Rassegna stampa formazione e catechesi

Il coraggio di stanare il bene

Un murale raffigurante la filosofa e scrittrice francese Simone Weil

Per avere poi l’effetto di un’imprevista libertà


Il bene è la cosa che desideriamo di più, ma è anche la più difficile da credere. Dal punto di vista del nostro bisogno, il bene è essere visti, amati, riconosciuti, essere soccorsi, essere nutriti e liberati, essere valutati inestimabili.

Ne abbiamo una sete profonda, una sete senza fondo. Ma ci sembra impossibile. Siamo così abituati a presumere che ogni cosa abbia il suo prezzo, siamo indotti a pensare di non potere aspettarci altro che opportunismo, conti su conti, o addirittura egoismi cupi, perversi e distruttivi, che anche inciampando nel bene non riusciamo a fidarcene.

Per alcuni è così perché tante volte hanno provato a crederci e tante volte sono stati delusi, hanno scoperto l’egoismo che si nascondeva dietro un’apparenza di bene e si sono fatti sprezzanti e cinici; per altri, ma a volte sono gli stessi, non credere al bene è rassicurante: se i buoni nascondono sempre qualcosa, un doppio fine oscuro, se noi esseri umani siamo fatti così, allora possiamo crogiolarci senza tormento nella mediocrità e nell’inerzia.

Questa prospettiva ha un suo corollario, di fronte all’evidenza di intenzioni buone, sollevare il sospetto: sembrano buoni ma non lo sono, sono ingenui, teste fresche, anime belle, gente che non capisce come vanno le cose, il loro bene è falso anche se loro non lo sanno. Non sempre chi dice così sbaglia del tutto, il bene è difficile, implica studio, fatica, non lo si può prendere alla leggera, ma spesso chi dice così vuole solo difendersi. Il bene quando è evidente, quando non puoi negarlo, fa paura, ti costringe a ricordare come, sotto la stratificazione delle difese che hai accumulato nel tempo, resti inerme, nudo, bisognoso come chiunque altro.

Il bene è come l’amore, se l’hai incontrato da bambino ne hai bisogno, ma se non l’hai incontrato te ne serve infinitamente di più. Il bene è una provocazione, se lo vedi lì davanti agli occhi, indiscutibile, se è possibile farlo, allora puoi farlo anche tu. E se puoi farlo, senti che devi farlo.

Il bene ti porta fuori da te; è sempre, a costo della sua esistenza, anche il bene di qualcun altro: è uno slancio. È così facile leggere i comportamenti umani secondo griglie economiche, l’economia dei danari, del benessere, del sesso, l’economia del potere, l’economia degli affetti: un meccanismo, la caduta dei gravi, la pesanteur di Simone Weil; il bene intorbida le acque, rende le intenzioni umane complesse, ambigue, anche solo la sete di bene produce questa scossa, una liberazione dall’automatismo.

Perciò quello che dice il Papa è così giusto, l’epoca in cui viviamo ci chiede a gran voce di individuare il bene e di raccontarlo. Non sempre è stato così, ci sono state epoche in cui il racconto del bene occupava moltissimo spazio, ma era un racconto retorico, edulcorato, suonava moneta falsa, in quel caso andava scosso, bisognava mostrare il male che si nascondeva non detto. L’arte — e la narrativa ha un senso quando si sforza di essere arte, viceversa è pubblicità — ha questo compito, lo diceva Elsa Morante, deve trovare le parole nuove per raccontare il mondo, perché le parole, dopo un po’, a sentirle, si usurano, non risuonano più.

L’arte narrativa deve scoprire parole che siano capaci di restituire il mondo nella sua novità. Anche per questo, ogni epoca ha bisogno della sua arte, non può bastargli quella anche magnifica ereditata dai predecessori. E questa è un’epoca in cui il bene sembra sparito dal discorso, sepolto, inenarrabile, salvo pochi momenti eccezionali in cui emerge, ma prende le forme falsificanti della vecchia retorica o della pubblicità.

Per questo, vedere il bene e poi raccontarlo per davvero è la grande sfida che mi riconosco come narratrice. Ma raccontarlo senza edulcorazione non è per niente semplice. E se lo racconti edulcorando si avverte solo l’edulcorazione — che è una forma di menzogna — è il bene si inabissa, diventa ancora meno credibile. Per raccontare il bene bisogna tenere presente tutto il resto, bisogna avere anche il coraggio di stanarlo, senza eludere il male, bisogna saperlo trovare dov’è. Ci vuole coraggio.

Il bene a volte è nativo, un moto istintivo di vicinanza fra gli esseri, altre volte è uno sforzo quotidiano e costante per venir fuori nel modo giusto dai propri egoismi senza sprofondare in egoismi nuovi, a volte può essere uno studio, una vera e propria strategia. Tutte le volte che lo vedi per davvero, ti dà l’effetto di un vento che spariglia le carte, di una imprevista libertà.

Per raccontare l’alito di vento e il suo effetto, devi per forza saper raccontare la bonaccia. Mi vengono in mente due persone, due poeti che si muovono in questa direzione, una è Maria Grazia Calandrone, lo slancio si vede con chiarezza nel suo ultimo libro, Il giardino della gioia, l’altro è Daniele Mencarelli, il suo ultimo libro, Tutto chiede salvezza, era quest’anno in cinquina allo Strega.

Tutti e due, in modo molto diverso, sia in poesia che in prosa, marcano stretto il male, marcano stretto il dolore, Calandrone anche l’efferatezza, e riescono a far venire fuori lo slancio, l’amore — il bene, a questo punto davvero indiscutibile.

di Carola Susani

© Osservatore Romano - 14 agosto 2020


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