle dita di Chiara, la sera dell’11 agosto, era scivolata, alla fine, l’arma che l’aveva resa indomabile in terra nel seguire il Cristo poverello più libera, folle e forte dello stesso Francesco.

Frammenti di affresco ritrovati ad Antrodoco

Chiara fu una fortezza imprendibile, difesa da porte aperte che nessuno riusciva a varcare, né con le lodi né con il timore. Una piccola pergamena firmata da un papa che confermava la concessione di un suo predecessore le aveva consentito di tenere testa al potere del secolo, incarnato da tre pontefici impegnati a proteggere il corpo della Chiesa da quelli che ritenevano rischi ed avventure. Obbedientissima figlia della Chiesa, in tempi in cui la spiritualità femminile prorompeva ed esigeva di vivere nel mondo secondo la povertà evangelica anche in aperta ribellione a papa Gregorio IX che aveva imposto clausura e regola benedettina ad ogni femmina, Chiara fu indomabilmente obbediente.

Accettò la clausura e le porte serrate con i chiavistelli, lei che per seguire Francesco, era scappata di casa con sdegno dei maschi di famiglia e scandalo pubblico. Ma le ribelli vaganti, che Gregorio additava ai vescovi come le discalceatae, le scalze, furono riassorbite, omologate con le buone o le cattive, seguendo il destino normalizzato di ogni rivoluzionario. Chiara, invece, torna oggi ad offrirci un via percorribile — libera, folle e forte — anche per un mondo che rischia di immolarsi all’ideologia darwiniana del profitto. Per dirla con l’allora cardinal Ratzinger, Chiara, nata nel 1194, è il “laboratorio della nostra liberazione” nel terzo millennio.

Basta raccogliere quella piccola pergamena che, raccontarono le sue sorelle, conservava con attenzione e cura quasi ansiosa e che le scivolò dalle dita solo con la morte. Il privilegio dell’altissima povertà. Rilasciatole prima da Innocenzo III nel 1216 e poi confermato da Gregorio nel 1228. Se ebbe un oggetto caro Chiara d’Assisi, quello fu la pergamena del privilegio che portava sempre con sé. Un privilegio nel Medioevo era un’esenzione legale, meglio una deroga alle regole valide per tutti concessa con forza di legge. Una specie di piccola legge ad personam. Ai papi ne venivano richiesti dei più vari, tutti però in relazione a un vantaggio, a un profitto, una corsia preferenziale, una piccola forma di potere discrezionale non discutibile, pena l’ira di Dio e degli apostoli Pietro e Paolo (come ammoniva la formula). Nella leggenda di santa Chiara, che potrebbe non essere di Tommaso da Celano come ritenuto fino a oggi, si racconta che Innocenzo III, davanti alla richiesta della ventenne Chiara, sorrise di tanto candore. Un privilegio del genere — non poter essere mai obbligata da nessuno, pena la collera divina ed apostolica, ad “accettare possessioni” — non se l’era mai sentito chiedere. Pare che l’abbia redatto, nella prima formula andata perduta, direttamente di suo pugno, riprendendo le parole della richiedente. La richiesta, però, se era certamente candida era stata inoltrata con la scaltrezza del serpente che Cristo raccomanda e che Chiara dimostrò di sapere usare quando, in fuga dai maschi di famiglia, come prima cosa si fece tonsurare i capelli: atto che la emancipò legalmente dall’obbedienza ai suddetti maschi, consacrandola. Solo per inciso: la sorella Agnese — che invece fuggendo trascurò il dettaglio — fu quasi ammazzata di botte dallo zio Monaldo in un’incursione dei parenti furibondi che volevano rapirla. E Francesco, poi, la tonsurò in gran fretta. Innocenzo III, che morì di lì a poco, dette a Chiara lo strumento legale che sicuramente era nei (santi) piani della povera dama di San Damiano. La forza di Chiara, che tra le altre cose rinunciò anche all’esercizio di ogni forma di potere sulle persone, fu sempre lo spogliarsi di qualche cosa. I capelli prima, la possibilità di possedere, poi. Fino ad arrivare alla totale nudità che, scrisse ad Agnese di Boemia, principessa che aveva abbracciato Cristo nella povertà, è l’arma vincente del vero combattente. Chi combatte, scriveva, sia nudo così l’avversario non avrà nulla cui afferrarsi. Scrivendo, alla fine della vita, una dolcissima e democratica Regola (la prima che una donna abbia osato sottoporre ad approvazione) Chiara stabilì anche quale fosse l’ultimo “possedimento” che il vero combattente debba deporre per colpire senza essere afferrato: il potere sulle persone. A legger bene, Chiara è dunque l’antitesi, la contraddizione allo spirito corrente di tempi fatti per i forti sui deboli.

