Rassegna stampa formazione e catechesi

Il coraggio della denuncia. Quel filo tra Montini e Bergoglio

paolo VI salutoSviluppo e famiglia. Dal libro «Paolo VI alle radici del magistero di Francesco. L’attualità di Ecclesiam suam ed Evangelii nuntiandi» (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2018, pagine 284, euro 15) pubblichiamo la parte dedicata all’attenzione di Papa Montini verso il Terzo Mondo e lo sviluppo, nonché alla sua preoccupazione per la famiglia, attraverso l’Humanae vitae. L’autore, prete gesuita francese, docente e giornalista, sottolinea, con precisi riferimenti, i legami con Papa Francesco su questi temi.

(Pierre De Charentenay) Il 26 marzo 1967 Papa Paolo VI pubblica l’enciclica Populorum progressio, per avviare la riflessione sullo sviluppo dopo il periodo coloniale. Vi si trova la sua famosa formula: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Il Papa vi riprende tutti i grandi principi della dottrina sociale della Chiesa, applicandoli al mondo intero e non soltanto al mondo sviluppato. Rigettando le idee di violenza e di rivoluzione, salvo il caso di «tirannia evidente e prolungata», esorta alla giustizia tra i paesi, condizione della pace. «Lo sviluppo esige delle trasformazioni audaci, profondamente innovatrici». Analizza con gran forza «lo scandalo di disuguaglianze clamorose, non solo nel godimento dei beni, ma più ancora nell’esercizio del potere».
Vale la pena soffermarsi su quest’enciclica, ispirata dal padre Lebret e scritta immediatamente prima del grande incontro dell’episcopato latinoamericano a Medellín nel 1968. L’enciclica ha avuto una grandissima influenza in America latina. Paolo VI si è recato in Colombia poco dopo la sua pubblicazione: durante quel viaggio ha rivolto critiche assai severe contro l’imperialismo del denaro ed è stato tacciato di essere comunista da una parte dell’opinione pubblica americana. Affermando che «la questione sociale ha oggi acquistato dimensione mondiale», ha aperto la Chiesa alla globalizzazione, allo sviluppo, a quel Terzo mondo che non era mai stato considerato nella riflessione della Chiesa. Ha posto in maniera assai forte la questione della giustizia a livello planetario e non soltanto all’interno delle frontiere nazionali. 
L’enciclica riprende numerosi brani della costituzione Gaudium et spes. Sulla demografia fa riferimento alle acquisizioni sul tema già consolidate in quel medesimo documento. Esprime preoccupazione nei riguardi di «una crescita demografica accelerata [che] aggiunge nuove difficoltà ai problemi dello sviluppo». Ciò fa inevitabilmente pensare alle affermazioni di Papa Francesco, al suo ritorno da Manila, in merito alla paternità responsabile, quando si è espresso sul controllo del numero dei figli nella coppia. Paolo VI cita ancora Gaudium et spes sulla promozione culturale (n. 40), sulla tentazione materialista (n. 41), sullo sviluppo solidale (n. 48), sulle missioni di sviluppo (n. 71).
Ispirandosi a Jacques Maritain, Paolo VI esorta alla promozione di un «umanesimo plenario», parlando dello «sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini». Nello stesso paragrafo si trova una citazione di padre Henri de Lubac, uno degli autori preferiti di Papa Francesco: «L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano». Paolo VI cita allora Pascal: «L’uomo supera infinitamente l’uomo». È possibile notare un rimando reciproco tra Paolo VI e l’America latina: il Papa si reca in quel continente per sostenervi il processo di riflessione sul rapporto tra la Chiesa e il mondo. Il Celam si ispira a Paolo VI e alla sua enciclica sullo sviluppo dei popoli, che a sua volta si ispira alle iniziative della Chiesa in America latina.
Circa cinquant’anni dopo, Papa Francesco pubblicherà la sua esortazione Evangelii gaudium, in cui rivolgerà parimenti critiche assai severe contro il medesimo imperialismo del denaro. E subirà le stesse critiche del suo predecessore — quella di essere marxista e comunista — da parte dei medesimi gruppi nordamericani. La somiglianza è stupefacente, e non si tratta di un caso. Vi sono delle evidenti costanti tra la lotta di questi due papi e le conseguenze di un liberalismo sfrenato.
Il 25 luglio 1968 Paolo VI pubblicava la sua enciclica più controversa, Humanae vitae, sulla famiglia, la paternità responsabile e la regolazione delle nascite. Le reazioni in Europa sono state assai negative in molti settori dell’opinione pubblica e tra i cristiani, che non comprendevano un atteggiamento di interdizione della pillola contraccettiva dopo il concilio. In America latina, Humanae vitae è stata intesa come una risposta al maltusianesimo promosso dagli Stati Uniti e dalle organizzazioni internazionali. Il presidente della Banca mondiale, Robert MacNamara, aveva dichiarato nel 1968 che i paesi che avrebbero autorizzato la contraccezione avrebbero ricevuto finanziamenti. Quelle dichiarazioni furono interpretate come una volontà dei ricchi che i poveri non avessero figli; gli americani erano pronti a pagare per i paesi che avrebbero organizzato le sterilizzazioni. La Bolivia sostenne che tali affermazioni erano un insulto per le nazioni cattoliche.
