Rassegna stampa formazione e catechesi

Il meraviglioso scandalo del dono. Riflessioni su un concetto frainteso

buon samaritano 1Giulia Galeotti

«Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza, mi preme affermare che il dono va posto come il paradigma in grado di sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale contemporanea, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture. Il dialogo, che si pone come presupposto del dono, apre spazi relazionali di crescita e sviluppo umano capaci di rompere i consolidati schemi di esercizio di potere della società». Ritorna continuamente il concetto di dono nel messaggio che Papa Francesco ha scritto in occasione della ventisettesima giornata mondiale del malato, che si celebrerà il prossimo 11 febbraio. Un concetto spesso frainteso, male interpretato, strumentalizzato.

In via generale perché si abbia un dono serve un soggetto che compia l’azione di cedere un bene, materiale o immateriale che sia, a titolo gratuito (la presenza di un prezzo o di un corrispettivo infatti trasforma il gesto in uno scambio). Deve quindi trattarsi di una irreddibilis datio, cioè di una cessione senza possibilità di revoca, quindi della perdita definitiva del bene (elemento, questo, che lo distingue dal prestito). È necessario poi un destinatario, noto o ignoto che sia, che dal gesto risulti accresciuto. La difficoltà di reperire un criterio in grado di distinguere con chiarezza l’attività donante e l’attività non donante, però, non si ferma qui. Un punto complesso è infatti quello della reciprocità: la sua presenza è compatibile, incompatibile o indispensabile perché si abbia una donazione? Le risposte variano. Se infatti alcuni la escludono in modo categorico, altri invece la ritengono strutturale alla stessa volontà e attività donativa.
Tra quanti negano che il dono sia compatibile con la reciprocità vi è Jacques Derrida, secondo cui «affinché ci sia dono, non deve esserci reciprocità, ritorno, scambio, contro-debito né debito» né sul piano reale, né su quello simbolico. Così la figura per eccellenza è quella di Abramo, incarnazione della dissimmetria assoluta. Il risultato di questo discorso è l’impossibilità del dono, o meglio ancora l’impossibilità stessa di pensarlo. Per Derrida, infatti, non solo la percezione del dono nel donatario annulla il dono stesso nella sua purezza, ma la totale assenza di consapevolezza deve aversi anche dal lato del donatore. «Il dono come dono dovrebbe non apparire come dono: né al donatario né al donante». Per essere puro, cioè, dovrebbe autocancellarsi in quanto tale. Dovrebbe essere invisibile.
Le riflessioni di Derrida prendono spunto, distanziandosene completamente, dal celebre saggio che Marcel Mauss aveva pubblicato nel 1925. In Saggio sul dono, infatti, costui spiegava come il meccanismo del dono si articoli nella triplice obbligazione di dare, ricevere e ricambiare. Questa individuazione ha posto le basi per la formulazione di una teoria più ampia, quella relativa al fatto sociale totale: le relazioni umane nascono dallo scambio che viene avviato con un dono di una parte all’altra, la quale a sua volta si sentirà in obbligo di contraccambiare, facendo così partire una catena di scambi. Mauss, infatti, considera il dono come una struttura in primo luogo economica: al dono corrisponde un contro-dono. Questo contro-dono, che si faccia immediatamente o molto tempo dopo, assicura l’armonia tra le persone. I doni sono dunque reciproci: nulla va perduto.
Non solo a livello concreto, ma anche, e soprattutto, a livello teorico, riteniamo non vi sia alcuna incompatibilità nel considerare la reciprocità, ampiamente intesa, come elemento strutturale alla donazione: la sua presenza infatti non ne altera l’essenza, che è e rimane quella di un gesto che non si colloca nell’ordine della giustizia, ma in quello dell’amore. Volendo trovare una possibile/impossibile idea di reciprocità, ricordiamo i tanti racconti e testimonianze di guerra — dalla Grande guerra fino alla tragedia della ex Jugoslavia — in cui genitori di figli al fronte hanno raccontato di aver accolto soldati disperati o in fuga nella speranza che, da qualche parte, i genitori di quei soldati si stessero facendo carico dei loro figli.
In quest’ottica si può superare il concetto di purezza del dono: nessun dono può essere puro nella misura in cui necessariamente spera di portare vantaggio a chi lo riceve, sia esso un soggetto noto o indeterminato. Se do qualcosa di mio a un altro, è l’intenzione di beneficiarlo (economicamente, spiritualmente o culturalmente) ciò che qualifica il mio gesto. Si dona — crediamo — per creare rapporti sociali, il che ci rende umani, senza però snaturare l’essenza intrinseca del dono.
