Rassegna stampa formazione e catechesi

Il cammino ecumenico è cammino di Amore e secondo natura

Eucarestia ultima cena fractio PanisPanis angelicus
fit panis hominum;
dat panis caelicus
figuris terminum;
O res mirabilis:
manducat Dominum
pauper, servus et humilis. Te, trina Deitas
unaque, poscimus:
sic nos tu visita,
sicut te colimus;
per tuas semitas
duc nos quo tendimus,
ad lucem quam inhabitas.
Amen.

di Paul Freeman

tratto da Contro Corrente vol. 6 disponibile qui su Amazon



Bereshit

Non vi è opera di Dio più rettamente spirituale e più compiutamente carnale della Transustanziazione Eucaristica.
Fonte di cammino ecumenico. È l’Amore che genera e porta all’ecumene; qui la ragione e la natura trovano il loro senso primo ed ultimo.


Premessa. Il documento recente

“Oggi, 31 ottobre 2017, ultimo giorno dell’anno della Commemorazione comune della Riforma, siamo molto grati per i doni spirituali e teologici ricevuti tramite la Riforma; si è trattato di una commemorazione condivisa non solo tra noi ma anche con i nostri partner ecumenici a livello mondiale. Allo stesso tempo, abbiamo chiesto perdono per le nostre colpe e per il modo in cui i cristiani hanno ferito il Corpo del Signore e si sono offesi reciprocamente nei cinquecento anni dall’inizio della Riforma ad oggi.

Noi, luterani e cattolici, siamo profondamente riconoscenti per il cammino ecumenico che abbiamo intrapreso insieme negli ultimi cinquant’anni. Questo pellegrinaggio, sostenuto dalla nostra comune preghiera, dal culto divino e dal dialogo ecumenico, ha condotto al superamento dei pregiudizi, all’intensificazione della comprensione reciproca e al conseguimento di accordi teologici decisivi. Alla luce di così tante benedizioni lungo il nostro percorso, solleviamo i nostri cuori nella lode del Dio uno e trino per la grazia ricevuta. Tra le benedizioni sperimentate durante l’anno della Commemorazione, vi è il fatto che, per la prima volta, luterani e cattolici hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica. Ciò ha reso possibile una nuova comprensione di quegli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione. Riconosciamo che, se è vero che il passato non può essere cambiato, è altrettanto vero che il suo impatto odierno su di noi può essere trasformato in modo che diventi un impulso per la crescita della comunione ed un segno di speranza per il mondo: la speranza di superare la divisione e la frammentazione. Ancora una volta, è emerso chiaramente che ciò che ci accomuna è ben superiore a ciò che ci divide.” (dal Comunicato congiunto della Federazione Luterana Mondiale e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani a conclusione dell’anno della Commemorazione comune della Riforma, il 31 ottobre 2017)


Sono arrabbiato ma..

Forse per comprendere in parte lo slancio ecumenico della Chiesa Cattolica occorre che io racconti questo aneddoto personale.

Tra le esperienze belle e preziose con cui il buon Dio ha riempito il sacchetto del cuore e della vita c’è stata quella di aver fatto da aiuto-infermiere per diversi mesi all’infermeria provinciale di Santa Maria degli Angeli. Quante perle, quanti fatti che mi hanno fatto amare di più Gesù attraverso le debolezze di questi frati anziani e disabili. Vite gloriose ed a loro modo “famose”, che erano state ridotte alla necessità di ogni cosa. Sono queste, più che altro, che mi hanno reso carne la grazia e la devozione verso Frate Francesco ed i suoi figli. Sono queste le Fonti che mi hanno fatto interpretare e leggere correttamente le Fonti Francescane. Vengo all’episodio. Ero di turno, nel 1992, come aiuto all’altro infermiere laico, questo sì specializzato, nell’estate di un Luglio umido e pieno di caldo. Tra i frati in infermeria c’era Padre Francesco, un frate mite, ex esorcista, molto attivo a suo tempo nella Provincia umbra, che, avendo avuto un paio di ictus, si era un po’ imbrunito ma soprattutto aveva rivelato un lato del temperamento veramente “dissonante” per chi lo conosceva. Borbottava e si lamentava di tanto in tanto. Ingrugnito. Spesso fra sé e sé.

Un giorno lo vedo camminare a suo modo, nel corridoio dell’infermeria, con piglio deciso e borbottante, questo frate–bambino, “.. ghgh.. bbobbo.. mannag..”. “Che ha Padre Francesco?” mi pongo accanto, “Sono arrabbiato!”, mi risponde il frate. “Ah, mi spiace, Padre Francesco. Come mai?”. “No.. non.. Non me lo ricordo”, mi risponde.
Non potevo che sorridere, grato, ed abbracciarlo.

Questo piccolo evento ci aiuta a comprendere che, talvolta, siamo così attaccati ai motivi del nostro dissenso e della nostra rabbia che dimentichiamo il perché dissentivamo ed eravamo arrabbiati.

Il cammino ecumenico di vicinanza ai nostri fratelli nasce dal voler superare le opinioni dimenticate, a sciogliere la rabbia emotiva e cristallizzata, una rabbia quasi liturgizzata e cristallizzata, e tornare all’essenziale. Che è Cristo.
Lui lo vuole.
Che sia Cristo a desiderare il cammino ecumenico è una consapevolezza a cui cristiani sono giunti da tempo ascoltando il testamento-comando di Cristo:
Ut unum sint” (Gv 17,21). Tuttavia ciò non toglie che, con tutto il tatto e la delicatezza possibili, non dobbiamo disprezzare la Misericordia e le sue opere, le quali ricordano che dobbiamo camminare nella Verità. 

