Rassegna stampa formazione e catechesi

Il compito dell’educatore

01lavandarDa salesiano devo dire che ho dei giovani consacrati una visione distinta, convinto — come diceva don Bosco — che i giovani sono capaci di sogni grandi e di imprese impegnative. Perché persino nel giovane più “disgraziato” ci sono punti sensibili al bene. E il compito di un educatore con vocazione e competenza è proprio quello di fare leva sul bene presente, per piccolo che sia, per ricostruire robuste personalità. 

Il giovane lo si deve prendere come è, nello stato in cui si trova, per aiutarlo a raggiungere vette alte. Ho ragioni nel dire che, persino nell’apparente spensieratezza in cui vivono oggi, i giovani hanno un senso della vita o ne sono alla ricerca.

Come comunicare al giovane di oggi la bellezza e la validità della vita consacrata? Penso che il linguaggio, verbale e gestuale, di Papa Francesco ci metta sulla strada giusta: ascolto empatico, immensa simpatia, accoglienza incondizionata, cordialità vera, apertura d’animo, rinuncia a ogni tipo di dogmatismo e rigidità, verità avvolta da carità, chiara scelta per l’uomo sofferente, con l’atteggiamento misericordioso di Gesù, portatori della gioia del Vangelo.

L’unica campagna vocazionale che voglia essere visibile, credibile e feconda sarà la stessa vita dei consacrati, la testimonianza di una vita buona, bella, felice, che fa vedere persone pienamente realizzate in Cristo che vivono in comunità che siano veri focolari e non alberghi, portatori di un carisma e non semplici agenti di servizi, in uscita alle periferie esistenziali del mondo, sempre attenti ai bisogni dell’uomo e lasciandosi guidare dallo Spirito.

E la mediazione privilegiata non può essere altra che l’accompagnamento dei giovani nella ricerca del senso della vita e nella maturazione di progetti esistenziali condividendo con loro l’arte di insegnare a vivere, insegnare a con-vivere, insegnare a cercare la verità, insegnare a essere felici.

Ci vuole un tipo di educazione che previene il male attraverso la fiducia nel bene che esiste nel cuore di ogni giovane, che sviluppa le sue potenzialità con perseveranza e con pazienza, che ricostruisce l’identità personale di ciascuno. L’obiettivo è formare persone solidali, cittadini attivi e responsabili, persone aperte ai valori della vita e della fede, uomini e donne capaci di vivere con senso, con gioia, con responsabilità e competenza. Tradurre nell’oggi questa scelta richiede di assumere alcune opzioni fondamentali.

Accompagnare i giovani è aiutare ciascuno a diventare pienamente persona attraverso l’emergere della coscienza, lo sviluppo dell’intelligenza, la comprensione del proprio destino, cioè il senso della vita. Attorno a questo nodo si raccolgono i problemi e si scontrano le diverse concezioni dell’educazione.

Si avverte oggi una specie di scompenso tra libertà e senso etico, tra potere e coscienza, tra progresso tecnologico e progresso sociale. Tale scompenso è sovente indicato con altre espressioni: la corsa all’avere e la disattenzione verso l’essere, il desiderio di possedere e l’incapacità di condividere, il consumare senza riuscire a valorizzare.

Si tratta di polarità ricche di energie, se la persona riesce a comporle. Sono distruttive, se si cambia la gerarchia dei valori e soprattutto se quella principale viene negata o appiattita. Fattori strutturali, correnti culturali, forme di vita sociale possono spingere fortemente in una direzione. L’accompagnamento richiederà sempre un atteggiamento positivo di discernimento, proposta e profezia.

Quali risposte a queste invocazioni dei giovani si possono aspettare dai diversi istituti di vita consacrata? In concreto, quali energie possiamo noi attivare, sì da indurre un cambio di trend, anche e soprattutto per il bene della società e non solo per avere la speranza di maggior numero di vocazioni?

C’è una scommessa per noi: esprimere un orientamento e una proposta senza rifuggire la complessità e l’esigenza della soggettività e senza lasciarsi omogeneizzare. Ciò comporta apertura al positivo, ancoraggio saldo ai punti da cui la vita umana prende significato, capacità di discernimento. Ecco tre aspetti che, insieme alle esperienze forti in cui si deve sperimentare ciascuno di essi, come istituti dovremmo curare in modo speciale.

Insomma, a noi dovrebbe preoccupare non tanto la ricerca di vocazioni come se questa fosse “la” missione, ma la raccolta di vocazioni come frutto della nostra missione. Questo sarà possibile se riusciremo a far sì che i giovani, attraverso la parola e la nostra testimonianza, scoprano il senso della vita, vale a dire la vita come un dono, vissuta nella propria autodonazione.

Questo sarà possibile nella misura in cui scopriranno che Dio non è una minaccia per la loro felicità, anzi che solo Lui può appagare i loro aneliti più profondi, riempire di dinamismo la loro esistenza e dare loro la capacità di essere felici e buoni. Questo sarà possibile se si sentiranno motivati a sognare in grande, a non sprecare la loro giovinezza, a mettere in gioco la propria vita per la formazione personale e la trasformazione della società, ad avere progetti di vita e diventare persone per gli altri, perché solo l’Amore ha la capacità di aiutarli a raggiungere la statura di uomini perfetti e a vincere la morte.

di Pascual Chávez Villanueva

© Osservatore Romano - 2 febbraio 2018

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