Antropologi, filosofi, psicologi e sociologi hanno versato fiumi d’inchiostro sulla ambiguità del dono in generale, sul fondo di aggressività che l’atto del cedere a titolo gratuito inevitabilmente nasconde, sulla violenza simbolica che implica. Molti, infatti, pongono l’enfasi sul potere che il donatore acquisisce nei confronti del donatario, un potere che, nella migliore delle ipotesi, è quello di costringerlo alla reciprocità, nella peggiore (che si realizza quando il donatario non è in grado di ricambiare) è quello di metterlo in uno stato permanente di soggezione.
Da alcuni, del resto, l’ambivalenza del dono è stata rilevata fin nella sua dimensione linguistica: l’ambiguità semantica di dare e di prendere, del dono come strumento offensivo e come alleanza, al contempo farmaco che guarisce e sostanza mortale. Non è interessante che gift in inglese significhi “dono” e in tedesco “veleno”? In A piene mani (volume nato per accompagnare una mostra al Louvre del 1995 sul gesto del dono), analizzandone le varie forme, Jean Starobinski parla della cospicua dose di veleno presente tanto nel dono simmetrico (quello cioè che prefigura lo scambio) quanto in quello asimmetrico (come la beneficenza caritatevole o il mecenatismo).
Concentrandosi sull’aggressività del dono e sulla sua ambivalenza, però, si finisce per paralizzare l’attività umana: facendo indiscriminatamente leva sullo scetticismo e sul sospetto diventiamo tutti incapaci di fare doni e di riceverli.
Come è stato sostenuto, forse per noi oggi il vero scandalo della donazione, l’autentica difficoltà a comprenderla nella sua portata teorica, sta nel fatto che essa si muove su binari e risponde a parametri altri rispetto a quelli della giustizia. «Manda in frantumi — ha scritto Francesca Brezzi — anche ogni idea di equivalenza e simmetria, e quindi si allontana da un’idea di giustizia omologante, indifferente e neutrale». Il dono non è giusto, non è logico, non risponde alle consequenzialità economiche (pensiamo alla distanza assoluta con la celebre frase di Adam Smith secondo cui non è dalla benevolenza del macellaio o del fornaio che ci attendiamo il nostro pranzo, ma dal loro interesse personale) e non asseconda deliri di autosufficienza.
Del resto, lo scandalo intrinseco nel dono risulta addirittura accresciuto non appena, proseguendo nel ragionamento, si comprende che chi ha bisogno è, innanzitutto, chi dona. Roberto Esposito ha parlato di «contagio della relazione»: il dono come debito (si dona in quanto ci si sente debitori) è ciò che interrompe il progetto immunitario della modernità e dell’individualismo moderno, riconsegnando gli uomini all’obbligo che li vincola gli uni agli altri, svuotandoli della loro soggettività ed esponendoli al contagio. Poco prima, la risposta che Jacques Godbout si era dato alla domanda “perché si dona”?, era stata «per collegarsi, mettersi in presa con la vita, per far circolare le cose in un sistema vivente, per rompere la solitudine, per far parte di nuovo della catena, trasmettere, sentire che non si è soli e che si “appartiene”, che si fa parte di qualcosa di più vasto e in particolare dell’umanità». Jean-Luc Marion parla dell’effetto a cascata: «Il dono può essere ricevuto solo se dona se stesso, altrimenti non meriterebbe più questo nome. Il bacino è colmato dalla cascata che gli sta sopra solo se si svuota ininterrottamente nel bacino che gli sta sotto. Solo l’abbandono di ciò che lo riempie permette che il flusso successivo continui a colmarlo».
Il meraviglioso scandalo del dono sta nella consapevolezza di come il donante si affidi all’altro e riponga fiducia nella sua risposta. Donare è rischiare: donando non si ha la certezza che si verrà contraccambiati. Il dono è dono solo se mancano del tutto garanzie per colui che dona.
Verremo giudicati per i nostri doni, per come li avremo utilizzati, per le relazioni che saremo stati capaci di creare per salvare, illuminare e arricchire le vite del prossimo. E, quindi, le nostre. Anche perché il dono — come scrive sempre Papa Francesco — è «prima di tutto riconoscimento reciproco, che è il carattere indispensabile del legame sociale. Nel dono c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio Gesù e nella effusione dello Spirito Santo».


© Osservatore Romano - 9 gennaio 2018

Messaggio del Santo Padre per la XXVII Giornata Mondiale del Malato



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