L’analisi delle ferite ecumeniche con i fratelli protestanti è complessa ma non possiamo compensare la rigidità delle posizioni avute in passato con la moda e con il cerchiobottismo dimenticando che per quanto tendiamo alla comunione vi sono degli ostacoli e delle prese di coscienza che necessitano di tempo.
Il tempo in questo è galantuomo, anzi compie e rivela. E compie la giustizia. A ciascuno il suo.

Il Luteranesimo ortodosso e le mille galassie di cui è composto, in Europa, sta scomparendo, perché il cammino teleologico di Lutero non può che capitolare nel secolarismo passando dallo spiritualismo soggettivista. E così avverrà anche in America latina. È questione di tempo. È proprio la dimensione “latina”, calda ed in parte animista, che in realtà fa sopravvivere e rinvigorire la dimensione protestante. Ma è questione di tempo.  La dimensione “solo cuore”, come quella “solo testa” non sazia l’animo umano, lo ingolfa e lo predispone alla fuga. La sintesi cattolica invece è vincente per sua natura perché risponde pienamente alla natura, antropologicamente intesa. In Mentre in Lutero, al contrario, sono proprio il dato di natura, il dato antropologico e le sue finalità, ad essere fortemente compromessi.

La Chiesa, anzi lo Spirito Santo, si avvantaggia e spinge verso il ritrovamento autentico dell’equilibrio tutto cattolico dell’et-et, della dimensione dell’io e del noi, della Parola e dei Sacramenti, della ri-costruzione della grammatica naturale, del dato di natura; non senza passare per una necessaria purificazione.
Di tutti.

E tale purificazione non è uno scherzo, perché restaurare i fondamenta su cui si basa ogni sano annuncio Evangelico, ed a cui ritorna, cioè alla bontà della ragione, all’oggettività della morale naturale e alla conoscenza possibile, è opera delicata e lunga; di cui Dio è il principale attore ed orchestratore.


La Fede come necessità naturale della Metafisica

Ma veniamo agli ostacoli.

Incatenati dal soggettivismo teologico di Lutero ed in quello filosofico di Cartesio si cade in quella deformazione tale per cui la realtà è in sé inconoscibile se non per emotività del soggetto e quindi privata di ogni dimensione che esiste in sé e per sé, come ad esempio la realtà del Sacramento.
Si elimina dunque la “fides quae” e si arriva a proferire sciocchezze tali come il dire che:La transustanziazione non è un dogma di fede e come spiegazione ha i suoi limiti: ad esempio contraddice la metafisica" (Andrea Grillo, facebook).
A parte il narcisismo, tutto adolescenziale, insito in tali affermazioni fatte sui social per “stupire il popolo borghese” -
épater le bourgeois - con effetti speciali, col solo scopo del mettersi in vetrina senza proporre alternative edificanti, viene al contempo reso noto il cammino di errore che Pio IX tracciava nella Pascendi: “L'errore dei protestanti dié il primo passo in questo sentiero; il secondo è del modernismo: a breve distanza dovrà seguire l'ateismo.”

Lo ricordava Papa Benedetto XVI nell’Assemblea CEI del 4/11/2010: “Lo stesso Concilio Lateranense IV, considerando con particolare attenzione il Sacramento dell’altare, inserì nella professione di fede il termine “transustanziazione”, per affermare la presenza reale di Cristo nel sacrificio eucaristico: “Il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel Sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo e il vino nel sangue per divino potere” (DS, 802).”

Possiamo seriamente ipotizzare che la retta Fede - e qui lo possiamo dire perché è realmente dato rivelato – possa contraddire la Metafisica? In realtà essa compie proprio quello che la Metafisica cerca ed anela perché chiama la Metafisica ad andare oltre i suoi limiti e a crescere nelle sue finalità.
Lo spiega molto bene e dettagliatamente San Tommaso nella Summa (San Tommaso d’Aquino – Summa Theologiae – III,75). Il dono di fede rivelato aiuta la ragione a compiere sé stessa.

Altrimenti si costringe la ragione in una prigione dorata come il “loto d’oro” che costringeva i piedi delle donne cinesi ai soli fini di camminata oscillante, carnale. Vanesia.
Come non vedere dietro l’affermazione vanesia di cogliere una contraddizione metafisica dove non c’è, un moto tutto carnale e superbo del cuore?
Uno sfacciato contrasto al volto del Padre?

Infatti se si ricentra soggettivisticamente il ragionamento, e che cioè la mia ragione comprende e parla solo di ciò che pensa e comprende, essa rimarrà impantanata e non seguirà il moto necessario dell’incarnazione, che è quello di trascendersi, e mi confermerà in quel delirio proprio di Lutero di fondare un’oggettività a partire dal soggetto.
Il ché è proprio un cortocircuito, logico e metafisico.
Oltre che scientifico. Foriero di tanti mali moderni.
Ciò che, balbettando, possiamo affermare, è che non vi era altra via Metafisica, Logica e possibile, per Dio che quella di rendersi realmente presente nelle specie del Pane e del Vino per poterci assimilare a sé e compiere un cammino simile all’incarnazione, per ciascuno di noi. Vi è infatti anche una certa “naturalità” nella ragione che rispetta sé stessa. Violentare questa “naturalità”, questa finalità, significa non rispettare la natura stessa della ragione, nonché non rispettare la natura dell’uomo.

