arvo part E7V7203di MARCELLO FILOTEI

Arvo Pärt è uomo di poche parole, però le ripete spesso. La sua musica funziona allo stesso modo. Ma per arrivare a definire uno stile così personale fatto di ipnotiche iterazioni, di incisi melodici arcaicizzanti è dovuto rimanere in silenzio a lungo. Era il 1968, lui era nato trentatré anni prima, era un ottimo compositore, stimato in Estonia e all’estero. Poteva limitarsi a essere un apprezzato artista di avanguardia, decise invece di fermarsi a riflettere su quello che faceva. Silenzio, riflessione e nessuna nota sul pentagramma.
Paradossalmente nella sua parabola artistica il momento più importante è quel lungo silenzio. «Uno scrittore che amo ha detto che durante la sua vita ha vissuto un momento nel quale ha sentito l’esigenza di guardare indietro e si è accorto che tutto ciò che prima aveva cercato sul lato destro stava invece sul lato sinistro, e viceversa. A me è accaduto qualcosa di simile. Ho vissuto una crisi, che in qualche modo rispecchiava un disagio più grande presente nel mondo e nell’arte. Gli anni settanta per me hanno rappresentato questo». Quando nel 2011 ci raccontava quel periodo l’accento cadeva più spesso sulle «domande esistenziali» da affrontare che su questioni musicali da risolvere. I nodi da sciogliere erano legati all’incapacità e qualche volta all’imp ossibilità. Arvo Pärt è tra i vincitori della settima edizione del premio Ratzinger, che sarà consegnato il prossimo 18 novembre, proprio perché analizzando i propri limiti ha trovato il modo di essere se stesso. Concluso il «riorientamento artistico», nel 1976, Pärt ha fatto tabula rasa dello stile avanguardistico usato fino ad allora e lo ha fatto come lo fanno i musicisti: ha scritto un nuovo lavoro, l’ha intitolato Tabula rasa e ha raccontato a tutti cosa aveva trovato, o forse sarebbe meglio dire cosa aveva cercato. Gli sono serviti due violini, un pianoforte preparato e un’o rc h e stra da camera. Tutti congelati per mezz’ora su un unico inciso melodico. Si chiama tintinnabulum ed è un triplo salto mortale senza rete: o funziona e salti in piedi tra gli applausi dopo l’atterraggio o sparisci tra i sussurri di compatimento . Il messaggio è chiaro e la parola chiave è “togliere”. Asciuga asciuga, Pärt è arrivato all’essenza di una linguaggio fatto di recupero di stilemi passati e di profondo senso estetico. Una sofferenza di fondo espressa con mezzi volutamente ridotti: pochissime note, iterazioni melodiche su incisi elementari, nessuna modulazione che creerebbe necessariamente un movimento, ritmi ipnotici ripetuti ciclicamente, abbandono della tonalità a favore di un andamento modale, pause. Sembra a tratti la trasposizione in musica della vita di un monastero: poche parole, preghiera monodica, rigidità nella scansione dei tempi della giornata, gregoriano, silenzio. Ma per creare certe atmosfere, in musica, ci vuole parecchio tempo. Per questo Pärt sembra a volte provenire da un’altra epoca. In un mondo in cui tutto si consuma velocemente per non essere mai più riproposto, lui ci impone di riflettere continuamente sulla stessa cosa, per valutarne i lentissimi mutamenti. La tecnica del tintinnabulum punta all’ascesi artistica, e funziona bene soprattutto quando il dolore penetra a fondo la composizione. Come nello Stabat mater per tre voci, violino, viola e violoncello del 1985, un movimento unico che con i suoi venticinque minuti è tra i lavori più lunghi dell’autore, nonostante l’organico cameristico. L’immobilismo concettuale si traduce qui in un andamento ieratico, fondato su una sequenza latina utilizzata per riproporre ossessivamente frammenti melodici sottoposti a minime metamorfosi interne. L’impasto timbrico di derivazione medioevale rispecchia un modo di costruire la polifonia a partire dall’intreccio di linee monodiche semplicissime, che hanno come compito principale quello di distribuire il suono nello spazio. Gli archi entrano in lontananza per avvicinarsi lentamente mentre le voci ripropongono sotto nuove vesti temi già scanditi dagli strumenti. Quasi dieci anni dopo Tabula rasa , nello Stabat mater tutto è diventato ancora più chiaro: più che di musica si tratta di tecniche rituali, che non cercano di illustrare né di esprimere il senso delle parole, ma solo di proporle filtrate attraverso un mai sopito stupore del compositore di fronte alle tragedie del Novecento. Nei decenni Pärt ha scritto brani che sono entrati stabilmente nel repertorio delle maggiori istituzioni musicali del mondo e ha messo a punto una tavolozza stilistica solida che gli garantisce una assoluta riconoscibilità. Il rischio è quello di cadere nella tentazione di ripetere gli stessi procedimenti senza aggiungere l’esperienza che continuamente muta l’animo dell’artista. Sullo scivoloso crinale che separa la semplicità, sempre auspicata, dalla banalità, sempre in agguato, è più facile cadere dalla parte sbagliata se si ripropongono spesso gli stessi elementi. Raramente succede anche a Pärt, al quale pure bisogna essere grati per il recupero di una cantabilità che pareva scomparsa dalla musica contemporanea.

© Osservatore Romano - 28 settembre 2017


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