giordano gesu scaccia i mercanti dal tempiodi MARCELLO SEMERARO

La sottolineatura fatta da Francesco della tentazione — “della” Chiesa e “nella” Chiesa — ha una precisa matrice nella spiritualità ignaziana, da cui è “formato”. La dinamica della tentazione che Ignazio descrive negli E s e rc i z i ha, infatti, una duplice finalità: quella di impedire il cammino spirituale, oppure di mettere alla prova. Archetipo del primo scopo è la tentazione dei progenitori; del secondo, è la tentazione di Gesù nel deserto. C’è, però, un altro aspetto della tentazione che la tradizione spirituale ha fin dal principio messo in luce e di cui soprattutto Origene ha sottolineato l’importanza: ogni tentazione permette all’uomo di conoscersi.
Satana, in effetti, non riesce ad attaccarci se non là dove abbiamo lasciato aperta una porta. Al contrario, ogni nostra resistenza alla tentazione mette pure in evidenza la nostra energia spirituale. Ecco allora che la tentazione contribuisce affinché l’uomo giunga a svelare la propria identità. Per questo tra i primi detti di Antonio, il padre dei monaci, c’è questo: «Nessuno, se non avrà conosciuto le tentazioni, potrà entrare nel regno dei cieli. Togli, infatti, le tentazioni e nessuno sarà salvato». La ragione sta nel fatto che la tentazione è un fondamentale momento di conoscenza di sé. La tentazione è, insomma, l’“ora della verità”. «Senza sopportare la tentazione dei sensi non è possibile conoscere la verità», sentenziava Isacco di Ninive, monaco vissuto nel VII secolo, per il quale le tentazioni sono prove che aiutano a crescere e introducono a una più profonda conoscenza di Dio. «Prima delle tentazioni l’uomo prega Dio come un estraneo, ma quando entra nelle afflizioni a causa dell’amore per lui è considerato come suo intimo e amante, perché, secondo la sua volontà, ha lottato contro l’esercito dei suoi nemici». Ignazio di Loyola eredita questa spiritualità. Sulla sua scia, Bergoglio dice che secondo la tradizione cristiana «il luogo della tentazione è luogo di grazia. La tentazione è un “tempo difficile”, e, come tale, “appartiene al disegno del Padre ed è essenzialmente tempo di grazia e di salvezza”». Le tentazioni rivelano la Chiesa a se stessa; le ricordano la sua dimensione umana e la sua condizione peregrinante, secondo quanto insegnato dal Vaticano II . Fra queste interne afflizioni ci sono anche lo gnosticismo e il pelagianesimo. Si tratta non soltanto di tentazioni, ma pure di atteggiamenti dell’animo e del pensiero che, per quanto legati a precisi contesti storici, nella Chiesa non passano mai in giudicato. Sono “tentazioni” permanenti della Chiesa, simili a quella che Gesù subì nel deserto. Nel Vangelo secondo Luca leggiamo che al termine delle tentazioni «il diavolo si allontanò da lui sino al momento fissato» (4, 13). Ora, piaccia o non piaccia, il testo greco chiama k a i ro s questo tempo. Bergoglio diceva che il luogo della tentazione è luogo di grazia e di salvezza e concludeva: «Il cuore della tentazione sta nel binomio fedeltà-infedeltà. Dio nostro Signore vuole una fedeltà che si rinnovi a ogni prova». In Evangelii gaudium Fr a n c e s c o dice che gnosticismo e pelagianesimo sono come due fiumi affluenti in quel «mare amaro» che è la “mondanità spirituale”: espressione, anche questa, ricorrente sulle labbra del Papa. Essa gli giunge dalla lettura di Méditation sur l'Église , che di Henri de Lubac non è l’opera più ponderosa ma certamente fra le più conosciute, le più lette, le più amate. Lo stesso de Lubac, tuttavia, l’aveva a sua volta ripresa da Lo Spirito e la Sposa del benedettino Anscario Vonier, che ne scrive in questi termini: «Certo, questo pericolo di “mondanità” è sempre presente. Quando noi ne parliamo come di una grave insidia, intendiamo riferirci a qualcosa di più sottile di quanto solitamente si esprime con quel termine. Per “mondanità” nella vita della Chiesa si intende comunemente quell’amore delle ricchezze e dei piaceri che si trova talvolta negli alti dignitari ecclesiastici: un male sicuramente, ma certo non il più grave. La mondanità spirituale, quando dovesse impadronirsi della Chiesa, sarebbe ben più disastrosa. Per essa noi intendiamo quell’atteggiamento che, in pratica, si presenta come opposto all’altra mondanità, ma il cui ideale morale, diremo meglio spirituale, sarebbe, invece che la gloria del Signore, il vantaggio dell’uomo». L’espressione era rimasta pressoché sconosciuta, ma una volta salito sulla cattedra di Pietro, il richiamo di Bergoglio alla mondanità spirituale ha conosciuto un’enorme amplificazione. È noto, peraltro, che Bergoglio vi fece ricorso nel suo intervento alle Congregazioni generali previe al conclave dal quale sarebbe uscito come nuovo Papa: «La Chiesa, quando è autoreferenziale, senza rendersene conto, crede di avere luce propria; smette di essere il mysterium lunae e dà luogo a quel male così grave che è la mondanità spirituale (secondo de Lubac, il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa): quel vivere per darsi gloria gli uni con gli altri. Semplificando, ci sono due immagini di Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che esce da se stessa; quella del Dei verbum religiose audiens et fidenter proclamans , o la Chiesa mondana che vive in sé, da sé, per sé. Questo deve illuminare i possibili cambiamenti e riforme da realizzare per la salvezza delle anime». È sufficiente però citare il n. 93 dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium : «La mondanità spirituale, che si nasconde dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa, consiste nel cercare, al posto della gloria del Signore, la gloria umana e il benessere personale. Assume molte forme, a seconda del tipo di persona e della condizione nella quale si insinua. Dal momento che è legata alla ricerca dell’apparenza, non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale». Perché un giudizio così negativo? Perché la mondanità spirituale è — in qualche modo — “dominio sullo spazio” nella e della Chiesa e rinuncia al lavoro umile e generativo di chi, invece, compreso del senso di una storia della salvezza escatologicamente aperta e definita, si pone al servizio dell’“avviare processi”. Ma qual è la sorgente che rende infetti e peccaminosi gli atteggiamenti gnostici e pelagiani, sicché tutto, dove quelle acque giungono, rimane inquinato e inquinante? Quando l’ho chiesto a Francesco, egli mi ha risposto prontamente e semplicemente così: la carne di Cristo! Gnosticismo e pelagianesimo, infatti, negano e rifiutano la carne di Cristo. Per il primo essa non esiste, per il secondo il Crocifisso è da respingere poiché la sua non è parvenza d’uomo. Così indirizzato, mi sono messo in ricerca fra i testi di Francesco. In Evangelii gaudium , n. 94 Francesco ha spiegato così: «In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente. Sono manifestazioni di un immanentismo antropocentrico. Non è possibile immaginare che da queste forme riduttive di cristianesimo possa scaturire un autentico dinamismo evangelizzatore». Riappare il principio di Tertulliano: caro salutis est cardo . La questione vera, dunque, è la centralità di Cristo. All’origine di un’ecclesiologia deviata e deviante c’è sempre un errore cristologico.

© Osservatore Romano - 17 giugno 2017

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