 

Grazia e natura

Per onestà però dobbiamo anche dire che Lutero viveva tempi complessi, culturalmente parlando, nell’Europa del tempo e nell’Europa del nord, e situazioni personali ferite, come vedremo. In quel tempo il desiderio di rendere razionale ogni cosa cadeva in alcune forzature che sembravano costringere, talvolta, la Grazia stessa in un cammino obbligato.

In certo qual modo erano già presenti quelle forzature razionalistiche che conducevano e nel contempo nascevano da una visione soggettiva. In certo qual modo la dimensione antropocentrica aveva già i prodromi nel suo esatto contrario. Questo voler ingabbiare tutto in una dimensione da “Summa” (che ovviamente non era in San Tommaso), questo voler tutto inquadrare razionalmente al di fuori dell’uomo stesso, nasceva non tanto da un disegno spirituale ma da una certa lussuria dell’uomo ego-centrata, soggettivistica, quella cioè di voler racchiudere quella parte di scibile umano che può essere compreso solo per Via Amoris.

Nessuna Antropologia possibile può essere data da una rigida visione cosmocentrica. Né può essere data dal suo speculare antropocentrismo luterano del “pro me”, che è una malsana risposta. Né potrà essere data poi dall’idealismo di Kant, Hegel, Feurbach. Né potrà essere data dall’apertura trascendentale di Rahner. In tutte queste dimensioni il soggetto uomo sembra voler inquadrare e racchiudere o per via di “Summa” o per via di sintesi il “perché” della vita stessa. Ma questo non è possibile senza tenere conto di alcune realtà fondanti.

Anzitutto che siamo oggetto di un atto libero di Amore da parte di Dio e quindi di un giudizio amante e trasfigurante che Egli opera su di noi. Qui trova compimento e fondamento la Metafisica ed il Logos in un atto di Amore gratuito. La ragione necessita di immergersi in questo atto per comprendere sé stessa, altrimenti smette di rispettare la natura stessa, la sua finalità.
Un atto di Amore creazionale divenuto poi anche redentivo.
Che dunque presuppone una caduta ed una ferita, di cui si parla poco o nulla. La quale a sua volta rimanda ad un Amore più grande, trasfigurante, inenarrabile ma necessità di ogni ragione e natura: “tanto ha amato il mondo” (Gv. 3,16).

Ad esempio, assumere in maniera rigidamente razionale lo stichwort tommasiano “Gratia supponit naturam et perfecit eam” (La Grazia suppone la natura e la perfeziona) che, appunto è uno stichwort e non compare in questa elaborazione sintetica nella Summa, può portare a deformazioni. Come se la Grazia trovando una natura debole e/o ferita fosse “costretta” dentro la natura stessa.
Non è il modo corretto di interpretare questo felice assunto.
Piuttosto, se teniamo conto della forma indiretta con cui San Bonaventura descrive il fenomeno delle stimmate di Francesco dovremmo affermare che il modo corretto di comprendere lo stichwort tommasiano è: Gratia supponit naturam et extendit eam.

Come ho avuto modo già di dire (Contro corrente n°5)Lo stichwort tommasiano, se leggiamo male San Tommaso, con il “perfecit eam”, perfeziona la natura, rischia di essere incastonato in una rigidità che non è l’opera della grazia come è conosciuta. Quasi a dire la natura è il primo dato, la grazia la suppone e la compie. Non è così.

In questo ci aiuta San Bonaventura che parla del fenomeno delle Stimmate di San Francesco nella Legenda major al cap. XIII:

“Excreverat quidem in eo insuperabile amoris incendium boni Iesu in lampades ignis atque flammarum, ut aquae multæ caritatem eius tam validam exstinguere non (cfr. Cant 8,6-7) valerent”“L'incendio indomabile dell'amore per il buon Gesù erompeva in lui con vampe e fiamme di amore così forti, che le molte acque non potevano estinguerle” (Legenda Maggiore, cap XIII – San Bonavenura).

San Bonaventura parte da un fatto unico nella storia del Cristianesimo, un desiderio di un piccolo uomo, per quanto forte, ha attratto a sé la Carità Divina, la Grazia, facendo erompere nella carne quello che Francesco aveva meditato a lungo nel cuore, con il dono delle stimmate. Insomma una piccola porzione di terra aveva compiuto un’opera gloriosa, ben al di là delle più rosee possibilità.

La Grazia, accolta, dunque, nella disciplina dei “no”, che sottintende un prezioso “sì”, estende la natura stessa aprendole un orizzonte che la natura non può neanche immaginare.”

Non solo. Ad essere onesti dobbiamo anche comprendere, sempre guardando l’esperienza di Francesco riletta dalla teologia e dalla legenda di san Bonaventura che Francesco comprende che “Gratia supponit gratiam et profectum in ea”, la Grazia suppone la Grazia e progredisce (con disciplina) in essa.

Ci ricorda, più recentemente, J. Ratzinger:

“la grazia cresce mediante un più profondo radicarsi della grazia nell’anima che comporta insieme anche una maggiore purificazione dell’anima. Così la grazia stessa aumenta mentre aumenta anche l’inclinazione dell’anima verso la grazia e verso Dio.” (Il Vangelo della grazia – J.Auer, J.Ratzinger, Cittadella Editrice)

Cosa desideriamo accennare con queste povere e poche righe?

