Rassegna stampa formazione e catechesi

Il samaritano e l’albergatore

san Francesco cura il lebbroso Santiago del Chile Museo de Arte Colonial de San FranciscoA cura di P. Pietro Messa, ofm

di Fortunato Iozzelli

Nella predicazione del vescovo duecentesco Odo da Châteauroux

Tra i sermoni latini in onore di Francesco d’Assisi elencati in un recente repertorio, solo uno ha come tema Homo quidam descendebat de Ierusalem in Iericho et incidit in latrones (Luca, 10, 30).

Ne è autore Odo da Châteauroux, grande ecclesiastico duecentesco e celebre predicatore . Creato cardinale vescovo di Tuscolo (Frascati) da Innocenzo IV nel 1244, egli prese parte al concilio I di Lione (1245) e in qualità di legatus a latere del Papa per la Francia si adoperò per la riforma di alcuni monasteri e capitoli canonicali. Il sermone Homo quidam descendebat de Ierusalem in Iericho, è tràdito nel codice X I V. 3.34 dell’Archivio generale dell’Ordine dei Frati Predicatori (Santa Sabina, Roma) ed è già stato edito da Jean-Baptiste Pitra, Edouard d’Alencon, Michele Faloci Pulignani e Alexis Charansonnet.

Dalla rubrica che precede il versetto tematico si apprende che Odo ha tenuto il sermone a santa Maria della Porziuncola, nella pianura sottostante Assisi, dove Francesco morì la sera del 3 ottobre 1226. Il sermone presenta questa struttura: enunciazione del tema; breve introduzione, in cui Odo riferisce un episodio della sua fanciullezza; esegesi di Luca, 10, 30-32; interpretazione di Francesco d’Assisi come buon Samaritano; breve esortazione conclusiva. Esposto il tema, Odo narra brevemente un fatto personale: nel guardare «quando era fanciullo» una vetrata dove era rappresentata la parabola del buon Samaritano e di cui ignorava il significato, un «giovane laico» gli disse che quella pittura metteva in imbarazzo i chierici e i religiosi perché non avevano compassione dei poveri e degli indigenti, mentre i laici mostravano misericordia nei loro riguardi e li aiutavano nelle loro necessità, e poi gli spiegò la parabola.

Il discorso che il giovane fece a Odo riflette il contenuto del racconto evangelico, in cui si mette chiaramente in evidenza che un sacerdote e un levita, visto un uomo ferito e mezzo morto lungo la strada da Gerusalemme a Gerico, «passarono dall’altra parte» (cioè lo scansarono e proseguirono indifferenti il viaggio), mentre un Samaritano (un laico, non addetto come gli altri due al culto) «venne presso di lui, e avendolo visto si commosse» (Luca, 10, 31-33). Ma c’è di piu: nelle parole del giovane si possono cogliere sia un atteggiamento di critica nei confronti del clero, sia una certa familiarità con la Bibbia. Occorre tenere presente, anzitutto, la terminologia “chierici/religiosi” e “laici”. A partire dall’epoca carolingia si era accentuato il divario tra la cultura dei chierici e dei monaci/religiosi (persone “scelte” da Dio per essere al suo servizio) e quella dei laici (i non appartenenti al clero). I primi erano considerati litterati, perché sapevano il latino ed erano in grado di spiegare la Bibbia; i secondi erano illitterati, in quanto conoscevano solo la lingua parlata e perciò non avevano accesso alla sacra Scrittura.

Da questa diversità nasceva anche il disprezzo verso i laici, paragonati per la loro ignoranza alle bestie. Mentre i monaci e i chierici in cura d’anime avevano scelto un genere di vita ritenuto come il più adatto per raggiungere la perfezione, i laici in quanto dediti ai negotia saecularia (lavoro, commercio, matrimonio) si trovavano a un livello inferiore della gerarchia e in una condizione subordinata di fronte agli ecclesiastici da cui ricevevano i sacramenti e la parola di Dio. Se dal punto di vista ecclesiologico l’ordo clericorum venne ad assumere a poco a poco una posizione di preminenza e di guida nella societas christiana riservando all’ordo laicorum un ruolo di obbedienza e sottomissione, di fatto i laici non mancarono di rivendicare una loro partecipazione più attiva e significativa alla vita della Chiesa e una maggiore autonomia dal clero.

A renderli consapevoli dell’importanza della loro funzione contribuirono vari fattori quali l’aiuto prestato nella lotta contro il clero simoniaco e concubinario al tempo della riforma gregoriana, il loro intervento alle crociate in Terra Santa, la loro aspirazione sull’onda del “risveglio evangelico” del XII secolo al rinnovamento della Chiesa mediante il ritorno al modo di vivere di Cristo e degli apostoli, l’esigenza di praticare la povertà evangelica che li spingeva a criticare la ricchezza dei monaci e dei chierici, e soprattutto il loro impegno a favore dei poveri e degli emarginati (vagabondi, lebbrosi, prostitute). A questo proposito è opportuno rilevare che nei secoli XII e XIII si moltiplicano le istituzioni che si occupano dell’assistenza delle persone bisognose, nelle quali la devozione all’umanità di Cristo porta a vedere il riflesso della povertà e della sofferenza del Signore. Il programma cui si ispirano gli ospedali è fondato sulle opere di misericordia corporale: infatti in essi si dà accoglienza e aiuto non solo ai malati, ma anche ai pellegrini, ai bambini abbandonati, ai vecchi invalidi, alle partorienti e così via.

