Rassegna stampa formazione e catechesi

Il dialogo non cresce nella tristezza

Francesco e il sultano nel libro di Fortunato e Damosso

Da Francesco a Francesco, dal santo al papa, da Damietta ad Abu Dhabi: un filo rosso percorre il volume Francesco e il sultano. 800 anni da un incredibile incontro (Cinisello Balsamo, San Paolo Edizioni, pagine 180, euro 16) dedicato da Enzo Fortunato e Piero Damosso alla memoria di un «incredibile incontro», proposta di un dialogo franco, alieno da facili irenismi come da chiusure preconcette, e che appare ormai una via obbligata per superare i rischi — realissimi e tremendi — di uno scontro di civiltà. Scontro, che se mai dovesse verificarsi, non potrà mai essere in nome di Dio, perché il Dio misericordioso invocato da ebrei, cristiani e musulmani è un Dio che «odia chi ama la violenza» (Salmo 11 [10], 5).

Francesco e il Sultano, icona di fra Robert Lentz

In effetti, la via del dialogo non costituisce una novità e tuttavia si rivela, ieri come oggi, un percorso in salita. Già Francesco e il sultano al-Malik al-Kāmil ebbero modo di confrontarsi senza pregiudizi né cedimenti e quel reciproco ascolto — stando almeno a quanto testimonia Jacques de Vitry — si replicava tra il popolo; il vescovo di San Giovanni in Acri, poi cardinale vescovo di Frascati, scrisse infatti nella sua Historia occidentalis che «anche i Saraceni e gli uomini ancora nelle tenebre», quando i frati «vengono intrepidi da loro per predicare, ammirando la loro umiltà e perfezione, volentieri li accolgono e li provvedono del necessario con animo riconoscente». Essi — aggiunse — ascoltavano «volentieri» i frati Minori mentre annunciavano loro «la fede di Cristo e la dottrina evangelica, ma solo fino a quando, nella loro predicazione, non incomincia[va]no a contraddire apertamente Maometto come ingannatore e perfido». Allora li malmenavano fin quasi a ucciderli e «li caccia[va]no fuori dalle loro città».

Emerge, da questa testimonianza, una sconfessione dell’intolleranza e della violenza, ma anche di un modo di evangelizzare. Qualche decennio dopo l’incontro di Francesco con al-Malik al-Kāmil (grosso modo alla metà del Duecento), una bella lezione in proposito venne dal Gran khān dei Tartari. I primi occidentali a giungere in Mongolia furono dei missionari e diplomatici francescani, Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Rubruk; proprio quest’ultimo racconta come, durante la sua visita alla corte di Baatu, a un certo punto disse a Güyük Khān: «Sappiate per certo che i beni celesti non li potrete ottenere se non sarete cristiano; perché Dio dice: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà dannato». A queste parole — continua il frate — egli fece un risolino, e gli altri moal presero a battere le mani in segno di scherno (Viaggio in Mongolia, Mondadori Editore, 2011).

A riguardo, il manoscritto Ottoboniano latino 522, tradita tuttavia un racconto di fra Giacomo da Iseo — il quale diceva di averlo sentito nel convento di Tripoli dalla bocca di un re dell’Armenia — può aiutare a precisare meglio quell’episodio: un certo frate Guglielmo, lettore delle Fiandre (doveva indubbiamente trattarsi del nostro Guglielmo di Rubruk), inviato dal re di Francia presso il capo dei Tartari, aveva tentato di convertirlo dicendo che lo stesso sovrano e tutti gli infedeli sarebbero incorsi nella morte eterna e dunque nella condanna al fuoco perpetuo. A queste parole, il re tartaro si meravigliò del modo utilizzato dal frate per convertirlo alla fede cristiana: «Una nutrice — disse allora al suo ospite — incomincia a far cadere nella bocca del bambino delle gocce di latte, perché questi sentendone il buon sapore sia indotto a succhiare, e solo a questo punto gli porge la mammella. Allo stesso modo tu avresti dovuto cercare di convincere noi, che nulla sappiamo di questa religione, con argomenti chiari e ragionevoli; ma tu ci hai subito minacciato le pene dell’inferno» (cf. ibidem, pagine 404-405). E dire che la prima Regola francescana, la cosiddetta Regola non bollata, invitava i frati a esortare il popolo chiedendo a tutti di lodare e benedire Dio Uno e Trino, quindi di fare penitenza, di perdonare i torti ricevuti e di astenersi da ogni male (cf. capitolo XXI): prima la confessio laudis, quindi la confessio vitae. Così, però, non è sempre stato e non di rado ha finito per prevalere una predicazione più aggressiva, lesta a minacciare tuoni e fulmini, come fece appunto Guglielmo di Rubruk.

Nelle pagine di questo volume, Fortunato ripercorre la parabola di Francesco, il suo viaggio in Egitto e il suo ritorno da Damietta: fu dopo quell’esperienza che lui e i suoi frati definirono la visione francescana dell’obbedienza, che raggiunge il culmine nell’abbandono totale al Signore e nella consegna della propria esistenza, chiarendo che duplice era il modo in cui i frati potevano «comportarsi spiritualmente in mezzo» ai «Saraceni»: solo dopo essersi sincerati che ciò fosse piaciuto al Signore, essi potevano darsi a un’esplicita opera di evangelizzazione, invitando apertamente i musulmani ad abbracciare la fede trinitaria, mentre rimaneva sempre e comunque possibile l’alternativa di una vita nascosta, che non aveva altro modo di porsi se non quello di una muta e silenziosa testimonianza, senza muovere liti né questioni e sottomettendosi ad ogni creatura (Regola non bollata, capitolo XVI). Francesco, uomo che sorprende sempre — ai suoi tempi come oggi — propone un percorso ideale di pace, di fraternità, di rispetto per il creato.

Damosso traccia invece la storia delle tappe più importanti del confronto islamo-cristiano, a partire dalla dichiarazione del concilio Vaticano II Nostra aetate, per poi soffermarsi sulla sosta di Giovanni Paolo II a Damasco (6 maggio 2001), sul discorso di Benedetto XVI a Ratisbona (12 settembre 2006) — con la fase difficile che ne seguì, a motivo dell’errata interpretazione di alcune parti di quel testo —, e giungere infine alla dichiarazione di Abu Dhabi (3-5 febbraio 2019). Ne emerge che la testimonianza «ha un ruolo fondamentale» in questa partita decisiva, perché solo essa può provocare il miracolo della cultura dell’incontro, che ci aiuta a superare i confini e ad attuare quei quattro verbi fondamentali — accogliere, proteggere, promuovere, integrare — utilizzati dal Papa nel Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018. Non dobbiamo infatti dimenticare che il dialogo, il quale rifiuta la costruzione di nuovi muri, deve partire dal ripristino dei diritti umani. Ha perciò ragione Damosso quando afferma che «il dialogo non cresce nella tristezza, ma nella gioia». Per quanto mi riguarda, sento tutta la verità di questa affermazione. Ho incontrato intolleranti nella mia vita: persone molto spesso arrabbiate, a volte inacidite, quasi mai felici.

di Felice Accrocca


© Osservatore Romano - 22 novembre 2019


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