Che il rapporto tra natura e grazia, e quindi del dono di Amore di Dio in Cristo, si muove certamente nell’ambito della ragione ma più correttamente dovremmo dire del Logos divino. Dio solo conosce i modi, i tempi e le fecondità di questo intrecciarsi che sono, in parte, da noi conoscibili per via razionale.
Però questa inconoscibilità non nega la ragione ma piuttosto la compie e la provoca a misura del Logos divino.
Ecco perché un eccesso di fiducia nell’umana ragione o una totale sfiducia in essa, come avvenne in Lutero, non sono poi così dissimili.
Entrambe partono da una visione ego-centrata del soggetto.
La ragione che rispetta sé stessa e ben ragiona, non può che ragionare per illuminazione divina perché da essa stessa proviene e ad essa stessa conduce.
La ragione, infatti, è essa stessa una grazia naturale capace in potenza, ma soprattutto in desiderio profondo, della Ragione di Dio, del Logos.
Però la via corretta della ragione, quella che rispetta il Logos, è la
Via Amoris che si esplicita chiaramente nei misteri umano-divini del Cristo.

Volendo positivamente leggere la tensione nella fede in Lutero, almeno nei tempi iniziali, potremmo dire che egli stesso cercava una scappatoia da un rigido razionalismo ma non aveva né gli strumenti culturali ed esistenziali, né il bagaglio metafisico. Per cui volendo correggere la ragione stessa con la “sola fide” in realtà negò la fede stessa che ha come presupposto la retta ratio e la metafisica, come preambolo del Logos divino. E soprattutto - ed è qui il vulnus della sua visione - introdusse in maniera drammatica la sua disperazione nel cammino di fede. Cammino che invece non può mai essere disperato perché, per retta antropologia, procede vigile ma carico di speranza. Non disilluso sulla ferita originale ma carico di abbandono nella potenza del Redentore, già e non ancora.

La cura al latente razionalismo del tempo operata da Lutero è stata peggior del male stesso che voleva debellare ed ha cristallizzato il soggettivismo nascosto nei tempi che lo seguirono, capitolando in visioni idealistiche o nichiliste, sotto varie forme di evoluzione di pensiero e di risposte ad esso.

L’uomo, infatti, che fonda su di sé i suoi sistemi non produce che frutti contorti che spengono ragione e grazia. Mortificando la via della Carità, tutta Grazia.

 

La genesi del soggettivismo

Ogni soggettivismo, maschile o femminile, nasce da un “sospetto” su Dio.
Sospetto sulla Paternità di Dio, provvidente ed amante.

Però mentre il soggettivista si inganna con sé stesso nel trovare il fondamento dell’oggettività dentro di sé, travisando la reale dimensione trascendente che ha la coscienza personale e rimanendo incartato nei propri ragionamenti, cadendo nell’empietà, viceversa, l’uomo di fede, cioè colui che accoglie il dono della Fede, viene completato, ed esce da sé. E conosce. Nell’Amore, rettamente accolto ed inteso, egli vede.

Non dobbiamo dimenticare che diverse figure “ereticali” nella storia, gnostiche e non, hanno avuto un problema di relazione con la paternità. Lo si evidenzia a posteriori con la confusione che essi fanno tra il senso di colpa e la coscienza di colpa e quindi nel loro depauperare l’ordine della Grazia.

È d’altronde il male di ogni tempo, specie del nostro, iperfemminilizzato, anche nel linguaggio e nell’educativa.
I nostri tempi assomigliano a certe dimensioni di matriarcato che puntano e capitolano inevitabilmente nell’immanente. Evidentemente abbiamo disimparato la coscienza dell’umanità che ha auto-riconosciuto, per protezione, la negatività della forzata immanenza, tutta accoglienza e poca trascendenza di questi modelli simbolici. La forzata immanenza, infatti, nega il profectum della grazia, e della ragione nella grazia, e riconduce a dimensioni collettive di isteria e di nevrosi.

Francesco di Assisi, al contrario e giusto per fare un esempio, supera il problema affermando chiaramente e pubblicamente a mo’ di impegno: “non dirò più padre mio Pietro di Bernardone ma Padre Nostro che sei nei cieli”. Non è un caso che persino Freud riconosca in Francesco di Assisi la figura più riconciliata nell’amore capace di alta genialità al di fuori degli schemi. (Sigmund FREUD, Il disagio della civiltà e altri saggi, Torino, Bollati Boringhieri, 2008; Freud S. (1912-13) “Totem e Tabù” in “Opere” vol. VII, Boringhieri, Torino, 1975).

Certo Freud analizzava Francesco di Assisi con i suoi mezzi.

Chi ha incontrato il Dio di Gesù Cristo, il Padre, per Cristo e nello Spirito Santo, comprende bene che solo la Paternità di Dio, vissuta come esperienza profonda, in tutti i suoi aspetti, ordina l’io profondo e, nella fattispecie, porta a diventare, nella Paternità di Dio, padri dei nostri padri e madri delle nostre madri.

In seno alla Chiesa questa esperienza di Fede, coltivata con cura somma, e con la “violenza” degli amanti (Mt. 11,12), porta a dispiegare il seme battesimale che ci è consegnato e a spegnere ogni dissenso vanesio, ciarliero e limitato nelle piccinerie di visione, mantenendo la spinta “riformatrice” consegnata.