E giganteggia per l’efficacia della sua formula di vita non pauperistica, non inerme ma d’attacco. Il “laboratorio della nostra liberazione” dirà un futuro pontefice, arrendendosi alla dama otto secoli dopo.

Non la domarono, all’epoca, tre papi che — per inciso — la amarono e stimarono. In particolar modo quel Gregorio IX che ebbe con lei un drammatico scontro appena eletto, subito dopo la morte di Francesco. Separazione umana durissima che lasciava la povera dama sola davanti alle pressioni di chi avrebbe voluto farne il riferimento del monachesimo femminile politicamente corretto e la premeva, dunque, ad accettare possedimenti. Il motivo era molto pratico: se la perfetta monaca doveva nella sua fragilità essere protetta dalla clausura, occorreva che la Chiesa provvedesse a garantirle un mondo autosufficiente di beni, possedimenti ed organizzazione gerarchica, ossia potere con il quale il potere romano potesse ragionare d’amministrazione e gestione di quelle che oggi chiamano risorse umane. Ossia tutto quello che Chiara considerava ostacolo alla sequela di Gesù e della sua “madre poverella”. Gregorio venne a chiedere alla combattente reclusa Chiara di rivestirsi di tutto questo proponendole lo scioglimento dal voto di povertà. E non si trascuri che Gregorio stava offrendo a Chiara anche un ruolo di primissimo rango, la possibilità di mettere il suo nome su un progetto. fama e potere, dunque, per ottimi e santi motivi. Oggi si direbbe per senso di responsabilità (e quanti responsabili ci sono in giro). La risposta rimase nella bolla di canonizzazione di Chiara: «A nessun patto, santissimo padre, e mai in eterno». Il primo round fra i due terminò con Gregorio che nel 1228 dovette confermare il privilegio dell’altissima povertà con una pergamena che resta conservata tra le reliquie e che ricalca quella di Innocenzo.

Ma non era finita. Il papa prese a lavorare ai fianchi. Altri monasteri che avevano ottenuto il privilegio furono piegati dal papa stesso ad accettare beni e possedimenti. E quando parve a Gregorio che la fortezza assediata fosse rimasta isolata, sferrò il colpo della Quo Elongati. Era il 28 settembre del 1230. Chiara e le sue 50 sorelle povere, recluse per obbedienza, non avrebbero più potuto ricevere la visita dei frati francescani predicatori ma solo di quelli che portavano il cibo per sopravvivere. Negli assedi si tagliano le vie. Chiara, impugnato il privilegio che le consentiva di fare come voleva a casa sua, respinse allora anche i frati vivandieri. E il papa seppe che non sarebbe entrato il suo pane se non fosse entrata la parola di Dio. Quel “mai in eterno” deve essere risuonato nella mente di Gregorio, affrontato dal primo sciopero della fame della storia portato avanti da 50 femmine recluse dietro alla loro amata e disarmata Chiara. Per citare Manzoni, che c’entra sempre, deve aver pensato “santa donna, ma che tormento”. Vinse Chiara, dopo un non breve periodo di stenti e fame durante il quale un segno disse anche — per chi ci crede come chi scrive — da che parte della barricata stava il favore. Affamate nel refettorio, le scioperanti avevano ricevuto chissà come un pane. Come Gesù poverello Chiara disse a Cecilia: «Dividilo e distribuiscilo fra tutte e mandane metà al frate di fuori». Quel giorno si saziarono e ne avanzò. E quel mezzo pane mandato fuori, oltre che carità, pare anche un femminilissimo e beffardo segnale di forza lanciato all’assediante.

Nessuno può affermare che l’indomabile fosse disobbediente: ce lo spiega la medievista Barbara Frale che si è dedicata anche a raccontarci il Francesco che conosciamo meno: «Chiara — dice — non pretese di imporre la sua forma di vita e la povertà a nessuno. Si limitò a chiedere di fare, a casa sua, come riteneva giusto. Le fu accordato e lei si infiltrò, per così dire, tra le maglie di una società rigidamente maschilista». Un esperimento di liberazione umana che va oltre la vita terrena di una donna di nome Chiara e che è in cammino da settecento anni. Sotto le spoglie del lascito di una piccola pergamena.

di Chiara Graziani

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