A questi istituti di beneficenza non solo i chierici ma anche i laici destinano lasciti testamentari. Un altro aspetto che caratterizza la religiosità dei laici è il bisogno di accedere direttamente alla parola di Dio. Da qui i loro tentativi, spesso ostacolati o visti con diffidenza dai chierici, di conoscere meglio la Bibbia per mezzo di traduzioni in volgare e di dedicarsi alla predicazione itinerante. Anche se la cultura biblica non è un fenomeno generalizzato ma riguarda prevalentemente un’élite ristretta, non bisogna tuttavia dimenticare che i laici in mancanza di un contatto diretto con i testi sacri possono arrivare a essi attraverso altri canali come la predicazione in lingua volgare del clero, gli statuti delle confraternite (ricchi di riferimenti biblici), le immagini (affreschi, tavole, vetrate) che raffigurano episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento, e alcune preghiere conosciute a memoria come il Pater noster, l’Ave Maria, il Credo e il Magnificat.

In questo contesto, la testimonianza autobiografica di Odo riguardo al giovane che da un lato critica i chierici che non «hanno compassione dei poveri e degli indigenti» mentre sostiene che i laici sono sensibili ai loro bisogni, e dall’altro è in grado di illustrargli la parabola evangelica rappresentata nella vetrata, non è un puro artificio retorico ma rispecchia un atteggiamento diffuso tra i laici nel XIII secolo. Nell’ultima parte del sermone, Odo illustra la compassione del santo verso gli altri. Convertitosi a Dio sommo bene, Francesco ha sentito il desiderio di aiutare gli altri a guarire dal male; insomma ha capito che non doveva «vivere per se stesso, ma giovare agli altri».

Perciò come il buon Samaritano della parabola, il santo ha caricato gli uomini feriti dal peccato sul suo “giumento” (Luca, 10, 34), vale a dire su se stesso, nel senso che si è preoccupato della salvezza delle loro anime e si e impegnato con la predicazione e con l’esempio di vita evangelica ad attrarli a D io. È interessante, a questo proposito, il riferimento da parte di Odo all’etimologia della parola iumentum che viene da iuvare, iuvamentum: come spiega Isidoro di Siviglia, «gli animali da tiro sono stati chiamati giumenti in quanto giovano al nostro lavoro, aiutando a portare pesi o ad arare. Infatti il bue traina i carri e rovescia con il vomere durissime zolle di terra; il cavallo e l’asino trasportano pesi ed alleggeriscono la fatica degli esseri umani in cammino. Da qui il nome giumenti, dal fatto di giovare agli esseri umani: sono infatti animali dotati di grande forza».

Continuando il suo discorso, Odo asserisce che Francesco affida tutti coloro che sono entrati e entreranno nella sua religio allo stabularius/albergatore che è Dio stesso e gli dà «due monete», cioè l’anima e il corpo, tutto se stesso. Come il buon Samaritano della parabola, anche Francesco dice a Dio: «Abbi cura di lui — cioè dell’uomo ferito — e ciò che spenderai in più te lo pagherò al mio ritorno» (Luca, 10, 35). Odo collega il verbo redire alla risurrezione finale, quando Francesco «verrà con giubilo portando i suoi covoni», cioè coloro che, seguendo il suo esempio, si sono convertiti a Dio. A conclusione del suo sermone, Odo si rivolge direttamente ai suoi ascoltatori, cioè ai frati Minori, e utilizza a questo scopo due immagini significative: quella dell’acqua che sgorga dalla fonte ed è assai pura, e quella della copia di un testo (transumptum) ricavata dall’exemplar o modello originale e che risulta essere più fedele. Fuori di metafora, Odo raccomanda ai frati che vivono alla Porziuncola di essere più autentici e più puri e di seguire con maggiore impegno le orme del fondatore perché si trovano in fonte, id est in capite religionis, quam instituit beatus Franciscus.

Da: L’Osservatore Romano, sabato 8 ottobre 2016, p. 4, che ha pubblicato parte dell’articolo di Fortunato Iozzelli, Francesco d’Assisi “buon samaritano” nella predicazione di Odo da Châteauroux, in Litterae ex quibus nomen Dei componitur. Studi per l’ottantesimo compleanno di Giuseppe Avarucci, a cura di A. Horowski, Istituto Storico dei cappuccini, Roma 2016, pp. 269-290.

segue pdf
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Venerdì della XIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Maksymilian Maria Kolbe, O.F.M. Conv. martire († 1941)

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