Tante critiche ai pastori, ed anche ai pontefici, vengono ridimensionate e rese feconde proprio perché diventando “riformatrici” nell’ottica del Padre, per Cristo e nello Spirito Santo. L’accanimento monotematico alle spinte “riformatrici” intuite, di cui si è certi, diventano così radicate in alcuni che ci si chiede quale pontefice stia loro bene: Dunque qual è il Papa che va bene, a costoro? Risponderei: nessuno. (Giovanni Marcotullio, Aleteia Italia | Gen 03, 2018, it.aleteia.org).

Ma, cosa più drammatica, in ordine all’equilibrio psico-spirituale, nonché alla salvezza eterna, che l’intima certezza di essere “riformatori” si sposta dal dono ed alla coltivazione di quanto si è ricevuto, al soggettivismo idealista la cui genesi è già trattata all’inizio di questo paragrafo.

Ha un nome e si chiama Filautia ed ha la triplice radice malata della Superbia, la Vanagloria e la Vanità.

Ne abbiamo trattato ampiamente parlando dei “Bisogni fondamentali e la filautia” nell’iter su “La Croce Quotidiano” riportato su ilcattolico.it (Serie di riflessioni sui Bisogni fondamentali e la Filautia, 8 ottobre 2016).

La Paternità di Dio accolta e vissuta nel suo dispiegarsi porta invece “naturalmente”, secondo “ragione” e secondo “affetto”, esistenzialmente, a comprendere, con chiarezza, che il più grande carisma è la resa di ogni carisma.

Poiché tale coscienza fiduciosa necessita di un lungo iter espropriante perché l’io ri-trovi il sé profondo senza accondiscere l’io malato dalla ferita di origine e poiché qui si gioca tutta l’autostima del soggetto, tale cammino non è certo nell’ottica dell’usa-e-getta.

Tale cammino non si compra a nessun supermercato.

Né a quello del sacro, né tantomeno sui social.

Davanti alla scelta di “essere crocifissi con Cristo” (Gal. 2,20) che è la “porta stretta” (Lc. 13,24) a quella di coltivare l’intuizione ricevuta, che diventa “nostra proprietà” che è la porta larga della perdizione, ed è qui il male, perché l’io fonda su di essa, su questa intuizione ricevuta, la sua autostima, sovente scegliamo la via comoda e rassicurante della dissipante perdizione (Matteo 7,6.12-14).

Invece l’autostima, anche del riformatore, si fonda non sulle proprie fatiche ma nella fiducia nel Padre e nel suo pro-vedere.

Qui la grandezza del poverello di Assisi e il fondamento della sua minorità.

La porta stretta, dunque, è cammino faticoso perché è cammino di infanzia spirituale e di ripristino nel cuore, grazie al dono del Battesimo, del dono di Scienza. Dono preternaturale delicatissimo legato all’intimità con Dio che sfocia compiutamente in una parola detta per Cristo, nello Spirito: “Abbà”.

Qui si compie il carisma più grande, quello della resa di ogni carisma.

E si può, per grazia, iniziare a riformare seriamente la Chiesa; poiché si accoglie e si dispiega in noi la figliolanza iconica e paradigmatica per cui siamo pensati ed amati, nell’eternità, per il Figlio Gesù Cristo e nello Spirito Santo.

 

La Comunione Eucaristica è un debito nello Spirito

“Fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete.” (Rm. 8,12-13)

Essere debitori per San Paolo significa ricevere il dono di un co-mandamento, cioè di una spinta interiore (Rm. 8,1ss). Questo è vivere secondo lo Spirito una vita nuova. È catechesi e realtà battesimale.
La carnalità, cioè tutto ciò che è legato alla colpa di origine, spinge alla ribellione e all’obnubilamento della ragione. O ancora peggio a considerare che tutto ciò che compie la ragione, in una trascendenza accogliente, e che quindi è via naturale e necessaria della ragione, come abbiamo pur sommessamente visto, deve essere piegato, negato, sconfessato. Sono i fomiti della superbia, della vanagloria e della vanità. Che portano al mal ragionare e all’assurdo, ontologico e logico, di ri-centrare il soggetto sul soggetto.

Dunque, in principio è la superbia e da essa vengono tutti i mali.

Ora se c’è una cosa imperdonabile, e carnale, è un’adesione Eucaristica che non tenga conto della Transustanziazione. Ed è limite grave di tutti, anche di noi cattolici.

Due sono i modi.

Il primo è quello di non credere che l’ontologia del volere di Cristo possa compiere ciò che la ragione non coglie immediatamente ma di cui ha tremendamente bisogno.
Cristo è lì completamente ed interamente.
Cristo, con la Sua Parola, il Suo Volere, e soprattutto il Suo Amore, crea ex-nihilo una essenza-presenza inimmaginabile.
È la conseguenza inevitabile dell’Incarnazione, come accennavamo.
Potremmo dire che se l’Incarnazione è il prototipo simbolico e paradigmatico per cui viene pensata ed avviene la creazione (Ef. 1,1ss), indipendentemente dal percorso del peccato dell’uomo, l’Eucarestia ne è il Centro fondante.

Gesù dice appunto: "Questo è il mio Corpo, questo è il calice del mio Sangue, del Sangue della nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per molti (cioè, in forma ebraica, per un grande numero) per la remissione dei peccati. Quindi il Salvatore stesso ha detto: "Questo è il mio Corpo, questo è il calice del mio Sangue". (Marco 14,22-25; Matteo 26,26-29; Luca 22,15-20).