La lettura latinoamericana di Humanae vitae è antiimperialista e assai diversa da quella dell’Europa. L’America latina ha fatto una lettura sociale e politica dell’enciclica: era l’idea di Alberto Methol Ferré, un filosofo laico, divenuto consigliere del Celam durante Puebla. L’interpretazione summenzionata di Humanae vitae proviene da Ferré e si è largamente diffusa in tutta l’America latina.
Il legame con Papa Francesco è assai diretto. Durante il suo viaggio nelle Filippine, Francesco parla di Paolo VI come di un uomo coraggioso. A Manila, durante l’incontro con le famiglie, il 16 gennaio 2015, nel Mall of Asia Arena, davanti a ventimila persone, ricorda Paolo VI, che «vide questa minaccia della distruzione della famiglia per la mancanza dei figli» e «chiese ai confessori che fossero molto misericordiosi», poiché «conosceva le difficoltà che c’erano in ogni famiglia». Secondo Francesco, «Paolo VI era coraggioso [...] e mise in guardia le sue pecore dai lupi in arrivo». Al ritorno da Manila, in aereo, il 20 gennaio, elogia Paolo VI che aveva promosso la paternità responsabile nell’enciclica Humanae vitae. In quell’occasione si rivolge a coloro che sono stati testimoni del viaggio nelle Filippine, dove la questione demografica è assai seria. Questa lettura di Humanae vitae è particolare, nel senso che essa recupera il tema della responsabilità nella paternità senza riprenderne i risvolti negativi contro la contraccezione, che tanto avevano creato problema, perlomeno in Europa.
Un mese dopo l’enciclica sulla famiglia, Paolo VI prendeva il volo per l’America latina, per partecipare alla seconda assemblea della Conferenza dei vescovi latinoamericani (Celam) a Medellín, in Colombia, dal 22 al 24 agosto 1968. Gli scambi saranno in gran parte ispirati da Populorum progressio, che troverà così la sua applicazione in America latina. Jorge Mario Bergoglio non sarà presente a quella riunione, poiché stava ancora completando i suoi studi teologici a Buenos Aires (sarebbe stato ordinato sacerdote il 13 dicembre 1969). Evidentemente però dovrà collocarsi in quella corrente, soprattutto nell’eredità di Medellín e delle riunioni del Celam che seguiranno, a Puebla (1979) e ad Aparecida (2007).
Il 1968 è un anno di agitazioni, vuoi per la rivolta di maggio in Francia, vuoi anche per i movimenti sociali che si affermano in vari paesi. È un periodo in cui l’America latina inizia a essere dominata da regimi militari, soprattutto in Brasile, in cui essi salgono al potere dal 1964. Anche i movimenti di estrema sinistra erano assai minacciosi e creavano un’instabilità a cui tentavano di rispondere i regimi autoritari.
Nel suo incontro con i campesinos, il 23 agosto, Paolo VI riprende molte espressioni di Populorum progressio, denunciando «le condizioni misere, spesso inferiori al bisogno normale della vita umana», ma sottolineando ancora una volta che la violenza non è né evangelica né cristiana. All’assemblea dei vescovi latinoamericani, riuniti per la loro seconda conferenza, egli partecipa le sue riserve sui rinnovamenti teologici che contesterebbero la tradizione e il magistero. Aggiunge un commento pastorale sulla secolarizzazione, così come era stata veicolata all’epoca da autori come Harvey Cox. Sul piano sociale riprende la maggior parte delle affermazioni contenute nell’enciclica sullo sviluppo che aveva appena pubblicato, ma menziona anche molti lavori delle varie conferenze episcopali del continente.
Durante l’assemblea vengono presentate due conferenze sui “segni dei tempi”, argomento chiave del concilio: una del padre Pironio, l’argentino che diverrà cardinale, l’altra di monsignor MacGrawth, americano nato a Panamá e vescovo della medesima città. Le due conferenze hanno rappresentato due letture dei segni dei tempi, l’una positiva per l’Europa, la crescita, la piena occupazione, la ricchezza, l’altra negativa per l’America latina, nella quale regnavano la violenza, la povertà e le diseguaglianze. Di qui un documento dei vescovi assai impegnato per il cambiamento sociale e politico, che conferiva un grande ruolo alla Chiesa di quel continente cattolico.
Toccava all’assemblea scrivere un documento dopo la conferenza. Esso descriverà la miseria che colpisce la maggior parte degli uomini del continente. Tale miseria manifesta un’ingiustizia «che grida verso il cielo». La Chiesa ha un messaggio per tutti coloro che «hanno fame e sete di giustizia». I vescovi chiedono quindi riforme sociali e politiche per una «autentica liberazione». I riferimenti del testo pubblicato dall’assemblea di Medellín sono soprattutto Gaudium et spes e Populorum progressio.

© Osservatore Romano - 9 agosto 2018


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