Rassegna stampa formazione e catechesi

Il sacerdote Vincenzo Romano

F BeatoVincenzodi GIOVANGIUSEPPE CALIFANO *

«Sacerdote rivestito di giustizia», motivo di gioia per i suoi fedeli, come canta il salmo 132, Vincenzo Romano viene canonizzato dal Papa domenica 14 ottobre. Fu Paolo VI a elevarlo agli onori degli altari nella basilica Vaticana il 17 novembre 1963, tra le prime due sessioni del concilio Vaticano II . Oggi entrambi vengono proposti alla Chiesa come santi nel corso del medesimo rito.
Don Vincenzo, parroco di Santa Croce in Torre del Greco, fu un prete di paese, espressione delle migliori qualità morali e culturali del territorio, in grado a sua volta di formare cristianamente, evangelizzare e santificare l’ambiente in cui viveva. Trascorse l’intera vita nella cittadina tra il Vesuvio e il mare, in quella casa paterna di via Piscopia dove nacque il 3 giugno 1751 e che oggi è santuario amato dai torresi; condivise gioie e dolori, speranze e preoccupazioni dei suoi concittadini; percorse un itinerario pastorale apparentemente circoscritto al breve intreccio di strade e di vicoli del suo paese, ma di fatto aperto alle universali e perenni prerogative del ministero sacerdotale. Nato in una famiglia del popolo, si spese per il popolo, mirando al bene spirituale e materiale della collettività. Subito dopo l’ordinazione presbiterale, ricevuta nel duomo di Napoli il 10 giugno 1775, avviò un’intensa attività pastorale privilegiando il ministero della parola e il vangelo della carità. A queste priorità ispirò la propria missione, proponendosi come stile di vita una massima che nella sua luminosa semplicità esprime tutta la sua tensione alla perfezione: «fare bene il bene». Giovane prete aprì nella sua stessa casa una scuola gratuita per i fanciulli del popolo. Trasfuse così nelle nuove generazioni la cultura appresa negli studi napoletani, ma più ancora mostrò l’esempio di una vita interamente donata a Dio. La sua eloquenza colta ma accessibile a tutti lo favorì nella predicazione, a cui si dedicava quotidianamente, tanto nella liturgia come nella catechesi e le istruzioni al popolo. Era solito ripetere che «la parola di Dio è quella prodigiosa semenza che produce buona vita, buona morte e il paradiso». Per richiamare alla pratica religiosa anche i più lontani, introdusse una modalità di predicazione in uso nella tradizione napoletana, ma alquanto nuova per Torre del Greco, la cosiddetta “sciabica”. Il termine, di origine araba, indicava nell’ambiente marinaro la particolare tecnica di pescare con le reti a strascico. Per don Vincenzo la “sciabica” consisteva dunque nel fare una retata di anime per il Signore. Si poneva nei crocicchi del paese, dove più ferveva la vita pubblica, e elevando tra le mani un crocifisso iniziava a predicare finché non si radunava una piccola folla che poi conduceva in chiesa per amministrare i sacramenti. La medesima attenzione alle esigenze spirituali del popolo gli suggerì un metodo tutto originale per favorire una più viva partecipazione dei fedeli alla celebrazione eucaristica, allora in lingua latina. Era la cosiddetta “messa pratica”, ossia la spiegazione dei vari momenti del rito fatta in contemporanea dal pulpito, ispirandosi alla passione del Signore. Queste spiegazioni, o meglio meditazioni che lui stesso proponeva, furono in seguito raccolte e pubblicate in forma di libretto «modo pratico per ascoltare con frutto la santa messa» che ebbe larga diffusione. Senza dubbio l’avvenimento che fece di don Vincenzo Romano il personaggio più autorevole della storia di Torre del Greco fu la sua opera di ricostruzione della chiesa parrocchiale di Santa Croce, distrutta dalla tragica eruzione del Vesuvio del 15 giugno 1794. Con l’edificio sacro, centro della vita sociale e religiosa della comunità, anche moltissime abitazioni e luoghi pubblici furono sommersi dalla lava. Grandi furono lo sconforto e il disorientamento. Era necessario pertanto ricostruire con gli edifici, il tessuto morale della comunità. Nominato economo di Santa Croce, grazie alla sua intraprendenza e capacità, il tempio fu rifatto interamente più splendido di prima. Don Vincenzo, che tutti chiamavano «o prévete fatigatore» si vide scendere con gli operai alla marina per caricare sulle spalle i mattoni che giungevano con un battello via mare e trasportarli al cantiere. Allo stesso modo procurava soccorsi e lavoro a quanti avevano perduto tutto, facendosi seminatore di speranza. Il 28 dicembre 1799 don Vincenzo Romano veniva nominato parroco di Santa Croce, assumendo definitivamente il ruolo di guida spirituale e morale della città. Per oltre trent’anni continuò nella sua opera che traeva forza dalla preghiera e dalla familiarità con la sacra scrittura. Iniziava al mattino con una lunga sosta di adorazione davanti al tabernacolo, come ringraziamento alla prima messa. Dopo una giornata di lavoro sacrificava il riposo per dedicarsi ancora allo studio: preparava di notte le prediche che, a fronte della raffinata ma spesso vuota retorica del secolo, costituivano un modello di semplicità e di chiarezza. Intensificò la già vasta opera caritativa, quasi antesignano di quella carità sociale che nella Chiesa di Napoli ebbe poi in san Ludovico da Casoria, nel venerabile Sisto Riario Sforza e in molti altri santi e sante i suoi eroici testimoni. Dedicò speciali cure ai pescatori di corallo, la cui attività costituiva la maggiore industria di Torre del Greco. Le barche coralline partivano per affrontare i pericoli del mare con la benedizione solenne del curato e con la sua parola di conforto. Nei circa nove mesi di assenza dei pescatori don Vincenzo si preoccupava delle loro famiglie e provvedeva in caso di necessità. La sua carità rifulse accanto al letto di moribondi e di ammalati al punto da contrarre, in una di queste visite, il tifo che lo condusse quasi in fin di vita. Proverbiale fu la sua generosità: donò tutto quanto aveva di personale, cosicché i parenti dovevano sorvegliare che non rimanesse sprovvisto di biancheria. A una povera donna, che ne aveva assoluto bisogno per la dote della figlia da maritare, donò perfino il proprio materasso. L’affetto e la stima dei parrocchiani crebbe in tal modo verso di lui. E ancor oggi vale il detto: «ogni torrese ha il mare in casa e don Vincenzo nel cuore». Nella completa dedizione al popolo e nella conformità a Cristo buon pastore don Vincenzo trascorse la sua vita. Il giorno di Capodanno 1825 cadde accidentalmente e si fratturò il femore. Non guarì mai più. Gli si formarono grosse piaghe e fu costretto all’immobilità. Per alcuni anni fu «uomo di dolore», come lo chiamavano i suoi parrocchiani, finché stroncato da una polmonite morì il 20 dicembre 1831.

* Postulatore

© Osservatore Romano 11 ottobre 2018

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