Il secondo modo, realmente dannoso, è quello di non tenere conto che in quell’È il mio corpo vi sia anche in realtà e potenza tutto l’amore per ogni fratello e sorella in Cristo.
Sia in senso incompleto per chi non è battezzato o per chi ha rinnegato la fede e spezzato la comunione, sia per chi è battezzato e cerca, per quanto possibile di vivere la Fede stessa.
Sia per i santi, confermati in grazia.
Questo significa che l’Amore vuole l’Eucarestia e l’Amore tende a dispiegare nella storia l’Eucarestia.
La Carità urge, con sana e creativa inquietudine, nei cuori di chi crede nella Transustanziazione.

Lutero non aveva i mezzi per comprendere il primo modo, anche a causa di vicende personali.
Molto interessante il film voluto dai luterani, "Luther", con Joseph Fiennes, che rivela un Lutero in perenne conflitto con la dimensione paterna e che vive il conflitto, per lui non sanato, tra senso di colpa e coscienza di colpa.
Mostra un Lutero scrupoloso, incapace di una sintesi cattolica nel cuore ed una visione umile della coscienza. Una mancanza di equilibrio che diventa poi proiettiva.
Dietro la teologia, sovente, c’è una dimensione affettiva ferita, inquieta, che come un pessimo filtro, pilota idee, teologia, meschinità e prassi verso disastri ereticali.
Ecco perché un cuore casto è la prima medicina alla superbia, perché si abbevera alle fonti dell’umiltà.

Forse è proprio la dimensione scollegata della devozione dalla dimensione solidale che spingeva Lutero a critica verso i cattolici e lo riduceva a concentrarsi solo sul secondo aspetto.
Sulle mancanze inerenti la dimensione “orizzontale” dell’Eucarestia. (Vd omelia/sermone a clero e laici del 1520).

Egli credeva in una presenza “consustanziale”, e non poteva essere altrimenti per le Parole inequivocabili del Signore, ma veniva per così dire “scandalizzato” dalla mancanza di Carità e dall’intimismo di taluni fedeli cattolici.

La consustanzialità lo muoveva ad una dimensione operativa. Non potendo spiegare quell’È, lo riduceva, ed in certo qual modo, lo violentava. Pertanto Lutero non era per niente Eleutherios, come amava in un primo tempo chiamarsi, cioè uomo liberato, perché limitava la Parola a ciò che soggettivamente egli comprendeva e a ciò che soggettivamente credeva; mancando di quella fede che egli stesso poi vedrà come sola necessitante.

In altre parole, Lutero cadeva inevitabilmente nell’antica visione Gnostica che è fortemente soggettivistica. Come reductio omnia ad mihi.

Ricorda Stefano Fontana: “La Gnosi è un’eresia complessa. Tra i tanti suoi aspetti voglio qui ricordarne uno particolarmente importante per il nostro discorso. La Gnosi nega la realtà e la vuole riplasmare.”

“Ma perché sostengo il carattere gnostico del pensiero di Lutero? Il motivo principale è che il Monaco tedesco sostituisce la fides qua alla fides quae. La fede ha due versanti: l’atto di fede della persona da un lato (fides qua) e il contenuto delle verità di fede rivelate da Dio in Cristo Gesù (fides quae). La fede di Lutero si fonda sulla sincerità fiduciale dell’atto individuale di fede e non sull’adesione alle verità rivelate. Si fonda sulla coerenza con sé stessi e non sulla coerenza con Cristo.” (Stefano Fontana, Riforma luterana: La Gnosi contro il Logos. Relazione tenuta il 21 ottobre 2017 a Salerno).

Pertanto, la prima critica che dobbiamo muovere a Lutero è che se vogliamo veramente essere uomini e donne della Parola dobbiamo riconoscere che per l’uomo della Bibbia tutto il moto che gli viene chiesto è un ritorno a sé per uscire da sé. “Sed iuxta te est sermo valde in ore tuo et in corde tuo, ut facias illum (Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica)” (Det. 30,14).
In questo la Sacra Scrittura, pur non essendo inquadrata ed inquadrabile nei termini della filosofia, è profondamente metafisica.
Anche per tale motivo la provvidenza volle far propria, successivamente, tra gli studiosi ed i fedeli, la rilettura, con categorie elleniche, dei LXX.
La Sacra Scrittura pur non avendo in sé, e per forma mentis ebraica, le categorie ed i modi propri del pensiero ellenico, tali anche perché legati strettamente con la precisione analitica della lingua greca, ben si prestava ad una coniugazione felice ed una ri-lettura teologica.
Coniugazione felice che portò poi, nella pienezza dei tempi, alla redazione del nuovo testamento in Greco e al pregnante prologo Giovanneo.

È infatti estremamente chiaro per l’uomo della Bibbia, sia veterotestamentario che neotestamentario, che Dio, quando parla, compie. È Dio origine e principio di questo movimento, che prende spunto paradigmatico dagli eventi del Roveto ardente, del Passaggio del Mar Rosso e, nel Vangelo, nell’evento degli eventi, l’Annunciazione a Nazareth.

Così Cristo rende possibile l’impossibile, indipendentemente dalla fede di colui che accede all’Eucarestia. Nelle Sue Parole si compie una transubstanzia e non una presenza consustanziale. Lui è il garante di quanto dice che fa eco all’angelo Gabriele, “Nulla è impossibile a Dio” (Lc. 1,37).

Egli compie la metafisica stessa significandola nell’Eucarestia.

Quell’È regge ogni cosa, come dicevamo, e quell’È significa, cioè dona peso e senso, ogni cosa.
Così la Chiesa, nella Sua autocoscienza, sia gerarchica che di popolo, l’ha sempre accolta ed intesa, e non può essere altrimenti. La Chiesa infatti è generata dall’Amore reso visibile in Cristo per lo Spirito Santo.

Ora possiamo certamente cogliere la sofferenza che animava Luther nel vedere l’intimismo sterile, ed oggi potremmo dire anche lussurioso, di certi cattolici, ripiegati nell’intimismo, e con le mani spente alla Carità.
Questi fratelli non erano cattolici, nel senso Biblico appena inteso, ma anch’essi soggettivisti e, a loro modo, protestanti.
È un rischio di sempre, su cui vigilare.
Ma ci si ferma qui.
Non si combatte una dimensione gnostica con un’altra dimensione gnostica. Ci si inganna e si inganna. Perché se vediamo i santi della Chiesa Cattolica vi troviamo tutto. L’Amore alla Parola, la Carità ardente, l’Adorazione Eucaristica, l’amore compiuto e reso carne dall’Eucarestia, l’anelito missionario e di sano dialogo con ogni realtà, una potente fantasia Eucaristica che si dispiega nella storia con mille meravigliosi colori ed accenti. I santi nella Chiesa sono uomini e donne dell’et-et.

Sarebbe veramente un paradosso cercare e vivere il cammino ecumenico senza Transustanziazione. Perché è proprio da qui che Cristo spinge alla riconciliazione dei fratelli in Lui. Questo sia in senso misterico-soteriologico, sia nell’ordine della Grazia, sia in ordine al compimento naturale della ragione.
Perché, come dicevamo, il cammino ecumenico è un cammino di ragione, secondo natura e secondo Amore.

Altrove si rischia di essere in debito, velato, o peggio, modaiolo e patinato, con quella carne che invece non è più fonte di debito nello Spirito Santo ma laccio verso la seconda morte. E questo non è più ecumenismo o cammino ecumenico ma cammino tutto carnale. Noi invece diciamo un chiaro “no!” alla carne, proprio perché abbiamo detto “sì!” a Cristo ed alla Sua presenza Eucaristica transustanziata; fonte di ogni bene ed anche fonte del cammino ecumenico. Ed anche perché siamo fedeli che amano il Logos e la ragione che da esso proviene, naturalmente.

 

Gnosi e protestantesimo serpeggiano nella Chiesa Cattolica

Affermare che siamo radicalmente corrotti e che la ragione è una “prostituta” porta inevitabilmente al suo contraltare buonista.
È semplicemente un meccanismo di difesa superficiale alla colpa. Altro che Davide davanti al profeta Natan. (2Sam. 12,13)

Diceva il card. Ratzinger a Vittorio Messori:

“Il fatto è che oggi tutti, anche nel clero, ci crediamo talmente buoni da non poter meritare altro che il paradiso. Siamo impregnati di una cultura che, a forza di alibi e di attenuanti, vuol togliere agli uomini il senso della loro colpa, del loro peccato”. E aggiungeva: Lo osservi: tutte le ideologie della modernità sono unite da un dogma fondamentale. E, cioè, la negazione di quella realtà che la fede lega all’Inferno: il peccato. Eppure è proprio per salvarci dalla drammatica e incombente possibilità della dannazione eterna che il Figlio di Dio è venuto sulla terra a morire con un supplizio orribile. Ma nei tempi moderni si preferisce glissare su un pericolo così angosciante” (Vittorio Messori, Una realtà sgradevole e misteriosa. Ma necessaria alla libertà dell’uomo, Corriere della Sera 26 marzo 2007)

 

Delirio tra i protestanti, vecchi e nuovi, dentro la Chiesa Cattolica

Mi ricordava Mons. Marchetto (“Per amare il Concilio, legare l’amore a Cristo con quello alla Chiesa, intervista a Mons. Marchetto su www.ilcattolico.it ) che i fedeli tradizionali devono poter dialogare con i fedeli dell’oggidì. E viceversa. Altrimenti, aggiungo, diventa una lotta tra forme similari di soggettivismo protestante.

I deliri della corrente all’interno del Concilio Vaticano II che depaupera la lettura corretta dello stesso Concilio sino ai giorni nostri è ben presente. Come già detto, se togliamo la retta ratio della Sacrosanctum concilium, culmen et fons (S.C. 10), non possiamo comprendere né la Gaudium et Spes, né Dei Verbum, né il corpus documentale del Magno Sinodo. Se non entriamo a piene mani in quel “culmen et fons” eludiamo la dimensione “scientifica”, cioè profetica, secondo dono di Scienza dello Spirito, del saper leggere “i segni dei tempi” e capitoliamo in una dimensione ideologica, modaiola e totalmente carnale. Soggettivistica.
Diventa un delirio, tutto clericale, su cui i laici sono stati, loro malgrado, coinvolti, dal “diamoci un nome” (Gen. 11,4).
Si pensi a chi ha accentuato Dei Verbum o Gaudium et Spes in maniera eccessiva e monotematica, facendone una corrente ed un “movimento”, o in altre realtà che usano come vessillo ideologico il Concilio Vaticano II usando termini come "rivoluzione" parlando del Concilio stesso invece che di "riforma nella continuità dell'unico soggetto Chiesa" . Depauperandolo e viziandolo con la cessazione dell’et-et, presente talvolta in queste realtà laicali.

Invece il Magno Sinodo, come ama chiamarlo Mons. Marchetto, deve essere colto interamente e, a mio avviso, letto alla luce del “Culmen et fons” della Sacrosanctum Concilium (SC10).

Ciononostante sarebbe insano, ingiusto e folle, negare il bene che viene da queste realtà ecclesiali appena citate, le quali hanno all’interno del corpo ecclesiale il loro perché e la loro bellezza.
Non dobbiamo cadere in terribili semplificazioni, le stesse operate, talvolta, da questi stessi “movimenti” ecclesiali.
Qual è il loro rischio?

È il rischio di trasformare intuizioni ed accenti nell’intera orchestra.
Come quel folle che dice di dirigere un’orchestra ma sta facendo suonare monotematicamente un solo strumento. Filtrando, tra l’altro, tutta l’opera sinfonica attraverso quel solo strumento e negando l’esistenza e l’importanza, ai fini sinfonici, degli altri strumenti.
Questa terribile semplificazione ed esasperazione degli accenti, senza il Magistero che lo precede e senza il Senso del Sacro voluto e ribadito dalla Sacrosanctum Concilium, svuota il Concilio Vaticano II delle sue peculiarità e delle sue spinte profetiche.

Non sono da dimenticare, come dicevamo, le parole di Papa Benedetto XVI che ricorda il Concilio Vaticano II come evento “non di rottura nella discontinuità, ma di riforma e rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto Chiesa” (Papa Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, Osservatore Romano del 7-8 gennaio 2006)

Ed ancora, sempre il Card. Joseph Ratzinger, nell'intervento al Convegno internazionale sull'attuazione del Concilio Vaticano II, dopo aver ribadito che il concilio ha voluto affermare il primato di Dio iniziando i suoi lavori con un documento dedicato, aggiungeva: “La Chiesa si lascia guidare dalla preghiera, dalla missione di glorificare Dio... Nella storia del post-Concilio certamente la Costituzione sulla liturgia non fu più compresa a partire da questo fondamentale primato dell'adorazione, ma piuttosto come un libro di ricette su ciò che possiamo fare con la liturgia.
Nel frattempo ai creatori della liturgia sembra che sia uscito di mente, occupati come sono in modo sempre più incalzante a riflettere come si possa configurare la liturgia in modo sempre più attraente, comunicativo, coinvolgendovi attivamente sempre più gente, che la liturgia in realtà è 'fatta' per Dio e non per sé stessi. Quanto più però noi la facciamo per noi stessi, tanto meno attraente essa è, perché tutti avvertono chiaramente che l'essenziale va sempre più perduto”
('L'Osservatore Romano, 4 marzo 2000)

In questo i Vescovi sono chiamati ad essere sapienti.
Perché il loro compito è orchestrale, non opportunisticamente politico di cavalcare correnti e papati.
Non settoriale e che segue pruriti. Né accidie omertose.
Guai, e ripeto guai, quando un Vescovo è monotematico ed è magari “uomo” piazzato da alcuni per acquisire centri di potere.
Ricadiamo nella Gnosi Luterana in cui si stravolge la realtà con le nostre mani. Mentre Cristo ci dimostra che le nostre mani vanno ri-educate. A questo serve il Senso del Sacro e la Cultura liturgica. Ed anche la vita fraterna tra Vescovi e sacerdoti.

Guai a chiamare il Magno Sinodo una “rivoluzione”, facendo l’occhiolino a visioni sociologiche che poco hanno di cattolico, come in parte viene fatto dalla lettura operata da Antonio Spadaro ne “La riforma e le riforme nella Chiesa”. Ricorda Mons. Marchetto nella sua ultima fatica: Invece – se mi è permesso – la parola che primeggia in questo libro (quello di A. Spadaro), di cui qui trattiamo, è “rivoluzione” il che mi pare si opponga proprio a uno sviluppo non solo organico (questo si dice una volta) ma omogeneo.

Del resto Papa Francesco applica il termine “rivoluzione” all’evento fontale del cristianesimo, il Signore Gesù e il suo Evangelo. Altrimenti si corre il rischio di precipitare in quel vortice di rottura che cattolico non è. (Agostino Marchetto, La riforma e le riforme nella Chiesa – una risposta, pag. 7)

Dopo il primato del “culmen et fons”, dopo l’orchestrazione, secondo grazia e natura, dei documenti conciliari, si può operare il discernimento tanto voluto da Papa Francesco e dispiegare la “grazia di stato”. Che altresì rimane “legata”.

L’Eucarestia, dunque, rettamente donata alla Chiesa, per Amore, da sempre, come evento transustanziato, è l’unica via per ri-educarci, secondo natura e secondo sovra-natura.
Dono sommo per trasfigurarci e compiere rettamente il Cammino Ecumenico e comprendere, nel contempo, tutto il bene di ogni Concilio. Anche del Concilio Vaticano II.

Cristo porti avanti la Sua opera:

“Signore, la tua bontà dura in eterno:
non abbandonare l'opera delle tue mani.” (Sl. 138,8)

ed

“Alla tua luce vediamo la luce” (Sl. 35,10)

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